remove_action('wp_head', 'wp_generator'); Grossetocontemporanea http://www.grossetocontemporanea.it Progetto "Crescere...Giovani!" | Innovazione, conoscenza, comunicazione Wed, 02 Jul 2014 12:27:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.2.8 La vigilia del secolo breve http://www.grossetocontemporanea.it/la-vigilia-del-secolo-breve/ Wed, 02 Jul 2014 12:17:54 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=830 arciducaDa Danubio di Claudio Magris:

I colpi di pistola di Sarajevo hanno impedito a Francesco Ferdinando di porsi in capo quella corona, ma anche se fosse divenuto imperatore e se avesse regnato a lungo come Francesco Giuseppe, egli non sarebbe stato sepolto nella cripta dei Cappuvccini, come i suoi avi: voleva riposare accanto alla moglie e quest’ultima, Sophie Chotek von Chotowa und Wognin, era soltanto contessa, appartenente a una delle più antiche famiglie della nobiltà ceca, e come tale non aveva diritto di venire accolta nella cripta imperiale asburgica, così come il suo lignaggio troppo modesto le impediva, dopo il matrimonio con l’erede al trono, di risiedere nella Hofburg e di accedere alle carrozze o ai palchi imperiali. Ora giacciono entrambi nella cripta della chiesa di Arstetten, adiacente al castello, in due sarcofaghi bianchi e semplicissimi. Di “Franciscus Ferdinandus, Archidux d’Austria-Este” la lapide non ricorda né la qualifica di erede al trono né altri titoli o fasti; la sua esistenza è riassunta, in latino, in tre eventi essenziali, accompagnati dalle rispettive date: Natus, Uxorem duxit, obiit.…

A quel matrimonio erano stati avversi tutti… il livore dell’aristocrazia di corte nei confronti di Francesco Ferdinando rivela la volgarità di ogni gruppo sociale che si ritiene un’élite e crede di escludere gli altri, mentre è esso che si chiude fuori del mondo…

Nelle stanze del castello di Artstetten…alcune fotografie mostrano la sequenza dell’attentato di Sarajevo, così simile a quello di Dallas; in quegli attimi, tra una fotografie e l’altra, sono partiti i colpi di pistola del suicidio d’Europa – forse, per le tortuose vie dell’astuzia della ragione, quei colpi, che ci hanno ferito a morte, hanno anche iniziato la liberazione dei paesi d’Asia e d’Africa, che le vecchie potenze europee, unite, avrebbero potuto continuare a dominare e sfruttare.

Libri:

Roberto Coaloa, Franz Ferdinand. Da Mayerling a Sarajevo, Parallelo 45, Piacenza 2014

Gilberto Forti, A Sarajevo il 28 giugno, Adelphi, Milano 1984

Karl Krauss, Elogio della vita a rovescio, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1988

Film:

Maudite soit la guerre, regia di Alfred Machin, 1914

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Pensieri al futuro. Relazione di Luciana Rocchi http://www.grossetocontemporanea.it/pensieri-al-futuro-relazione-di-luciana-rocchi/ Tue, 10 Jun 2014 16:47:35 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=822 isgrec

Convegno Pensieri al futuro

Grosseto, Palazzo della Provincia, sala Pegaso

9 giugno 2014

 

