remove_action('wp_head', 'wp_generator'); strategia della tensione – Grossetocontemporanea http://www.grossetocontemporanea.it Progetto "Crescere...Giovani!" | Innovazione, conoscenza, comunicazione Thu, 05 Jun 2014 14:26:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.2.8 “Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991” di Giacomo Pacini (Einaudi storia, 2014) http://www.grossetocontemporanea.it/le-altre-gladio-la-lotta-segreta-anticomunista-italia-1943-1991-di-giacomo-pacini-einaudi-storia-2014/ Thu, 05 Jun 2014 13:38:18 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=818 le_altre_gladioIn alcuni messaggi che ho ricevuto una volta annunciata l’uscita del libro, da un lato mi è stato chiesto se contiene rivelazioni clamorose sulle stragi di Stato e sulle collusioni tra fascisti e servizi deviati, dall’altro se non è il “solito” libro che accusa Gladio di ogni nefandezza, invitandomi a ricordare che in sede penale i responsabili di tale struttura sono stati assolti.
In entrambi i casi la risposta è stata semplice; no, non si tratta di questo.
Il libro cerca di ricostruire come negli anni della guerra fredda in Italia venne combattuto il comunismo, rintracciando le radici, tanto politico-ideologiche quanto operative delle varie strutture segrete anticomuniste (di cui Gladio fu solo la più nota) sorte fin dall’immediato dopoguerra. Il tentativo è quello di lumeggiare una parte finora sconosciuta della storia d’Italia attraverso l’utilizzo di decine di documenti inediti tratti da archivi pubblici e privati, ma provando a superare la storia cosiddetta “giustiziera”, visto che troppo spesso, specie su questi argomenti, si è scritto con intenti o apologetici o inquisitori, comunque lontani dal necessario distacco che deve avere chi è interessato a una seria analisi storica.
Non fu un reato combattere il comunismo; la lotta anticomunista in Italia (anche nella sua dimensione segreta) fu del tutto legittima e nei primi anni novanta l’allora sinistra commise un grave errore allorché criminalizzò indistintamente l’intero universo anticomunista mettendo legale ed illegale dentro un unico calderone. Ma è altrettanto vero che in questi ultimi anni da destra si è persa un’occasione storica per fare chiarezza una volta per tutte sul ruolo che determinati settori del neofascismo hanno avuto in alcune delle più drammatiche vicende della nostra storia. Perché la lotta anticomunista in Italia ebbe anche delle gravi degenerazioni che alla luce dei documenti oggi disponibili non ha senso continuare a negare. Una certa pubblicistica di sinistra ha fatto di queste degenerazioni l’unica chiave interpretativa della storia dell’Italia Repubblicana, come se il cinquantennio democristiano possa essere descritto come una sorta di catena di complotti per fermare il Pci. Il che è grossolano e soprattutto non corrispondente alla realtà. E tuttavia non riconoscere l’esistenza di simili degenerazioni, come ha cercato di fare negli ultimi anni certa pubblicistica di destra, vuol dire non voler fare i conti con quell’oscuro passato.
Il libro, in definitiva, tenta di ricostruire la storia legale e non legale della lotta anticomunista in Italia. Ma evitando giudizi categorici o perentori e per questo se, al termine della lettura, chi ritiene che la lotta anticomunista in Italia sia stata solo una sequela di bombe e stragi fasciste e chi, al contrario, nega che tale lotta abbia conosciuto simili gravissime deviazioni, rimarrà deluso, credo che avrà raggiunto uno dei suoi obiettivi.

