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Da Danubio di Claudio Magris:
I colpi di pistola di Sarajevo hanno impedito a Francesco Ferdinando di porsi in capo quella corona, ma anche se fosse divenuto imperatore e se avesse regnato a lungo come Francesco Giuseppe, egli non sarebbe stato sepolto nella cripta dei Cappuvccini, come i suoi avi: voleva riposare accanto alla moglie e quest’ultima, Sophie Chotek von Chotowa und Wognin, era soltanto contessa, appartenente a una delle più antiche famiglie della nobiltà ceca, e come tale non aveva diritto di venire accolta nella cripta imperiale asburgica, così come il suo lignaggio troppo modesto le impediva, dopo il matrimonio con l’erede al trono, di risiedere nella Hofburg e di accedere alle carrozze o ai palchi imperiali. Ora giacciono entrambi nella cripta della chiesa di Arstetten, adiacente al castello, in due sarcofaghi bianchi e semplicissimi. Di “Franciscus Ferdinandus, Archidux d’Austria-Este” la lapide non ricorda né la qualifica di erede al trono né altri titoli o fasti; la sua esistenza è riassunta, in latino, in tre eventi essenziali, accompagnati dalle rispettive date: Natus, Uxorem duxit, obiit.…
A quel matrimonio erano stati avversi tutti… il livore dell’aristocrazia di corte nei confronti di Francesco Ferdinando rivela la volgarità di ogni gruppo sociale che si ritiene un’élite e crede di escludere gli altri, mentre è esso che si chiude fuori del mondo…
Nelle stanze del castello di Artstetten…alcune fotografie mostrano la sequenza dell’attentato di Sarajevo, così simile a quello di Dallas; in quegli attimi, tra una fotografie e l’altra, sono partiti i colpi di pistola del suicidio d’Europa – forse, per le tortuose vie dell’astuzia della ragione, quei colpi, che ci hanno ferito a morte, hanno anche iniziato la liberazione dei paesi d’Asia e d’Africa, che le vecchie potenze europee, unite, avrebbero potuto continuare a dominare e sfruttare.
Libri:
Roberto Coaloa, Franz Ferdinand. Da Mayerling a Sarajevo, Parallelo 45, Piacenza 2014
Gilberto Forti, A Sarajevo il 28 giugno, Adelphi, Milano 1984
Karl Krauss, Elogio della vita a rovescio, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1988
Film:
Maudite soit la guerre, regia di Alfred Machin, 1914
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In alcuni messaggi che ho ricevuto una volta annunciata l’uscita del libro, da un lato mi è stato chiesto se contiene rivelazioni clamorose sulle stragi di Stato e sulle collusioni tra fascisti e servizi deviati, dall’altro se non è il “solito” libro che accusa Gladio di ogni nefandezza, invitandomi a ricordare che in sede penale i responsabili di tale struttura sono stati assolti.Sinossi
La ricerca prende avvio dai convulsi giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando la nuova intelligence del governo del Sud ritenne necessario, accanto alle forze armate regolari, creare dei nuclei clandestini in grado di agire contro il nemico mediante forme di guerriglia e sabotaggio. L’attenzione è poi rivolta al cruciale momento del passaggio dalle strutture segrete antinaziste a quelle che, nell’immediato dopoguerra, cominciarono a operare in funzione anticomunista e per questo ci si sofferma in modo particolare su quanto accadde in Friuli Venezia Giulia. E’ qui infatti che si trovano i presupposti, tanto politico-ideologici quanto operativi, delle formazioni stay behind, le cui radici affondano nell’insanabile contrasto che durante la lotta di Resistenza si creò fra i partigiani comunisti delle brigate Garibaldi e i partigiani cattolici e liberali delle brigate Osoppo. Nei territori giuliani e friulani alcune primordiali strutture anticomuniste nacquero in modo pressoché spontaneo fin dall’estate del 1945 per volontà di quegli osovani che erano determinati a difendere la regione dal pericolo di una aggressione titina e ricevettero ben presto un decisivo supporto istituzionale da parte del governo italiano. A inizio 1947, una volta aumentata la consistenza numerica e perfezionato l’addestramento, da queste embrionali organizzazioni ebbe origine la più importante struttura di tipo stay behind sorta in Italia nel dopoguerra, la “Osoppo-Terzo Corpo Volontari della libertà” dalla quale, nel 1956, provennero le prime unità operative di Gladio.