 Relazione della Direttrice dell’ISGREC

Nell’invito a ragionare di futuro rivolto a persone di cultura e istituzioni si è voluta  dichiarare esplicitamente la doppia dimensione – locale e globale – di quelle che sono le domande da cui scaturisce. La prima è il piccolo mondo della vita di un Istituto, che ha celebrato da poco i suoi vent’anni e gode di buona salute, ma ha un futuro estremamente precario, sempre più incerto. L’altra riguarda le sorti della cultura in Italia, inseparabili da un quadro europeo, che le recenti elezioni hanno messo in primo piano, in tutto il  loro significato e con tutte le contraddizioni implicite nella parzialità del sistema – Europa. Sul quadro generale della cultura italiana, di recente si sono aggiunte alcune valutazioni grazie alla fortunata coincidenza della pubblicazione di alcuni dati. Si tratta delle conclusioni dell’analisi condotta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione economica della Presidenza del Consiglio sulle spese per la cultura nel periodo 2000-2011. E’ stata presentata a Roma nelle ultime settimane e ne ha scritto in un ampio articolo su “La Repubblica” Salvatore Settis. Fra i ventisette paesi dell’Unione, l’Italia occupa l’ultimo posto per la spesa in cultura, scesa dallo 0,9% dell’anno 2009 allo 0.6 del 2011. I dati sulle regioni non sono omogenei, con un decremento maggiore al sud, più o meno in coerenza con le ordinarie sperequazioni radicate nella storia del paese. Colpisce il confronto con altri Stati del continente. La Grecia, il malato più grave d’Europa, ha disinvestito in cultura nel decennio considerato del 14,3 %, meno della metà dell’Italia. Scorrendo altri dati, si apprende che le spese delle famiglie in quest’ambito sono al di sotto della media europea, ma anche che è agli ultimi posti della classifica il livello di partecipazione dei cittadini ad attività culturali. Insomma, questa ricerca rivela una contraddizione stridente con le dichiarazioni “riparatrici” sull’importanza strategica di cultura e beni culturali, divenute concetto universale sulla bocca di politici e amministratori rispetto alla bestemmia pronunciata da un ministro della Repubblica anni fa – “con la cultura non si mangia” – che era di là da ogni buon senso, pensando alle potenziali risorse nazionali. Come commenta Settis, la cultura non può essere un “lusso per tempi felici”. L’abitudine ad archiviare tutto quel che si ritiene possa tornare utile, normale in un luogo che privilegia i beni culturali intesi come archivi, ci consegna molto opportunamente una lettera al quotidiano “Il Foglio” del ministro della cultura dell’epoca Sandro Bondi, per l’appunto datata 8 ottobre 2010. Contiene l’ultimo dato, non statistico ma politico e di opinione, utile a dare una cornice a quei numeri. La lettera contiene un appello ai privati, col presupposto orgogliosamente esibito di aver liberato la cultura, nei due anni di ministero, da “un rapporto di eccessiva dipendenza dallo Stato”. E di seguito, comprende la (consueta ovunque) chiamata della società civile a colmare i vuoti determinati dalla “riduzione di trasferimenti al ministero della cultura imposti dalla crisi economica che ci ha costretto a fare scelte coraggiose (sic!) e ripensare il ruolo dello Stato”. Ma dà anche conto della sostituzione di figure dirigenziali nel settore dei beni culturali: manager provenienti dal settore privato come segno di una svolta e di un successo. Quel che è utile, nel raffronto tra queste due istantanee –  il degrado fotografato dall’inchiesta sul decennio che si chiude col 2011, la trionfalistica dichiarazione di Bondi sulle magnifiche sorti e progressive dell’intervento dei privati (“da domani mi metterò al lavoro per incontrare personalmente i rappresentanti delle maggiori aziende private e pubbliche italiane, allo scopo di chiedere un sostegno”) – è l’immediato riscontro negativo di quelle che sono strategie ultraliberiste del governo nella gestione della cultura, maturate – sempre Bondi lo dichiara – nel corso di due anni. Qualche esito di più lungo periodo di questo tipo di mentalità può essere la fortuna del modello Disneyland per invogliare il pubblico a visitare i luoghi della cultura. Ma, dall’insieme delle situazioni estreme uscite nelle cronache nazionali, vale la pena citare il caso del monumento posto davanti alla Reggia di Caserta, non è chiaro se come scelta per stupire e dunque attrarre o come denuncia per mancato intervento dello Stato nella manutenzione di quel bene. In entrambi i casi, esempio di che cosa non serve. Detto questo, serve tornare alle idee espresse da Salvatore Settis, a commento dell’inchiesta da cui si è partiti. Lungi dall’idea di avocare totalmente al pubblico la gestione e il sostegno dei beni e delle attività culturali, l’autore sostiene la necessità di “capovolgere la perversa tendenza alla carestia perpetua”, senza di che l’indispensabile e auspicabile intervento di privati si riduce al sogno di un miracolo. Insomma, l’Italia della