Sinossi
La ricerca prende avvio dai convulsi giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando la nuova intelligence del governo del Sud ritenne necessario, accanto alle forze armate regolari, creare dei nuclei clandestini in grado di agire contro il nemico mediante forme di guerriglia e sabotaggio. L’attenzione è poi rivolta al cruciale momento del passaggio dalle strutture segrete antinaziste a quelle che, nell’immediato dopoguerra, cominciarono a operare in funzione anticomunista e per questo ci si sofferma in modo particolare su quanto accadde in Friuli Venezia Giulia. E’ qui infatti che si trovano i presupposti, tanto politico-ideologici quanto operativi, delle formazioni stay behind, le cui radici affondano nell’insanabile contrasto che durante la lotta di Resistenza si creò fra i partigiani comunisti delle brigate Garibaldi e i partigiani cattolici e liberali delle brigate Osoppo. Nei territori giuliani e friulani alcune primordiali strutture anticomuniste nacquero in modo pressoché spontaneo fin dall’estate del 1945 per volontà di quegli osovani che erano determinati a difendere la regione dal pericolo di una aggressione titina e ricevettero ben presto un decisivo supporto istituzionale da parte del governo italiano. A inizio 1947, una volta aumentata la consistenza numerica e perfezionato l’addestramento, da queste embrionali organizzazioni ebbe origine la più importante struttura di tipo stay behind sorta in Italia nel dopoguerra, la “Osoppo-Terzo Corpo Volontari della libertà” dalla quale, nel 1956, provennero le prime unità operative di Gladio.
Se il Friuli-Venezia Giulia fu il principale laboratorio nel quale vennero sperimentate e portate a compimento le più importanti entità prodromiche a Gladio, nel corso degli anni quaranta anche in altre zone dell’Italia settentrionale numerosi partigiani cattolici e liberali, una volta conclusa la lotta contro il nazifascismo, rimasero in armi e entrarono a far parte di strutture segrete create in funzione anticomunista. Di assoluto rilievo in Lombardia fu il ruolo giocato da un’organizzazione denominata “Movimento Avanguardista Cattolico Italiano” (Maci), originariamente fondata nel 1919 dall’allora arcivescovo di Milano monsignor Andrea Ferrari. Tale struttura faceva capo a un comando centrale situato a Milano e disponeva in quasi tutte le province lombarde di cellule capaci di tenere costantemente informato il Centro su ogni possibile azione sovversiva dei comunisti.
Una volta ricostruite le origini dell’Operazione Gladio, nella seconda parte del libro, si cerca di fare chiarezza sull’effettivo ruolo avuto da tale struttura nella storia d’Italia al fine soprattutto di capire se essa fu o meno coinvolta nelle vicende della cosiddetta strategia della tensione.

(Giacomo Pacini)

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Settembre 1963: così i Servizi pianificavano la strategia della tensione http://www.grossetocontemporanea.it/settembre-1963-cosi-i-servizi-pianificavano-la-strategia-della-tensione/ Fri, 08 Feb 2013 15:00:28 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=129 1974 | Immagine della strage di piazza della Loggia a Brescia

“Bisogna creare gruppi di attivisti, di giovani, di squadre che possono

usare tutti i sistemi, anche quelli non ortodossi, della intimidazione,

della minaccia, del ricatto, della lotta di piazza, dell’assalto,

del sabotaggio, del terrorismo”.

Queste parole sono tratte da una relazione riservata (rimasta per decenni coperta da segreto e resa nota nell’ambito dell’ultimo processo sulla strage di Piazza della Loggia) che il 12 settembre 1963 il colonnello Renzo Rocca, responsabile del cosiddetto Ufficio Rei del Sifar (il Servizio segreto militare, all’epoca guidato dal generale Egidio Viggiani) inviò all’allora capo del reparto D (controspionaggio) del Servizio, generale Giovanni Allavena (il cui nome comparve nelle liste della P2) per riassumergli quelli che, a suo dire, erano i modi migliori per condurre: “una efficiente, seria e globale azione anticomunista in Italia”. Una “azione” che, si legge, non doveva essere passiva, ma “offensiva e aggressiva” e che andava attuata “con tutti i mezzi a disposizione, leciti e illeciti”, perché contro il comunismo “la difesa non basta” e chi si limita a difendersi “è già sconfitto”. Per fermare l’avanzata della sinistra era perciò necessario utilizzare persone e organizzazioni che conoscevano bene i principi “della guerra psicologica, della guerra non ortodossa, della lotta clandestina, delle tattiche di disturbo (…) della tecnica della provocazione (…)”[1].