Se il Friuli-Venezia Giulia fu il principale laboratorio nel quale vennero sperimentate e portate a compimento le più importanti entità prodromiche a Gladio, nel corso degli anni quaranta anche in altre zone dell’Italia settentrionale numerosi partigiani cattolici e liberali, una volta conclusa la lotta contro il nazifascismo, rimasero in armi e entrarono a far parte di strutture segrete create in funzione anticomunista. Di assoluto rilievo in Lombardia fu il ruolo giocato da un’organizzazione denominata “Movimento Avanguardista Cattolico Italiano” (Maci), originariamente fondata nel 1919 dall’allora arcivescovo di Milano monsignor Andrea Ferrari. Tale struttura faceva capo a un comando centrale situato a Milano e disponeva in quasi tutte le province lombarde di cellule capaci di tenere costantemente informato il Centro su ogni possibile azione sovversiva dei comunisti.
Una volta ricostruite le origini dell’Operazione Gladio, nella seconda parte del libro, si cerca di fare chiarezza sull’effettivo ruolo avuto da tale struttura nella storia d’Italia al fine soprattutto di capire se essa fu o meno coinvolta nelle vicende della cosiddetta strategia della tensione.
(Giacomo Pacini)
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“Buongiorno il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito questa mattina alle 9:10 da un commando di terroristi mentre usciva dalla sua abitazione al quartiere Trionfale per recarsi a Montecitorio dove alle 10:00 era fissato l’inizio del primo dibattito parlamentare sul nuovo governo Andreotti.”
(Bruno Vespa – Edizione straordinaria del TG1 delle 9:58)
“Il caso Moro. Una tragedia repubblicana”
di Agostino Giovagnoli, Il mulino, 2005.
(coll. ISGREC: ITA577)
“Un bel libro che costituisce la prima ricostruzione di quegli avvenimenti che possa considerarsi obiettiva” (Aurelio Lepre) >>>> Scopri altri volumi sull’argomento conservati nella nostra biblioteca dell’ISGREC
]]>«Qual era il vizio, quale il peccato, che così inesorabilmente faceva di loro un pericolo pubblico? Le persecuzioni del passato si spiegano ancora, quasi come guerre locali … Ma stavolta? Bisognò cominciare col rifabbricare, in astratto e con procedimenti da laboratorio, il gruppo “ebrei”; poi farvi confluire gli individui, strappandoli alla loro individualità, al mondo in cui vivevano, alle loro abitudini e lavori e commerci e scambi pratici e spirituali, svellendone le radici, a costo di qualunque lacerazione, non solo degli estirpati, ma di tutto il suolo in cui allignavano. L’astrattezza di una simile operazione si vede anche dal lavoro che fu necessario per compierla: arido lavoro di statistica e di anagrafe, censimenti, moduli, dichiarazioni, registri, stampati, caselle, colonnine e finche….