cultura richiede  strategie, scelte pensate e non superficiali luoghi comuni. Lo Stato non può chiudere gli occhi, ignorare il suo ruolo e delegare ai privati scelte strategiche che debbono essere sue, cui essi possono, sì, aderire, ma in un’ottica di definizione di complementarietà. Non è difficile trovare un riscontro di questo stato di cose anche in periferia. Le finanze locali sono da tempo in affanno, musei e biblioteche si arrangiano come possono, spesso con una riduzione ai minimi termini delle reali potenzialità. Quanto ai presidi territoriali dello Stato centrale – esempio tipico gli Archivi di Stato – ne conosciamo le ristrettezze. Contemporaneamente è noto che, se c’è uno sforzo particolare capace di produrre qualcosa di veramente buono, i risultati sono straordinari. Tutte le nuove biblioteche municipali toscane – le grandi di Pistoia e Arezzo, come la piccola di Rosignano Solvay – hanno moltiplicato l’utenza, attratto lettori e visitatori imprevedibilmente numerosi. A riprova di un desiderio di cultura che esiste, senza dubbio. Non c’è contraddizione tra questi e i dati dell’inchiesta governativa – scarsa partecipazione ad attività culturali – ma ci sono tutte le conseguenze della disattenzione delle istituzioni e dei loro silenzi, delle difficoltà che vive il sistema scolastico, del fenomeno di vera e propria mutazione delle forme del sapere. La rete, con le sue risorse in immagini e in notizie velocissime ed essenziali, offre enormi vantaggi, facilita il pensiero olistico, mentre scoraggia quello logico-sequenziale, le “forme di sapere che stiamo perdendo”, per usare un espressione del linguista Raffaele Simone. Il tema che da tempo abbiamo di fronte, quando lavoriamo con classi di scuola dell’obbligo o con studenti e insegnanti di medie superiori, è: come tenere insieme presente e futuro, memoria e storia del passato, modelli comunicativi adeguati ai tempi. Guardare alla scuola mette sul tappeto anche il tema delle relazioni fra culture. Migrazioni e contiguità fra retroterra culturali differenti, ormai divenuta fenomeno diffuso e non più straordinario, impongono di guardare con sempre maggiore attenzione e volontà operativa ai progetti transnazionali, mediterranei, europei, comunque a progetti capaci di contribuire a tenere insieme soggetti e contenuti apparentemente molto diversi, ma che si deve imparare a far convivere proficuamente. Europa e Mediterraneo. La prossima Summer school destinata agli insegnanti che lavorano negli Istituti della nostra rete nazionale tematizza proprio il Mediterraneo. Mentre il prossimo Horizon 2020, Cultural heritage and european identities della Commissione europea ha come presupposto un dato: L’Europa è caratterizzata da una varietà di popoli, tradizioni, identità nazionali e regionali differenti, così come da diversi livelli di sviluppo economico e sociale, [per cui] la Commissione europea ha previsto una serie d’iniziative per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio culturale e delle dinamiche socio-culturali traverso programmi specifici di ricerca e innovazione. In particolare, la Commissione europea ha scelto di privilegiare, da un lato, la costruzione di un’autentica identità europea, fondata su alcuni degli episodi storici principali del secolo scorso e, dall’altro lato, gli studi sulle più avanzate tecnologie per la tutela dei beni culturali, con l’intento di massimizzare il valore socio-economico del patrimonio tangibile e delle collezioni di biblioteche, musei, gallerie, archivi e altre istituzioni pubbliche. Una grande lezione viene dalla lettura di un libro appena  riedito di Julia Kristeva: Stranieri a noi stessi.   È stato pubblicato uno stralcio della nuova introduzione nell’ultimo Domenicale de “Il Sole24 Ore”. Ci sono passi entusiasmanti. Della cultura europea l’autrice propone di enfatizzare alcuni aspetti: “la nozione d’identità e il multilinguismo; il destino della nazione; l’umanesimo da reinventare”. L’eredità che l’Europa offre al mondo, sostiene ancora la Kristeva, è “una concezione e una pratica dell’identità come di un’inquietudine interrogante”, tale da produrre una “identità plurale” e costituire un”antidoto al male della banalità”. Sono idee che è facile sottoscrivere, almeno a giudicare dalla loro congruenza con i principi ispiratori di Costituzioni, italiana ed europea intanto, più arduo praticare. Negli ultimi decenni sono stati alimentati esasperati individualismi, nazionalismo e razzismo – tutti ismi pericolosi, ma ci sono anche i vincoli delle ristrettezze di risorse, anche umane, in società “vecchie”, che hanno deciso di riempirsi la bocca di giovanilismo, in pratica estromettono dalla cultura le generazioni fresche di pensieri, ricche di modernità e di energie positive. È dentro questa cornice che proponiamo di inserire i nostri “pensieri al futuro”.  Accanto alle petizioni di principio e ai manifesti culturali abbiamo programmi e condizioni per la fattibilità. Mettiamo sul tappeto le nostre risorse:

  • La vocazione alla cura del patrimonio culturale, dei beni culturali
  • L’esperienza sul territorio
  • La proiezione verso progetti e programmi di rete, regionale, nazionale, europea
  • La scelta coerente di trattare la cultura non come passatempo ma come lavoro, privilegiatamente giovanile, e come servizio alla collettività.
  • La sperimentazione di linguaggi moderni
  • La consuetudine con progetti finalizzati alla formazione – istruzione ed educazione.

Due esperienze ci preme ricordare, per il significato che hanno avuto di per sé e per la crescita che hanno prodotto. Il progetto pluriennale sulla storia delle reti europee costruite dagli antifascisti toscani tra anni ’20 del Novecento e secondo dopoguerra: dall’emigrazione politica, alle Brigate internazionali in Spagna, alle Resistenze in Europa,  all’impegno per la costruzione politica delle democrazie europee del dopoguerra. Da questa esperienza di studio, che i nostri giovani ricercatori hanno potuto fare grazie a un finanziamento proveniente dall’estero, è nato un arricchimento di conoscenze straordinario, e uno sguardo nuovo, rivelatore di alcune radici dei limiti della costruzione dell’Europa. L’altra esperienza è quella dello studio e della didattica del Confine orientale. La legge istitutiva della Giornata del ricordo ci ha quasi naturalmente guidati a un approfondimento culturale del vissuto di cittadini europei, italiani e slavi, in una piccola area, Friuli Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, che è stata un laboratorio della storia del Novecento. Ci siamo immersi  nella lettura di alcune pagine di Claudio Magris che raccontano  lo spaesamento e l’esilio delle popolazioni delle zone di frontiera, o di Enzo Bettiza sulla memoria (“Ritrovare il filo della memoria è, per un esule, un’operazione molto più importante che per un individuo nato e cresciuto e rimasto, senza strappi, nel proprio ambiente naturale. Per l’esule, rimasto troppo a lungo nella malsana palude dell’oblio, ricordare è guarire”). Le abbiamo condivise con  insegnanti e studenti, in Toscana e altrove. A questa seconda esperienza ha dato un sostanzioso contributo la Regione Toscana. Il senso di queste esperienze è forte. Siamo stati in entrambi i casi partecipi delle vicende di cui questi nostri studi e lavori parlano, come città, come popolazione e culture locali. Ci hanno toccato all’epoca in cui si sono verificati, nel Novecento. Oggi ha senso che quegli eventi, in parte dolorosi, in parte caratterizzati da fenomeni di accoglienza e dialogo con l’altro, siano i contenuti di progetti di storia e memoria. Se il luogo comune, che ci infastidisce come logoro stereotipo, di Grosseto città aperta al vento e ai forestieri, può essere reinventato e inverato ora, è nel non chiuderci localisticamente, nel trovare il modo per dare una forma concreta in termini di cultura a quella “inquietudine interrogante”, che dalle lezioni del passato ci spinge naturalmente verso la ricerca di un’identità plurale. Gli anniversari di questi anni ci spingono a parlare diffusamente  delle tragedie di due guerre totali e di violenze inaudite che ci siamo lasciati alle spalle, ma anche a sperare di portare a compimento, rinnovandoli come serve, i progetti più ambiziosi non realizzati nel Novecento. Coniugare cura del nostro patrimonio di memorie – le carte, i libri, le memorie narrate – e apertura all’alterità vorremmo che fosse la cifra della sopravvivenza e del consolidamento del nostro lavoro culturale. Chiediamo un impegno alle istituzioni locali: risorse, idee, fiducia nei giovani e meno giovani che hanno i numeri per non sprecare energie spese in percorsi di formazione importanti già realizzati. Così, analogamente, è indispensabile il contributo proveniente dai luoghi della cultura alta, della ricerca, in una relazione biunivoca. Siamo convinti che il patrimonio di beni culturali, conoscenze, produzione editoriale… che finora abbiamo consegnato, anche nella quotidianità del servizio culturale,  non debbano andare dispersi.

Luciana Rocchi

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“Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991” di Giacomo Pacini (Einaudi storia, 2014) http://www.grossetocontemporanea.it/le-altre-gladio-la-lotta-segreta-anticomunista-italia-1943-1991-di-giacomo-pacini-einaudi-storia-2014/ Thu, 05 Jun 2014 13:38:18 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=818 le_altre_gladioIn alcuni messaggi che ho ricevuto una volta annunciata l’uscita del libro, da un lato mi è stato chiesto se contiene rivelazioni clamorose sulle stragi di Stato e sulle collusioni tra fascisti e servizi deviati, dall’altro se non è il “solito” libro che accusa Gladio di ogni nefandezza, invitandomi a ricordare che in sede penale i responsabili di tale struttura sono stati assolti.
In entrambi i casi la risposta è stata semplice; no, non si tratta di questo.
Il libro cerca di ricostruire come negli anni della guerra fredda in Italia venne combattuto il comunismo, rintracciando le radici, tanto politico-ideologiche quanto operative delle varie strutture segrete anticomuniste (di cui Gladio fu solo la più nota) sorte fin dall’immediato dopoguerra. Il tentativo è quello di lumeggiare una parte finora sconosciuta della storia d’Italia attraverso l’utilizzo di decine di documenti inediti tratti da archivi pubblici e privati, ma provando a superare la storia cosiddetta “giustiziera”, visto che troppo spesso, specie su questi argomenti, si è scritto con intenti o apologetici o inquisitori, comunque lontani dal necessario distacco che deve avere chi è interessato a una seria analisi storica.
Non fu un reato combattere il comunismo; la lotta anticomunista in Italia (anche nella sua dimensione segreta) fu del tutto legittima e nei primi anni novanta l’allora sinistra commise un grave errore allorché criminalizzò indistintamente l’intero universo anticomunista mettendo legale ed illegale dentro un unico calderone. Ma è altrettanto vero che in questi ultimi anni da destra si è persa un’occasione storica per fare chiarezza una volta per tutte sul ruolo che determinati settori del neofascismo hanno avuto in alcune delle più drammatiche vicende della nostra storia. Perché la lotta anticomunista in Italia ebbe anche delle gravi degenerazioni che alla luce dei documenti oggi disponibili non ha senso continuare a negare. Una certa pubblicistica di sinistra ha fatto di queste degenerazioni l’unica chiave interpretativa della storia dell’Italia Repubblicana, come se il cinquantennio democristiano possa essere descritto come una sorta di catena di complotti per fermare il Pci. Il che è grossolano e soprattutto non corrispondente alla realtà. E tuttavia non riconoscere l’esistenza di simili degenerazioni, come ha cercato di fare negli ultimi anni certa pubblicistica di destra, vuol dire non voler fare i conti con quell’oscuro passato.
Il libro, in definitiva, tenta di ricostruire la storia legale e non legale della lotta anticomunista in Italia. Ma evitando giudizi categorici o perentori e per questo se, al termine della lettura, chi ritiene che la lotta anticomunista in Italia sia stata solo una sequela di bombe e stragi fasciste e chi, al contrario, nega che tale lotta abbia conosciuto simili gravissime deviazioni, rimarrà deluso, credo che avrà raggiunto uno dei suoi obiettivi.