Quello che presentiamo è un documento di grande rilevanza storica, che ci riporta indietro di cinquanta anni, alle origini della strategia della tensione e che dimostra in modo inequivocabile che per un preciso settore dei servizi segreti italiani era legittimo ricorrere anche al terrorismo e alla provocazione politica se questo serviva a fermare l’opposizione di sinistra.

Al centro di tutto l’enigmatica figura del colonnello Renzo Rocca, responsabile della branca dei servizi segreti (l’Ufficio Rei) che ufficialmente avrebbe dovuto occuparsi di controspionaggio industriale e del controllo della esportazione di armamenti ma che, evidentemente, aveva compiti ben più ampi e illegali. Ancora oggi, peraltro, restano oscure le cause delle morte del colonnello, ufficialmente avvenuta per suicidio il 27 giugno 1968, pochi giorni prima di essere chiamato a deporre davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul Piano Solo (come era stato denominato il tentativo di colpo di stato che, secondo quanto denunciarono Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi sull’Espresso del 10 maggio 1967, sarebbe stato organizzato dal generale dei carabinieri, ed ex capo del Sifar, Giovanni De Lorenzo nell’estate 1964).

All’epoca, fu proprio davanti a quella commissione d’inchiesta che Lino Jannuzzi accusò apertamente Rocca di essere stato il responsabile della organizzazione di formazioni paramilitari clandestine da utilizzare a fini di provocazione. Nel maggio 1968, poi, sulla rivista l’Astrolabio Ferruccio Parri scrisse che Rocca aveva arruolato squadre di provocatori da mandare in piazza durante manifestazioni o scioperi organizzati dalla sinistra al fine di farli degenerare. Accuse a Rocca di essere stato coinvolto nella elaborazione di piani anticomunisti finanziati dai settori più conservatori del mondo industriale erano contenute anche nel volume di Ruggero Zangrandi Inchiesta sul Sifar, pubblicato nel maggio 1970. Nel corso degli anni queste affermazioni sono state più volte liquidate come dietrologie senza prove, ma esse trovano oggi una incontrovertibile conferma documentale. Parri, in particolare, aveva sostenuto che i provocatori assoldati da Rocca erano stati tra i responsabili dei gravi incidenti avvenuti a Roma in Piazza Santi Apostoli durante lo sciopero dei lavoratori edili svoltosi il 9 ottobre 1963. Il fatto che appena un mese prima di quello sciopero, come si è visto, Rocca auspicasse proprio la creazione di gruppi di “attivisti” da utilizzare contro la sinistra dimostra quanto esatta fosse l’intuizione dell’ex comandante partigiano.

D’altronde, già a inizio novanta, quando vennero resi noti i verbali (per anni coperti da segreto) delle deposizioni rese davanti alla Commissione di inchiesta Beolchini (istituita a fine anni sessanta, prima di quella sul Piano Solo, col compito di fare luce sulle attività di spionaggio illegale poste in essere dal Sifar di De Lorenzo) si apprese che diversi testimoni avevano sostenuto che l’Ufficio Rei sotto la gestione Rocca non si era occupato solo di controspionaggio industriale. In particolare, il generale dei carabinieri Cosimo Zinza, in servizio al Rei dal 1958 al 1960, aveva affermato che quell’Ufficio: “Si occupava delle attività più disparate e più delicate e che esulavano molte volte dai compiti specifici spesso assegnati. Il colonnello Rocca era introdotto in tutti gli ambienti e la sua attività era la più imprevedibile in quanto gli venivano affidati degli incarichi particolarmente delicati”. Di più il generale Zinza non disse, né gli venne chiesto, ma oggi siamo finalmente in grado di conoscere quali erano questi incarichi “particolarmente delicati” affidati a Rocca.