Le leggi razziali colpivano non le azioni responsabili delle creature umane, ma il delitto di essere nati. E chi veramente con la morte espiò quel delitto, non è tornato a dirci se, nell’ora del supplizio, ne capì finalmente la colpa»
In biblioteca: MIS 209
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Una località sulle colline del Carso racchiude le violenze dei nazionalismi del ‘900 e testimonia il peso delle memorie divise. Se Basovizza richiama alla mente degli italiani il famigerato “pozzo della miniera”, monumento nazionale dal 1992 e luogo simbolo delle foibe giuliane, nell’ex-poligono di tiro militare vicino all’Osservatorio astronomico si trova un altro monumento, nei pressi del quale, ogni anno, le autorità slovene celebrano i loro eroi. Si tratta di quattro giovani irredentisti tra i 22 e i 34 anni, Zvonimir Miloš, Fran Marušič, Ferdo Bidovec e Aloyz Valenčič, fucilati il 6 settembre 1930 in esecuzione della condanna a morte sancita dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che punì col massimo della pena la loro attività antifascista, considerata “attentato contro lo Stato”. Per capire questo episodio è necessaria una contestualizzazione che ci riporti alla politica di snazionalizzazione operata dal regime fascista nella Venezia Giulia nei confronti della minoranza slovena e croata, rappresentata all’epoca da circa mezzo milione di persone. Se prima del 1922 l’antislavismo fu un formidabile strumento di propaganda per il “fascismo di confine”, dopo la presa del potere la “guerra agli slavi” divenne la premessa per l’espansionismo verso i Balcani. L’italianizzazione forzata degli “allogeni”, già avviata nel primo dopoguerra dai governi liberali influenzati dal nazionalismo, durante gli anni del regime fascista non realizzò tanto l’agognata assimilazione delle minoranze, quanto un loro diffuso ribellismo allo Stato italiano. Già nel 1923, ai tempi del primo governo Mussolini, furono adottati provvedimenti restrittivi verso gli “allogeni”, come la riforma scolastica di Gentile, che vietò l’insegnamento di lingue diverse dall’italiano nella scuola pubblica, e la creazione dell’Ispettorato speciale del Carso, volto al controllo militare delle campagne slovene. L’intensificazione della politica di snazionalizzazione si realizzò poi con l’instaurazione della dittatura vera e propria, a partire dal 1925. In quell’anno fu proibito l’uso di lingue che non fossero l’italiano nelle sedi giudiziarie, premessa al loro divieto in tutto il campo amministrativo e nei locali pubblici. Breve era il passo dalla restrizione all’intimidazione squadrista. Fu poi la volta della toponomastica, con l’italianizzazione di tutti i nomi delle località, delle insegne pubbliche e della cartellonistica stradale. Non si salvarono neppure i cognomi, italianizzati col regio decreto del 7 aprile 1927. La snazionalizzazione non si fermò però solo alla lingua. Nel giugno 1927 quasi tutte le 400 organizzazioni culturali, ricreative ed economiche slovene e croate furono soppresse ed i loro beni confiscati: all’inizio degli anni ’30 non rimase traccia di quei luoghi di aggregazione delle minoranze, simbolo dell’identità nazionale. Nelle scuole, la proibizione dell’uso del croato e dello sloveno, l’allontanamento più o meno forzato dei docenti non italiani e la chiusura di tutti gli istituti didattici slavi, andarono di pari passo con l’esaltazione del nazionalismo italiano e la diffusione della propaganda del regime. La discriminazione non risparmiò neppure il clero croato e sloveno, già soggetto all’intimidazione e alla violenza squadrista prima del 1922. I preti “allogeni” finirono nel mirino del regime perché considerati anti-italiani e “agenti sobillatori”. Ecco quindi la “romanizzazione delle funzioni del culto” e il tentativo di vietare l’uso della madrelingua nelle funzioni religiose. «I maestri slavi, i preti slavi, i circoli di cultura slavi sono tali anacronismi e controsensi in una regione annessa da ben nove anni e dove non esiste una classe intellettuale slava, da indurre a porre un freno immediato alla nostra longanimità e