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Progetto "Crescere…Giovani!" | Innovazione, conoscenza, comunicazione

le_altre_gladioIn alcuni messaggi che ho ricevuto una volta annunciata l’uscita del libro, da un lato mi è stato chiesto se contiene rivelazioni clamorose sulle stragi di Stato e sulle collusioni tra fascisti e servizi deviati, dall’altro se non è il “solito” libro che accusa Gladio di ogni nefandezza, invitandomi a ricordare che in sede penale i responsabili di tale struttura sono stati assolti.
In entrambi i casi la risposta è stata semplice; no, non si tratta di questo.
Il libro cerca di ricostruire come negli anni della guerra fredda in Italia venne combattuto il comunismo, rintracciando le radici, tanto politico-ideologiche quanto operative delle varie strutture segrete anticomuniste (di cui Gladio fu solo la più nota) sorte fin dall’immediato dopoguerra. Il tentativo è quello di lumeggiare una parte finora sconosciuta della storia d’Italia attraverso l’utilizzo di decine di documenti inediti tratti da archivi pubblici e privati, ma provando a superare la storia cosiddetta “giustiziera”, visto che troppo spesso, specie su questi argomenti, si è scritto con intenti o apologetici o inquisitori, comunque lontani dal necessario distacco che deve avere chi è interessato a una seria analisi storica.
Non fu un reato combattere il comunismo; la lotta anticomunista in Italia (anche nella sua dimensione segreta) fu del tutto legittima e nei primi anni novanta l’allora sinistra commise un grave errore allorché criminalizzò indistintamente l’intero universo anticomunista mettendo legale ed illegale dentro un unico calderone. Ma è altrettanto vero che in questi ultimi anni da destra si è persa un’occasione storica per fare chiarezza una volta per tutte sul ruolo che determinati settori del neofascismo hanno avuto in alcune delle più drammatiche vicende della nostra storia. Perché la lotta anticomunista in Italia ebbe anche delle gravi degenerazioni che alla luce dei documenti oggi disponibili non ha senso continuare a negare. Una certa pubblicistica di sinistra ha fatto di queste degenerazioni l’unica chiave interpretativa della storia dell’Italia Repubblicana, come se il cinquantennio democristiano possa essere descritto come una sorta di catena di complotti per fermare il Pci. Il che è grossolano e soprattutto non corrispondente alla realtà. E tuttavia non riconoscere l’esistenza di simili degenerazioni, come ha cercato di fare negli ultimi anni certa pubblicistica di destra, vuol dire non voler fare i conti con quell’oscuro passato.
Il libro, in definitiva, tenta di ricostruire la storia legale e non legale della lotta anticomunista in Italia. Ma evitando giudizi categorici o perentori e per questo se, al termine della lettura, chi ritiene che la lotta anticomunista in Italia sia stata solo una sequela di bombe e stragi fasciste e chi, al contrario, nega che tale lotta abbia conosciuto simili gravissime deviazioni, rimarrà deluso, credo che avrà raggiunto uno dei suoi obiettivi.

Sinossi
La ricerca prende avvio dai convulsi giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando la nuova intelligence del governo del Sud ritenne necessario, accanto alle forze armate regolari, creare dei nuclei clandestini in grado di agire contro il nemico mediante forme di guerriglia e sabotaggio. L’attenzione è poi rivolta al cruciale momento del passaggio dalle strutture segrete antinaziste a quelle che, nell’immediato dopoguerra, cominciarono a operare in funzione anticomunista e per questo ci si sofferma in modo particolare su quanto accadde in Friuli Venezia Giulia. E’ qui infatti che si trovano i presupposti, tanto politico-ideologici quanto operativi, delle formazioni stay behind, le cui radici affondano nell’insanabile contrasto che durante la lotta di Resistenza si creò fra i partigiani comunisti delle brigate Garibaldi e i partigiani cattolici e liberali delle brigate Osoppo. Nei territori giuliani e friulani alcune primordiali strutture anticomuniste nacquero in modo pressoché spontaneo fin dall’estate del 1945 per volontà di quegli osovani che erano determinati a difendere la regione dal pericolo di una aggressione titina e ricevettero ben presto un decisivo supporto istituzionale da parte del governo italiano. A inizio 1947, una volta aumentata la consistenza numerica e perfezionato l’addestramento, da queste embrionali organizzazioni ebbe origine la più importante struttura di tipo stay behind sorta in Italia nel dopoguerra, la “Osoppo-Terzo Corpo Volontari della libertà” dalla quale, nel 1956, provennero le prime unità operative di Gladio.
Se il Friuli-Venezia Giulia fu il principale laboratorio nel quale vennero sperimentate e portate a compimento le più importanti entità prodromiche a Gladio, nel corso degli anni quaranta anche in altre zone dell’Italia settentrionale numerosi partigiani cattolici e liberali, una volta conclusa la lotta contro il nazifascismo, rimasero in armi e entrarono a far parte di strutture segrete create in funzione anticomunista. Di assoluto rilievo in Lombardia fu il ruolo giocato da un’organizzazione denominata “Movimento Avanguardista Cattolico Italiano” (Maci), originariamente fondata nel 1919 dall’allora arcivescovo di Milano monsignor Andrea Ferrari. Tale struttura faceva capo a un comando centrale situato a Milano e disponeva in quasi tutte le province lombarde di cellule capaci di tenere costantemente informato il Centro su ogni possibile azione sovversiva dei comunisti.
Una volta ricostruite le origini dell’Operazione Gladio, nella seconda parte del libro, si cerca di fare chiarezza sull’effettivo ruolo avuto da tale struttura nella storia d’Italia al fine soprattutto di capire se essa fu o meno coinvolta nelle vicende della cosiddetta strategia della tensione.

(Giacomo Pacini)

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