Sinossi
La ricerca prende avvio dai convulsi giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando la nuova intelligence del governo del Sud ritenne necessario, accanto alle forze armate regolari, creare dei nuclei clandestini in grado di agire contro il nemico mediante forme di guerriglia e sabotaggio. L’attenzione è poi rivolta al cruciale momento del passaggio dalle strutture segrete antinaziste a quelle che, nell’immediato dopoguerra, cominciarono a operare in funzione anticomunista e per questo ci si sofferma in modo particolare su quanto accadde in Friuli Venezia Giulia. E’ qui infatti che si trovano i presupposti, tanto politico-ideologici quanto operativi, delle formazioni stay behind, le cui radici affondano nell’insanabile contrasto che durante la lotta di Resistenza si creò fra i partigiani comunisti delle brigate Garibaldi e i partigiani cattolici e liberali delle brigate Osoppo. Nei territori giuliani e friulani alcune primordiali strutture anticomuniste nacquero in modo pressoché spontaneo fin dall’estate del 1945 per volontà di quegli osovani che erano determinati a difendere la regione dal pericolo di una aggressione titina e ricevettero ben presto un decisivo supporto istituzionale da parte del governo italiano. A inizio 1947, una volta aumentata la consistenza numerica e perfezionato l’addestramento, da queste embrionali organizzazioni ebbe origine la più importante struttura di tipo stay behind sorta in Italia nel dopoguerra, la “Osoppo-Terzo Corpo Volontari della libertà” dalla quale, nel 1956, provennero le prime unità operative di Gladio.
Se il Friuli-Venezia Giulia fu il principale laboratorio nel quale vennero sperimentate e portate a compimento le più importanti entità prodromiche a Gladio, nel corso degli anni quaranta anche in altre zone dell’Italia settentrionale numerosi partigiani cattolici e liberali, una volta conclusa la lotta contro il nazifascismo, rimasero in armi e entrarono a far parte di strutture segrete create in funzione anticomunista. Di assoluto rilievo in Lombardia fu il ruolo giocato da un’organizzazione denominata “Movimento Avanguardista Cattolico Italiano” (Maci), originariamente fondata nel 1919 dall’allora arcivescovo di Milano monsignor Andrea Ferrari. Tale struttura faceva capo a un comando centrale situato a Milano e disponeva in quasi tutte le province lombarde di cellule capaci di tenere costantemente informato il Centro su ogni possibile azione sovversiva dei comunisti.
Una volta ricostruite le origini dell’Operazione Gladio, nella seconda parte del libro, si cerca di fare chiarezza sull’effettivo ruolo avuto da tale struttura nella storia d’Italia al fine soprattutto di capire se essa fu o meno coinvolta nelle vicende della cosiddetta strategia della tensione.

(Giacomo Pacini)

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16 marzo 1978 – Cronologie http://www.grossetocontemporanea.it/787/ Fri, 14 Mar 2014 15:29:32 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=787 copertina giovagnoli

“Buongiorno il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito questa mattina alle 9:10 da un commando di terroristi mentre usciva dalla sua abitazione al quartiere Trionfale per recarsi a Montecitorio dove alle 10:00 era fissato l’inizio del primo dibattito parlamentare sul nuovo governo Andreotti.”

(Bruno Vespa – Edizione straordinaria del TG1 delle 9:58)

 

“Il caso Moro. Una tragedia repubblicana”

 di Agostino Giovagnoli, Il mulino, 2005.