tolleranza», scriveva nel 1927 “Il Popolo di Trieste”, l’organo della federazione fascista giuliana. Durissime furono anche le conseguenze economiche della politica di snazionalizzazione del regime. Tra il 1928 e il 1930 furono sciolte le leghe delle cooperative di Gorizia e Trieste, così che i contadini slavi, privati del sostegno delle Casse rurali e delle cooperative di acquisto e vendita, s’indebitarono sempre di più e furono costretti a vendere le loro proprietà. Per meglio realizzare la “bonifica etnica” fu costituito nell’agosto 1931 l’ “Ente per la rinascita agraria delle Tre Venezie”, un organo che rilevava le terre messe all’asta per assegnarle ai coloni italiani delle vicine zone agricole. Gli antichi possidenti slavi che decisero di non emigrare finirono così per diventare coloni al servizio dei nuovi proprietari italiani. Tutta questa serie di provvedimenti, volti all’ italianizzazione forzata ed alla perdita della stessa coscienza dell’identità nazionale nelle minoranze slave, sono stati interpretati da uno dei maggiori storici giuliani del ‘900, Elio Apih, come tentato “genocidio culturale”. La repressione del regime comportò la decisa opposizione dell’ élite culturale e di molti giovani slavi. Non bisogna dimenticare che la componente più forte e radicata dell’antifascismo della Venezia Giulia fu costituita proprio dagli irredentisti sloveni e croati. Contro costoro sarà particolarmente intensa, per tutto il Ventennio, l’opera di controllo sociale e repressione poliziesca del regime, che poteva valersi di una rete diffusa di confidenti e delatori. Un’analisi della composizione sociale, degli ideali e dei metodi dell’opposizione slava al regime nella Venezia Giulia è stata fornita dalla storica Anna Maria Vinci: «Si tratta di giovani (studenti, intellettuali ma anche operai e contadini) che per primi vengono allo scoperto, usando in molti casi l’arma dell’azione terroristica. Sono giovani che spesso intrecciano la causa del riscatto sociale alla rabbia del riscatto nazionale. Da una parte, irredentisti e nazionalisti, a volte sfiorati dagli ideali propri del socialismo; dall’altra, comunisti, sostenitori di ampie rivendicazioni a favore del popolo sloveno e croato. Essi sono portatori di un magma di idee che li rende figure nuove ed esemplari all’interno dell’universo frantumato dell’antifascismo giuliano, dove alle divisioni consolidate, proprie di tutte l’antifascismo italiano, si aggiungono quelle riconducibili al nodo irrisolto della questione nazionale». Alla fine degli anni ’20, dall’ala nazional-liberale dell’irredentismo slavo si formò un’organizzazione clandestina, il TIGR (dalle iniziali delle città e dei territori rivendicati, ossia Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka), che s’ispirava all’ IRA irlandese (Irish Republican Army). Gli attivisti del TIGR si dedicavano alla propaganda antifascista, all’organizzazione di corsi di lingua slovena e croata, alla diffusione di stampa clandestina, alle azioni di spionaggio e sabotaggio condotte in collaborazione con gli irredentisti jugoslavi ed i membri italiani della Concentrazione antifascista, fino a giungere all’azione terroristica vera e propria, con l’organizzazione di attentati ai danni delle caserme, degli asili e delle scuole italiane, dei collaborazionisti slavi e delle sedi e dei simboli dell’oppressione fascista. Nonostante la limitatezza delle azioni armate del TIGR, tra gli atti più eclatanti compiuti dai suoi militanti si ricordano: l’azione armata contro gli elettori croati condotti a votare per il Plebiscito del 1929, che causò una vittima e provocò la condanna a morte del croato Vladimir Gortan, in quella che fu la prima trasferta del Tribunale speciale al confine orientale; alcuni attentati incendiari contro le scuole di Sgonico, Cattinara e Prosecco; l’atto dimostrativo contro il Faro della Vittoria a Trieste nel 1930 e, il 10 febbraio dello stesso anno, l’attentato compiuto dal ramo triestino del TIGR, la “Borba” (“Lotta”) alla sede de “Il Popolo di Trieste”, l’organo del Pnf locale che sosteneva con veemenza la necessità