Tornando dunque alla relazione che il colonnello scrisse nel settembre 1963, in primo luogo egli si preoccupava di organizzare un nuovo tipo di propaganda anticomunista, visto che quella portata avanti fino ad allora dai vari organi di stampa di centro o di destra era talmente paludata e contorta da risultare perfino dannosa. La propaganda invece doveva essere: “continua, totale, pesante, massiccia, elementare (…) e senza riguardi per nessuno” e ovviamente non doveva limitarsi alla sola stampa, ma, attraverso messaggi semplici e elementari, utilizzare radio, televisioni, riunioni, raduni, convegni, fino ad arrivare alle fabbriche, ai mercati rionali o addirittura a domicilio. Gli italiani, però, “leggono poco” e la propaganda, sosteneva il colonnello, anche se ben condotta, da sola non poteva bastare. Per questo ad essa dovevano necessariamente essere affiancate anche delle attività “esecutive ed operative”. Ed era a questo punto che Rocca affermava che, per fermare la sinistra, bisognava “creare” dei gruppi di attivisti capaci di utilizzare qualsiasi mezzo, anche il sabotaggio, l’intimidazione, la minaccia, il ricatto e il terrorismo.  Si tratta di un passo che nemmeno richiederebbe commento, tanto è chiaro nel prefigurare i futuri scenari della strategia della tensione.

“Non bisogna dare tregua al comunismo” continuava il colonnello  “bisogna aggredirlo in tutti i campi delle sue attività con tutti i mezzi a disposizione, leciti e illeciti (…). Occorre rendere difficile la vita alle organizzazioni comuniste. Controlli fiscali, tasse, revoche di concessioni, tattiche dello scoraggiamento, dell’insabbiamento, del far perdere tempo”. Non solo; tutte quelle iniziative popolari che il comunismo utilizzava come mezzo di penetrazione tra il popolo (per esempio sale cinematografiche, sale da ballo, circoli ricreativi, associazioni culturali) dovevano essere: “isolate, boicottate, danneggiate”.

Se la lotta al comunismo fino ad allora era fallita, insisteva, era anche colpa del fatto che per troppo tempo ci si era affidati a persone: “assolutamente incompetenti che hanno operato con criteri errati e metodi da dilettanti”. Servivano invece uomini esperti nei principi della guerra psicologica, non ortodossa e clandestina, l’unica che avrebbe potuto portare a dei risultati concreti. Per questo Rocca proponeva di creare un comitato segreto “ristrettissimo” composto da persone attentamente selezionate cui affidare “la suprema direzione delle iniziative anti Pci”. Tale comitato, secondo lo schema operativo del colonnello, avrebbe dovuto avere voce in capitolo sulle operazioni anticomuniste e sul loro finanziamento, sollecitando gli interventi necessari in sede politica, governativa e economica. Di fatto, agendo come un vero e proprio governo ombra.

Nella lotta al comunismo, inoltre, tutti dovevano essere coinvolti, dai parroci, alle organizzazioni religiose, sindacali, di stampa, universitarie, fino ai gruppi di azione di centro e di destra. Rocca faceva poi un non del tutto chiaro riferimento a attività e organizzazioni anticomuniste già attive e che avrebbero fatto capo a “noti uomini politici”. Tra di essi citava l’ex senatore del Pci Eugenio Reale (uscito dal partito nel 1956 dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria), il repubblicano Randolfo Pacciardi, il socialdemocratico Alfredo Crocco e i democristiani Mario Scelba, Guido Gonella e Giulio Andreotti. Non sappiamo quali fossero queste “attività e organizzazioni anticomuniste”, ma un simile riferimento pone la questione di quello che era il grado di conoscenza dei piani del colonnello Rocca da parte della classe politica di governo dell’epoca. In particolare da parte del ministro della Difesa Giulio Andreotti, al cui dicastero facevano capo i Servizi segreti militari. E’ credibile che i progetti eversivi del colonnello gli fossero ignoti? Anche in questo caso non siamo in grado di dare una risposta certa, ma davanti a un documento del genere, quand’anche non vi sia stata una responsabilità diretta del titolare del ministero della Difesa (in effetti non dimostrata), è difficile sfuggire a una sua responsabilità politica. Perché come ha scritto l’ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino ci sono delle circostanze nelle quali un politico è responsabile anche di ciò che non sa, se aveva il dovere di saperlo; anche di ciò che non voleva accadesse, se aveva il dovere di impedirlo.