(coll. ISGREC: ITA577)

 “Un bel libro che costituisce la prima ricostruzione di quegli avvenimenti che possa considerarsi obiettiva” (Aurelio Lepre) >>>>  Scopri altri volumi sull’argomento conservati nella nostra biblioteca dell’ISGREC

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23 novembre 1936 http://www.grossetocontemporanea.it/23-novembre-1936/ Fri, 22 Nov 2013 16:17:19 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=760 copertina_volontari

E se essi non furono importanti per numero, lo furono per ciò che rappresentarono in eroismo, abnegazione e spirito di sacrificio. Il loro apporto costituì per noi un aiuto inestimabile e fu una pagina sublime di solidarietà internazionale

Dolores Ibarruri (la Pasionaria)

Il 23 novembre 1936, Franco sospende gli attacchi su Madrid. Per la prima volta le truppe venute dal Marocco sono bloccate.

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16 ottobre 1943 http://www.grossetocontemporanea.it/16-ottobre-1943/ Mon, 14 Oct 2013 15:26:36 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=724 La retata nazista nel Ghetto di Roma, una mattina che si concluse con la deportazione di oltre mille ebrei: questo fu il 16 ottobre 1943, e questo è ciò che racconta Giacomo Debenedetti. Pagine brucianti dove a parlare è un coro sgomento e terribile da cui si staccano, solo per infinitesimi istanti, le voci dei protagonisti, subito sommerse e per sempre perdute. Otto ebrei, cronaca che segue 16 ottobre 1943, evoca, invece, la figura di un commissario di Pubblica sicurezza che, dopo la guerra, per provare la sua fede antifascista, testimonia di aver salvato otto ebrei dall’eccidio delle Fosse Ardeatine.Pubblicato per la prima volta nel dicembre ’44 sulla rivista «Mercurio» e accompagnato da una lunga fortuna editoriale, 16 ottobre 1943 è ormai considerato un classico della letteratura post-clandestina per il suo alto valore letterario e testimoniale.

“16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti,  Einaudi, 2001, prima edizione 1944.

“16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti,
Einaudi, 2001, prima edizione 1944.

«Qual era il vizio, quale il peccato, che così inesorabilmente faceva di loro un pericolo pubblico? Le persecuzioni del passato si spiegano ancora, quasi come guerre locali … Ma stavolta? Bisognò cominciare col rifabbricare, in astratto e con procedimenti da laboratorio, il gruppo “ebrei”; poi farvi confluire gli individui, strappandoli alla loro individualità, al mondo in cui vivevano, alle loro abitudini e lavori e commerci e scambi pratici e spirituali, svellendone le radici, a costo di qualunque lacerazione, non solo degli estirpati, ma di tutto il suolo in cui allignavano. L’astrattezza di una simile operazione si vede anche dal lavoro che fu necessario per compierla: arido lavoro di statistica e di anagrafe, censimenti, moduli, dichiarazioni, registri, stampati, caselle, colonnine e finche….

Le leggi razziali colpivano non le azioni responsabili delle creature umane, ma il delitto di essere nati. E chi  veramente con la morte espiò quel delitto, non è tornato a dirci se, nell’ora del supplizio, ne capì finalmente la colpa»