della snazionalizzazione. In quest’ultimo caso, la bomba posta dagli irredentisti provocò una vittima –il redattore Guido Neri- e tre feriti; sul luogo dell’attacco fu anche lasciata una copia di “Giustizia e Libertà” del novembre 1929, che riportava uno scritto di Mussolini quando era ancora socialista: «Convengo senza discussione che le bombe non possono costituire, in tempi normali, un mezzo d’azione socialista. Ma quando un governo, sia repubblicano, sia monarchico, vi perseguita o vi getta fuori dalla legge e dall’umanità, oh!, allora non bisognerebbe maledire la violenza, anche se fa vittime innocenti». Le indagini delle autorità fasciste per la ricerca dei colpevoli si appuntarono sulla cellula triestina del TIGR, rilevando l’ormai notevole estensione dell’intera organizzazione, non solo a Trieste ma anche nel Goriziano e nel Carso. L’istruttoria dei processi celebrati contro l’organizzazione irredentista rilevò circa un centinaio di azioni violente compiute dai suoi militanti nel territorio della Venezia Giulia. Generalmente, si trattava di azioni dimostrative volte a impedire la diffusione di sentimenti filo-fascisti ed a sollevare il malcontento verso la dittatura tra le minoranze. Nel settembre ’30 il Tribunale speciale si trasferì nuovamente a Trieste, per l’occasione blindata e pullulante di cronisti italiani e stranieri. Obiettivo: giudicare in un maxiprocesso i responsabili degli ultimi attentati per stroncare definitivamente il movimento ribellistico nel triestino. Dopo un breve dibattimento, alle ore 5:44 del 6 settembre 1930 Miloš, Marušič, Bidovec e Valenčič, ritenuti i principali colpevoli delle attività della “Borba”, furono portati al poligono di tiro di Basovizza e qui fucilati alle spalle da un plotone di esecuzione della 58.a Legione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn). Il Tribunale speciale emise anche altre cinque condanne ad oltre 15 anni di reclusione. La dura repressione scompaginò le file della “Borba” ma non valse a frenare il ribellismo, tanto che nel dicembre 1941 il Tribunale speciale trasmigrò nuovamente a Trieste per emettere nove condanne a morte, 23 a trent’anni di carcere ed altre pene minori per un totale di ben 666 anni di reclusione ai danni degli attivisti del TIGR. Dopo la liberazione dal nazi-fascismo, il 9 settembre 1945 fu inaugurato un monumento in memoria dei quattro “eroi di Basovizza”: da allora ogni domenica successiva al 6 settembre si tiene una commemorazione ufficiale, ancora oggi fonte di polemiche e divisioni. Nella cerimonia del 12 settembre 2010, lo storico Raoul Pupo, sostenitore della necessità di raggiungere una condivisione sul terreno dei giudizi storici frutto di analisi critica, ha delineato i tre passi necessari per la riconciliazione, al di là dell’obiettivo irraggiungibile della memoria condivisa: «Il primo passo è quello del riconoscimento della memoria altrui, che in alcuni casi può diventare autentica scoperta -in genere da parte degli italiani nei confronti di sloveni e croati- di un patrimonio umano e civile largamente sottovalutato. Il secondo passo è quello del rispetto delle memorie sofferenti, che non interferisce con le valutazioni storiche e politiche. Il terzo è quello della purificazione della memoria, termine che non ha un particolare significato religioso, perché vuol dire semplicemente la disponibilità a considerare anche i lati oscuri della propria memoria con la quale pure si rimane solidali».
(Marco Grilli)
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]]>Con loro vi era anche un disertore della Wehrmacht, Günter Frichugsdorf, noto come “Gino”. Fu l’unico che riuscì a salvarsi perché nel corso del rastrellamento, forse perché già presagiva le conseguenze per il suo atto di disobbedienza, riuscì a fuggire dalla capanna. Dopo aver preso parte alla guerra di Liberazione nelle file della banda di Monte Bottigli, fu per un periodo assistito come un figlio dalla famiglia Grazi di Cinigiano, ricambiando tanto affetto, da pittore qual era, con la decorazione della cappella dove riposa Alfiero Grazi nel cimitero del paese.