Ma più di ogni altra parola conta a questo punto leggere la relazione del colonnello Rocca che qui presentiamo in versione integrale e il cui originale, come detto, fa parte degli atti dell’ultimo processo sulla strage bresciana di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (atti che sono oggi consultabili anche in forma digitale grazie all’encomiabile lavoro svolto dalla associazione Casa della Memoria di Brescia guidata da Manlio Milani, presidente dell’associazione dei familiari dei caduti di Piazza della Loggia). Solo un’ultima precisazione; per quanto possa apparire sconcertante sarebbe tuttavia un errore ritenere che il contenuto di questo documento costituisca una “rivelazione clamorosa”. Esso fornisce semmai una ulteriore e inequivocabile conferma di quello che numerose ricerche, testimonianze e indagini giudiziarie hanno già dimostrato. Ovvero che se nei primi anni sessanta a livello politico iniziò un avvicinamento (pur fra mille difficoltà) fra Dc e Psi che sfociò nel primo governo organico di centrosinistra del dicembre 1963 (con Aldo Moro presidente del consiglio e Pietro Nenni suo vice), a livello sotterraneo si assistette a una sorta di opposta convergenza che vide una progressiva osmosi tra spezzoni dell’anticomunismo conservatore e spezzoni dell’anticomunismo fascista. I moti di piazza del luglio 1960 e la conseguente caduta del governo di Fernando Tambroni, appoggiato dal Msi, erano stati uno choc per larga parte degli apparati dello Stato e fu a partire da quel 1960 che settori dei servizi segreti o del mondo militare iniziarono a muoversi in modo sempre più autonomo, cercando punti di riferimento nella estrema destra (finita ai margini del gioco politico dopo la caduta di Tambroni), in quei settori della Dc contrari all’accordo col Psi o in quelle aree industriali che vedevano l’apertura a sinistra come una sciagura economica. Ed è in questo preciso contesto storico (qui necessariamente sintetizzato) che va calato il documento del colonnello Renzo Rocca (redatto due mesi prima della nascita del primo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro) che, appunto, non fornisce rivelazioni sensazionali ma mette in luce una volta di più quale fu il retroterra di quella tragica stagione che è passata alla storia col nome di “strategia della tensione”.

(a cura di Giacomo Pacini)

[1] Il documento è contenuto all’interno del fascicolo n. 1962-2-21-32 intestato: “Aspetti dell’azione anticomunista in Italia e suggerimenti per attuare una politica anticomunista”.

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Strage di Bologna: l’inconsistenza della pista palestinese http://www.grossetocontemporanea.it/strage-di-bologna-linc/ Fri, 14 Dec 2012 18:09:53 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=7 box_strage_bolognaDopo il volume del presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi, scritto con il giornalista Rai Roberto Scardova, arriva in libreria la preannunciata risposta dell’onorevole Enzo Raisi, da sempre uno dei più acerrimi avversari della verità giudiziaria sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 (per la quale sono stati condannati con sentenza definitiva i tre componenti dei Nar, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini).

Questo libro è stato preceduto da un forte battage pubblicitario con ripetuti annunci relativi alla pubblicazione al suo interno di “straordinari” documenti inediti che avrebbero dimostrato la assoluta giustezza di una delle più note piste alternative a quella sancita dal giudicato penale, ossia la matrice palestinese della strage.

La lettura del libro ridimensiona queste aspettative.