In biblioteca: MIS 209

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]]> I fucilati di Basovizza http://www.grossetocontemporanea.it/fucilati-di-basovizza/ Mon, 09 Sep 2013 13:50:35 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=677 monumento_basovizzaUna località sulle colline del Carso racchiude le violenze dei nazionalismi del ‘900 e testimonia il peso delle memorie divise. Se Basovizza richiama alla mente degli italiani il  famigerato “pozzo della miniera”, monumento nazionale dal 1992 e luogo simbolo delle foibe giuliane, nell’ex-poligono di tiro militare vicino all’Osservatorio astronomico si trova un altro monumento, nei pressi del quale, ogni anno, le autorità slovene celebrano i loro eroi. Si tratta di quattro giovani irredentisti tra i 22 e i 34 anni, Zvonimir Miloš, Fran Marušič, Ferdo Bidovec e Aloyz Valenčič, fucilati il 6 settembre 1930 in esecuzione della condanna a morte sancita dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che punì col massimo della pena la loro attività antifascista, considerata “attentato contro lo Stato”. Per capire questo episodio è necessaria una contestualizzazione che ci riporti alla politica di snazionalizzazione operata dal regime fascista nella Venezia Giulia nei confronti della minoranza slovena e croata, rappresentata all’epoca da circa mezzo milione di persone. Se prima del 1922 l’antislavismo fu un formidabile strumento di propaganda per il “fascismo di confine”, dopo la presa del potere la “guerra agli slavi” divenne la premessa per l’espansionismo verso i Balcani. L’italianizzazione forzata degli “allogeni”, già avviata nel primo dopoguerra dai governi liberali influenzati dal nazionalismo, durante gli anni del regime fascista non realizzò tanto l’agognata assimilazione delle minoranze, quanto un loro diffuso ribellismo allo Stato italiano. Già nel 1923, ai tempi del primo governo Mussolini, furono adottati provvedimenti restrittivi verso gli “allogeni”, come la riforma scolastica di Gentile, che vietò l’insegnamento di lingue diverse dall’italiano nella scuola pubblica, e la creazione dell’Ispettorato speciale del Carso, volto al controllo militare delle campagne slovene. L’intensificazione della politica di snazionalizzazione si realizzò poi con l’instaurazione della dittatura vera e propria, a partire dal 1925. In quell’anno fu proibito l’uso di lingue che non fossero l’italiano nelle sedi giudiziarie, premessa al loro divieto in tutto il campo amministrativo e nei locali pubblici. Breve era il passo dalla restrizione all’intimidazione squadrista. Fu poi la volta della toponomastica, con l’italianizzazione di tutti i nomi delle località, delle insegne pubbliche e della cartellonistica stradale. Non si salvarono neppure i cognomi, italianizzati col regio decreto del 7 aprile 1927. La snazionalizzazione non si fermò però solo alla lingua. Nel giugno 1927 quasi tutte le 400 organizzazioni culturali, ricreative ed economiche slovene e croate furono soppresse ed i loro beni confiscati: all’inizio degli anni ’30 non rimase traccia di quei luoghi di aggregazione delle minoranze, simbolo dell’identità nazionale. Nelle scuole, la proibizione dell’uso del croato e dello sloveno, l’allontanamento più o meno forzato dei docenti non italiani e la chiusura di tutti gli istituti didattici slavi, andarono di pari passo con l’esaltazione del nazionalismo italiano e la diffusione della propaganda del regime. La discriminazione non risparmiò neppure il clero croato e sloveno, già soggetto all’intimidazione e alla violenza squadrista prima del 1922. I preti “allogeni” finirono nel mirino del regime perché considerati anti-italiani e “agenti sobillatori”. Ecco quindi la “romanizzazione delle funzioni del culto” e il tentativo di vietare l’uso della madrelingua nelle funzioni religiose. «I maestri slavi, i preti slavi, i circoli di cultura slavi sono tali anacronismi e controsensi in una regione annessa da ben nove anni e dove non esiste una classe intellettuale slava, da indurre a porre un freno immediato alla nostra longanimità e tolleranza», scriveva nel 1927 “Il Popolo di Trieste”, l’organo della federazione fascista giuliana. Durissime furono anche le conseguenze economiche della politica di snazionalizzazione del regime. Tra il 1928 e il 1930 furono sciolte le leghe delle cooperative di Gorizia e Trieste, così che i contadini slavi, privati del sostegno delle Casse rurali e delle cooperative di acquisto e vendita, s’indebitarono sempre di più e furono costretti a vendere le loro proprietà. Per meglio realizzare la “bonifica etnica” fu costituito nell’agosto 1931 l’ “Ente per la rinascita agraria delle Tre Venezie”, un organo che rilevava le terre messe all’asta per assegnarle ai coloni italiani delle vicine zone agricole. Gli antichi possidenti slavi che decisero di non emigrare finirono così per diventare coloni al servizio dei nuovi proprietari italiani. Tutta questa serie di provvedimenti, volti all’ italianizzazione forzata ed alla perdita della stessa coscienza dell’identità nazionale nelle minoranze slave, sono stati interpretati da uno dei maggiori storici giuliani del ‘900, Elio Apih, come tentato “genocidio culturale”. La repressione del regime comportò la decisa opposizione dell’ élite culturale e di molti giovani slavi. Non bisogna dimenticare che la componente più forte e radicata dell’antifascismo della Venezia Giulia fu costituita proprio dagli irredentisti sloveni e croati. Contro costoro sarà particolarmente intensa, per tutto il Ventennio, l’opera di controllo sociale e repressione poliziesca del regime, che poteva valersi di una rete diffusa di confidenti e delatori. Un’analisi della composizione sociale, degli ideali e dei metodi dell’opposizione slava al regime nella Venezia Giulia è stata fornita dalla storica Anna Maria Vinci: «Si tratta di giovani (studenti, intellettuali ma anche operai  e contadini) che per primi vengono allo scoperto, usando in molti casi l’arma dell’azione terroristica. Sono giovani che spesso intrecciano la causa del riscatto sociale alla rabbia del riscatto nazionale. Da una parte, irredentisti e nazionalisti, a volte sfiorati dagli ideali propri del socialismo; dall’altra, comunisti, sostenitori di ampie rivendicazioni a favore del popolo sloveno e croato. Essi sono portatori di un magma di idee che li rende figure nuove ed esemplari all’interno dell’universo frantumato dell’antifascismo giuliano, dove alle divisioni consolidate, proprie di tutte l’antifascismo italiano, si aggiungono quelle riconducibili al nodo irrisolto della questione nazionale». Alla fine degli anni ’20, dall’ala nazional-liberale dell’irredentismo slavo si formò un’organizzazione clandestina, il TIGR (dalle iniziali delle città e dei territori rivendicati, ossia Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka), che s’ispirava all’ IRA irlandese (Irish Republican Army). Gli attivisti del TIGR si dedicavano alla propaganda antifascista, all’organizzazione di corsi di lingua slovena e croata, alla diffusione di stampa clandestina, alle azioni di spionaggio e sabotaggio condotte in collaborazione con gli irredentisti jugoslavi ed i membri italiani della Concentrazione antifascista, fino a giungere all’azione terroristica vera e propria, con l’organizzazione di attentati ai danni delle caserme, degli asili e delle scuole italiane, dei collaborazionisti slavi e delle sedi e dei simboli dell’oppressione fascista. Nonostante la limitatezza delle azioni armate del TIGR, tra gli atti più eclatanti compiuti dai suoi militanti si ricordano: l’azione armata contro gli elettori croati condotti a votare per il Plebiscito del 1929, che causò una vittima e provocò la condanna a morte del croato Vladimir Gortan, in quella che fu la prima trasferta del Tribunale speciale al confine orientale; alcuni attentati incendiari contro le scuole di Sgonico, Cattinara e Prosecco; l’atto dimostrativo contro il Faro della Vittoria a Trieste  nel 1930 e, il 10 febbraio dello stesso anno, l’attentato compiuto dal ramo triestino del TIGR, la “Borba” (“Lotta”) alla sede de “Il Popolo di Trieste”, l’organo del Pnf locale che sosteneva con veemenza la necessità della snazionalizzazione. In quest’ultimo caso, la bomba posta dagli irredentisti provocò una vittima –il redattore Guido Neri- e tre feriti; sul luogo dell’attacco fu anche lasciata una copia di “Giustizia e Libertà” del novembre 1929, che riportava uno scritto di Mussolini quando era ancora socialista: «Convengo senza discussione che le bombe non possono costituire, in tempi normali, un mezzo d’azione socialista. Ma quando un governo, sia repubblicano, sia monarchico, vi perseguita o vi getta fuori dalla legge e dall’umanità, oh!, allora non bisognerebbe maledire la violenza, anche se fa vittime innocenti». Le indagini delle autorità fasciste per la ricerca dei colpevoli si appuntarono sulla cellula triestina del TIGR, rilevando l’ormai notevole estensione dell’intera organizzazione, non solo a Trieste ma anche nel Goriziano e nel Carso. L’istruttoria dei processi celebrati contro l’organizzazione irredentista rilevò circa un centinaio di azioni violente compiute dai suoi militanti nel territorio della Venezia Giulia. Generalmente, si trattava di azioni dimostrative volte a impedire la diffusione di sentimenti filo-fascisti ed a sollevare il malcontento verso la dittatura tra le minoranze. Nel settembre ’30 il Tribunale speciale si trasferì nuovamente a Trieste, per l’occasione blindata e pullulante di cronisti italiani e stranieri. Obiettivo: giudicare in un maxiprocesso i responsabili degli ultimi attentati per stroncare definitivamente il movimento ribellistico nel triestino. Dopo un breve dibattimento, alle ore 5:44 del 6 settembre 1930 Miloš, Marušič, Bidovec e Valenčič, ritenuti i principali colpevoli delle attività della “Borba”, furono portati al poligono di tiro di Basovizza e qui fucilati alle spalle da un plotone di esecuzione della 58.a Legione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn). Il Tribunale speciale emise anche altre cinque condanne ad oltre 15 anni di reclusione. La dura repressione scompaginò le file della “Borba” ma non valse a frenare il ribellismo, tanto che nel dicembre 1941 il Tribunale speciale trasmigrò nuovamente a Trieste per emettere nove condanne a morte, 23 a trent’anni di carcere ed altre pene minori per un totale di ben 666 anni di reclusione ai danni degli attivisti del TIGR. Dopo la liberazione dal nazi-fascismo, il 9 settembre 1945 fu inaugurato un monumento in memoria dei quattro “eroi di Basovizza”: da allora ogni domenica successiva al 6 settembre si tiene una commemorazione ufficiale, ancora oggi fonte di polemiche e divisioni. Nella cerimonia del 12 settembre 2010, lo storico Raoul Pupo, sostenitore della necessità di raggiungere una condivisione sul terreno dei giudizi storici frutto di analisi critica, ha delineato i tre passi necessari per la riconciliazione, al di là dell’obiettivo irraggiungibile della memoria condivisa: «Il primo passo è quello del riconoscimento della memoria altrui, che in alcuni casi può diventare autentica scoperta -in genere da parte degli italiani nei confronti di sloveni e croati- di un patrimonio umano e civile largamente sottovalutato. Il secondo passo è quello del rispetto delle memorie sofferenti, che non interferisce con le valutazioni storiche e politiche. Il terzo è quello della purificazione della memoria, termine che non ha un particolare significato religioso, perché vuol dire semplicemente la disponibilità a considerare anche i lati oscuri della propria memoria con la quale pure si rimane solidali».

(Marco Grilli)

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