Il più anziano del gruppo era un perseguitato politico, Mario Becucci, decoratore originario di La Spezia, trasferitosi a Grosseto nel 1924. Repubblicano, dopo l’armistizio era sfollato a Cinigiano, dove condusse una fervida attività per convincere i giovani di leva a non rispondere alla chiamata. Denunciato per disfattismo politico e propaganda sovversiva, Becucci riparò a Istia dal cugino, prima di unirsi ai “ragazzi”, così ricordati nella memoria popolare. Tra di loro vi erano anche due soldati sbandati meridionali del Regio Esercito, Alfonso Passannanti e Antonio Brancati.
Di quest’ultimo si conserva la struggente lettera scritta ai genitori prima della fucilazione, un testamento spirituale in cui ribadiva la nobiltà della sua scelta:
“ (…) Vi giuro di non aver commesso nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria. Voi potete dire questo sempre a voce alta dinnanzi a tutti. Se muoio, muoio innocente (…)”.
Vari erano i motivi che spinsero i chiamati alla leva alla renitenza e gli sbandati a non presentarsi: il rifiuto della guerra, la speranza nella prossima liberazione da parte degli Alleati, la paura della deportazione in Germania, l’antifascismo più o meno consapevole a seconda della propria esperienza, la forte influenza della volontà dei familiari d’idealità antifasciste, nonché la volontà di vivere in pace la propria giovinezza.
La strage di Maiano Lavacchio colpisce particolarmente perché i “ragazzi” non erano partigiani combattenti.
Ebbero solo contatti con Angiolo Rossi e Pietro Verdi del Comitato militare, infruttuosi per il passaggio alla lotta armata. Possiamo credere che gli organizzatori partigiani avessero provato a trascinarli dalla loro parte, ma la volontà iniziale dei ragazzi era di starsene nascosti ed in pace, confidando nell’imminente fine della guerra. Più difficile capire che scelte avrebbero preso in prossimità della Liberazione, quando il movimento partigiano si rafforzò notevolmente. I giovani, uniti da vincoli di parentela o amicizia, furono sostanzialmente guidati da una rete di solidarietà e protezione collettiva costituita dalle famiglie rurali della zona. Luogo centrale della vicenda fu Maiano Lavacchio, una frazione collinare del Comune di Magliano in Toscana, all’epoca piuttosto isolata e perfetta per l’ “imboscamento” dei renitenti, che potevano contare sull’ospitalità contadina per il sostentamento e sulle folte macchie per nascondersi.
Il mondo rurale ebbe un ruolo fondamentale non solo per la protezione e l’assistenza fornita ai renitenti, agli sbandati, ai disertori e agli ex-prigionieri alleati, ma anche come “retrovia” del movimento partigiano. Vani furono i tentativi del Capo della Provincia Alceo Ercolani di rompere questo connubio ormai inscindibile; le minacce o le promesse di ricompense per la denuncia dei “ribelli” non sortirono effetti tra le famiglie contadine.
A Maiano Lavacchio la situazione fu piuttosto tranquilla fino al febbraio 1944, quando il decreto di Mussolini -18/2/1944- che prevedeva la pena di morte per i renitenti e i disertori e i bandi fascisti sempre più duri verso le famiglie rurali che prestavano assistenza, convinsero gli 11 giovani a trasferirsi tra gli “scopi” di Monte Bottigli, dove costruirono due capanne.
L’Ispettore federale di sorveglianza al reclutamento Guido Corsi segnalò che su un totale di 2.697 chiamati alle armi in provincia, al 23 marzo 1944, se ne erano presentati solamente 546. Il Capo della Provincia di Grosseto Alceo Ercolani fu particolarmente duro nella repressione del fenomeno della renitenza, adottando provvedimenti drastici fino all’arresto dei familiari dei renitenti. Nel mese di marzo, inoltre, s’intensificarono notevolmente le operazioni di rastrellamento, condotte dalla Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) con metodi sempre più brutali.