Come noto, secondo i sostenitori della pista palestinese, la strage di Bologna sarebbe stata la vendetta del Fronte Popolare della Liberazione della Palestina (Fplp) per l’arresto, avvenuto nel novembre 1979, di uno dei suoi massimi dirigenti in Italia, Abu Anza Saleh, e del relativo sequestro di due lanciamissili di proprietà dello stesso Fplp. E il fatto che il 2 agosto 1980, a Bologna, sia stata accertata la presenza di un tale Thomas Kram, all’epoca militante nella organizzazione della estrema sinistra tedesca Cellule Rivoluzionarie (RZ), dimostrerebbe in maniera inequivocabile che la mano che colpì nel capoluogo felsineo non fu fascista. Thomas Kram, insomma, sarebbe il responsabile materiale del più grave attentato terroristico avvenuto in Europa dal 1945 in poi.

A questo scenario (di cui si discute ormai dal 2005) Raisi non aggiunge nulla di nuovo, limitandosi per lunghi tratti del libro a ribadirne la validità.

Ora, se a una prima e superficiale lettura, la teoria di una pista palestinese può apparire suggestiva e perfino convincente (spesso anche per il modo con il quale viene mediaticamente presentata) una analisi più attenta ne dimostra la assoluta fragilità.

Thomas Kram il 2 agosto 1980 era a Bologna. Questo lo sappiamo con certezza, perché il giorno precedente venne identificato alla frontiera di Chiasso mentre entrava regolarmente sul territorio italiano e perché la sera del 1 agosto si registrò col proprio nome e cognome in un albergo bolognese. Ma si può allora razionalmente credere che un soggetto che il 1 agosto 1980 viene controllato alla frontiera e che la sera si registra col proprio nome in un albergo di Bologna, il giorno dopo vada a mettere, volontariamente, una bomba nella stazione della stessa città?  Assurdo; mancava solo un annuncio sul Resto del Carlino….

E spiegare (come fanno Raisi e i sostenitori della pista palestinese) una simile illogicità col fatto che era “tipico” degli uomini delle RZ non agire in clandestinità, ma usare i propri documenti e che quindi proprio l’essersi presentato in hotel col suo vero nome dimostra che Kram, quel 2 agosto, era certamente coinvolto in qualcosa di losco, risulta non solo risibile, ma perfino grottesco. Proviamo, infatti, a ipotizzare in astratto che quel giorno Kram avesse usato documenti falsi; è evidente che agli occhi di chi, come Raisi, è a priori convinto della sua colpevolezza un simile atteggiamento sarebbe apparso ugualmente (se non di più) ambiguo. Insomma, qualsiasi cosa Kram avesse fatto in quell’inizio agosto 1980, comunque la si sarebbe associata alla strage.

E qui emerge plasticamente la scarsa attitudine alla ricerca storica dei sostenitori della pista palestinese. I quali partono sistematicamente dalle conclusioni (ovvero che “sono stati i palestinesi”) per poi cercare le prove che danno loro ragione. Col risultato che, ritenendo a priori giusta la loro tesi di partenza, finiscono  per sovradimensionare questioni che sembrano avvalorarla, sottovalutandone le numerose incongruenze.

D’altronde; ma se (come Raisi e co. hanno ripetutamente scritto in tutti questi anni), la strage di Bologna è stata la vendetta palestinese per l’arresto di Saleh e il sequestro dei lanciamissili avvenuto a Ortona a fine 1979, perché Saleh ottenne la libertà provvisoria solo nell’agosto 1981? (per inciso quando a capo del governo c’era Giovanni Spadolini, il premier più filo-israeliano del dopoguerra).

Ma come? Ma se proprio la questione Saleh era una delle ragioni (se non la ragione principale) che stava alla base della atroce vendetta del Fplp del 2 agosto 1980, perché in quell’intero anno successivo alla strage (mentre Saleh rimane in carcere) di “vendette” del Fplp contro l’Italia non ve ne sono altre, dato che la bomba di Bologna, evidentemente, non era servita a niente?