L’operazione di Monte Bottigli fu organizzata dal Capo della Provincia Ercolani, in collaborazione col federale Silio Monti ed il vice-questore Liberale Scotti. L’incarico di svolgere indagini sui renitenti della zona fu affidato al catanese Lucio Raciti, un agente di P.S. in stretto rapporto con lo Scotti, che al contempo svolgeva il ruolo di spia al soldo delle autorità fasciste. Raciti s’infiltrava infatti nelle formazioni partigiane per ricavare importanti informazioni ai fini dei rastrellamenti, ricevendone notevoli benefici economici.
La mattina del 19 marzo la sua visita in avanscoperta al podere degli “Ariosti”, nelle false vesti di un reduce di Russia in cerca di ospitalità, ebbe proprio lo scopo di ottenere notizie utili per la spedizione nazi-fascista. Il rastrellamento fu condotto nella notte tra il 21 e il 22 marzo da militi della G.N.R., un nucleo di P. S. e alcuni Carabinieri, un reparto tedesco (Feldgendarmerie) e la squadra d’azione “Ettore Muti”: in totale c.a. 140 uomini. I comandanti erano il cap. Michele De Anna, a capo della “Muti”, il commissario prefettizio di Grosseto Inigo Pucini, il federale Silio Monti, il ten. Vittorio Ciabatti della G.N.R., il commissario di P. S. Sebastiano Scalone ed il s. ten. tedesco Müller.
Dopo aver costretto con la violenza due renitenti sardi ospitati all’ “Ariosti” a fare da guida, la colonna raggiunse le capanne di Monte Bottigli alle sei del mattino.
I giovani, sorpresi nel sonno, non opposero resistenza, furono spogliati dei loro averi, pesantemente picchiati e condotti in due colonne al podere “Appalto” di Maiano Lavacchio, luogo di ritrovo dei paesani con la scuola e altre attrattive. Proprio all’interno della scuola si svolse la farsa del processo, condotto interamente dai fascisti, poiché i tedeschi si erano già dileguati. Ai “ragazzi” non fu concessa nessuna possibilità di difesa. Vani furono anche i tentativi di muovere a pietà i rastrellatori da parte di alcuni parenti, accorsi sul posto dopo la diffusione della notizia.
Dora Matteini, madre di Emanuele e Corrado, fu offesa e violentemente allontanata, senza neanche la possibilità di un ultimo abbraccio ai suoi figli.
L’ultimo saluto “Mamma, Lele e Corrado un bacio”, fu impresso nella lavagna della scuola, oggi conservata nella stanza del sindaco del Comune di Grosseto.
Dopo un’ultima preghiera, i “ragazzi” furono portati davanti al plotone d’esecuzione, comandato da Inigo Pucini. I corpi straziati furono lasciati sul posto, mentre le colonna fascista ripartì solo dopo aver razziato tutti i poderi della zona ed essersi macchiata di altre violenze. La sepoltura fu possibile solamente per l’interessamento e il coraggio del parroco di Istia, Don Mugnaini.
Quattro giorni dopo Ercolani espresse tutto il suo compiacimento per l’azione svolta, proponendo ricompense per gli esecutori.
Le prime indagini sulla strage di Maiano Lavacchio furono compiute dal C.P.L.N. nel giugno 1944.
Due anni dopo la Sezione speciale di Corte d’assise avviò il “processone” ai fascisti repubblicani della provincia. L’accusa più grave mossa agli imputati fu quella di collaborazionismo col tedesco invasore, mediante i rastrellamenti e le rappresaglie. Per il rastrellamento di Monte Bottigli la Corte smontò la tesi difensiva degli imputati che sostenevano l’esclusiva responsabilità tedesca e trattò il caso come forma sia di collaborazionismo politico sia militare, perché “l’azione aveva la finalità di assicurare mediante il terrore di sanguinose repressioni un maggiore afflusso di militari a quell’esercito repubblicano voluto dai tedeschi a sostegno della loro azione contro gli alleati e l’esercito del governo legale”.
Il 18 dicembre 1946 fu emessa la sentenza: la Sezione speciale della Corte d’assise di Grosseto comminò otto condanne a morte, mai applicate, due a 30 anni di reclusione e 12 a pene minori (di cui sei interamente condonate), di fronte a ben 37 assoluzioni. Successivamente, gran parte delle pene furono derubricate, condonate o amnistiate, anche alla luce del D.P. 22 giugno 1946 (meglio noto come “Amnistia Togliatti”) che, per le esigenze di pacificazione del Paese, portò all’archiviazione di molti processi e alla liberazione di migliaia di fascisti. La sete di giustizia dei familiari delle vittime di Maiano Lavacchio non fu mai placata.
La storia dei martiri d’Istia rientra a pieno titolo tra gli episodi di Resistenza civile, passiva e senz’armi, degni di esser ricordati come atti di disobbedienza che contribuirono a minare il prestigio, la coesione e il controllo del territorio da parte del fascismo repubblicano. La strage fascista di Maiano Lavacchio, organizzata dalle massime autorità locali per colpire semplici imboscati e non partigiani combattenti, non è imputabile ad un errore nella catena di comando o ad un casuale ricorso eccessivo alla violenza. Siamo in piena guerra civile e questo non è altro che un episodio della “guerra totale”, tesa ad ottenere il pieno controllo del territorio con la logica del terrore preventivo, volto a reprimere ogni forma di dissenso alla R.S.I. ed a rompere il vincolo di solidarietà creatosi tra la popolazione rurale e i “ribelli” di ogni tipo. Il terrore doveva generare un clima di paura e sospetto, in grado di prevenire ogni forma di disobbedienza, ma in realtà sortì effetti opposti a quelli sperati dai fascisti.
Questa vicenda rappresentò una sorta di spartiacque nella storia della Resistenza maremmana, perché suscitò una vasta indignazione popolare e una maggior consapevolezza nei giovani. Dopo la strage e in concomitanza con la più dura repressione scatenata dai fascisti a partire dalla primavera del ’44, le fonti concordano nel rilevare il sempre maggior insuccesso delle continue chiamate alla leva e il rafforzamento numerico delle bande partigiane. L’eccezionalità di questo episodio è confermata anche dal dibattito che si tenne all’assemblea del fascio repubblicano di Grosseto del 26 aprile 1944, quando alcuni tesserati rilevarono il grave errore politico compiuto a Maiano Lavacchio, criticando apertamente l’operato delle più alte cariche del partito locale.
Per tali rimostranze il fascista Vezio Vecchi fu tenuto in stato di arresto per 20 giorni. L’uccisione di giovani vite innocenti nocque al fascismo repubblicano grossetano, che perse consenso e credibilità tra la popolazione, smarrita di fronte a tanta crudeltà.
Nella storia di questa e strage e del suo vissuto popolare, inoltre, non ci troviamo di fronte a quella “memoria divisa” che ha riguardato molte comunità contadine coinvolte negli eccidi connessi alla “ritirata aggressiva tedesca” dell’estate ‘44.
Per quelle stragi compiute dai tedeschi, che in realtà rispondevano all’esigenza di pulizia del territorio nella strategia premeditata del terrore, nella memoria popolare e non solo le responsabilità furono spesse attribuite ai partigiani e alle loro “provocazioni”. Nel nostro caso siamo invece nel marzo 1944 e le colpe ricadono interamente sulle autorità fasciste repubblicane, quindi italiane, invitandoci a rileggere criticamente quello stereotipo dell’“italiano brava gente”, combattuto dal lavoro di noti storici quali Angelo Del Boca e David Bidussa.
(Marco Grilli)
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