Per non dire poi di quanto possa essere assurdo anche il solo ipotizzare che nell’agosto 1980, a meno di due mesi dal Consiglio Europeo del 12/13 giugno 1980, svoltosi proprio in Italia (a Venezia) e dove per la prima volta (in gran parte per volontà italiana) si riconobbe il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, gli stessi palestinesi possano aver volontariamente fatto saltare in aria una stazione ferroviaria italiana massacrando decine di civili.

Quanto alle minacce del Fplp per l’arresto di Saleh del novembre 1979 (alle quali i teorici della pista palestinese attribuiscono una importanza apicale) se prendiamo i documenti dell’estrema destra dell’epoca, minacce di azioni terroristiche (proprio contro  treni e stazioni) ne troviamo ben peggiori. Un esempio su tutti (ragioni di spazio impediscono di inserirne altri) è il documento (intitolato “Da Tuti a Mario Guido Naldi”) che fu ritrovato in una cabina telefonica proprio a Bologna in via Irnerio a fine agosto 1980. Nel testo (e  la sua riconducibilità a ambienti neofascisti è fuori discussione. Una copia fu ritrovata perfino nella cella del fascista toscano Mario Tuti) si auspicavano in modo inequivocabile azioni di terrorismo indiscriminato atte a seminare il panico tra la folla. Usando lo stesso metro di valutazione dei sostenitori della pista palestinese, se fossimo, a prescindere, convinti della matrice fascista della strage di Bologna, un documento del genere lo interpreteremmo come una conferma inoppugnabile della giustezza della nostra tesi.

Beninteso, qualunque sentenza, in sede di discussione storica, può essere messa in discussione, ma se si critica il fatto che il processo di Bologna contro i tre Nar, poi condannati con sentenza definitiva e passata in giudicato, è stato indiziario, non si faranno mai passi avanti se, con indizi più labili se non del tutto inesistenti, si avallano fumose e indimostrate piste internazionali.

E d’altronde è lo stesso Raisi, nella parte finale del suo libro, a dimostrare che lui per primo non crede fino in fondo alla tesi della vendetta palestinese (di cui pure parla a lungo). Infatti, dopo decine di pagine spese per spiegare che a Bologna ci fu una ritorsione del Fplp, nell’ultimo capitolo che fa l’onorevole? Sostiene che “forse”, quel 2 agosto 1980, a Bologna potrebbe essere anche accaduto un “semplice” incidente. E qui tira in ballo una delle povere vittime della strage, il giovane Mauro Di Vittorio, al quale attribuisce una possibile responsabilità nell’aver trasportato un carico di esplosivo che poi, forse accidentalmente, saltò in aria. Sorvolando su quanto possa essere di cattivo gusto (senza alcuna prova, ma solo sulla base di ipotesi), attribuire la responsabilità di una simile strage a una delle vittime di quell’attentato, ci limitiamo a segnalare che, tirando fuori una tale teoria, in un colpo solo Raisi fa piazza pulita di tutto il dibattito sulla pista palestinese degli ultimi 8 anni (nonché di tutta la prima parte del suo libro). Perché è evidente che se si trattò di un incidente, allora non ci fu nessuna vendetta, né alcun rilievo in questa vicenda ebbero la questione Saleh e gli arresti di Ortona del novembre 1979.  Le due teorie, evidentemente, non possono stare insieme e produce perciò un involontario effetto comico leggere nel libro di Raisi decine di pagine in cui si sostiene la giustezza della tesi n. 1 (vendetta palestinese) e successivamente altre pagine in cui si dà per possibile la tesi n.2 (quella dell’incidente che coinvolse il povero Di Vittorio).

L’onorevole Raisi nella introduzione al libro tiene a sottolineare che esso è il frutto di 15 anni di lavoro e di ricerche. Ecco, a noi questa pare un’aggravante. Ci auguriamo soltanto che prima o poi qualcuno porga doverose scuse alla famiglia del povero Mauro Di Vittorio.

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