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Convegno Pensieri al futuro
Grosseto, Palazzo della Provincia, sala Pegaso
9 giugno 2014
Relazione della Direttrice dell’ISGREC
Nell’invito a ragionare di futuro rivolto a persone di cultura e istituzioni si è voluta dichiarare esplicitamente la doppia dimensione – locale e globale – di quelle che sono le domande da cui scaturisce. La prima è il piccolo mondo della vita di un Istituto, che ha celebrato da poco i suoi vent’anni e gode di buona salute, ma ha un futuro estremamente precario, sempre più incerto. L’altra riguarda le sorti della cultura in Italia, inseparabili da un quadro europeo, che le recenti elezioni hanno messo in primo piano, in tutto il loro significato e con tutte le contraddizioni implicite nella parzialità del sistema – Europa. Sul quadro generale della cultura italiana, di recente si sono aggiunte alcune valutazioni grazie alla fortunata coincidenza della pubblicazione di alcuni dati. Si tratta delle conclusioni dell’analisi condotta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione economica della Presidenza del Consiglio sulle spese per la cultura nel periodo 2000-2011. E’ stata presentata a Roma nelle ultime settimane e ne ha scritto in un ampio articolo su “La Repubblica” Salvatore Settis. Fra i ventisette paesi dell’Unione, l’Italia occupa l’ultimo posto per la spesa in cultura, scesa dallo 0,9% dell’anno 2009 allo 0.6 del 2011. I dati sulle regioni non sono omogenei, con un decremento maggiore al sud, più o meno in coerenza con le ordinarie sperequazioni radicate nella storia del paese. Colpisce il confronto con altri Stati del continente. La Grecia, il malato più grave d’Europa, ha disinvestito in cultura nel decennio considerato del 14,3 %, meno della metà dell’Italia. Scorrendo altri dati, si apprende che le spese delle famiglie in quest’ambito sono al di sotto della media europea, ma anche che è agli ultimi posti della classifica il livello di partecipazione dei cittadini ad attività culturali. Insomma, questa ricerca rivela una contraddizione stridente con le dichiarazioni “riparatrici” sull’importanza strategica di cultura e beni culturali, divenute concetto universale sulla bocca di politici e amministratori rispetto alla bestemmia pronunciata da un ministro della Repubblica anni fa – “con la cultura non si mangia” – che era di là da ogni buon senso, pensando alle potenziali risorse nazionali. Come commenta Settis, la cultura non può essere un “lusso per tempi felici”. L’abitudine ad archiviare tutto quel che si ritiene possa tornare utile, normale in un luogo che privilegia i beni culturali intesi come archivi, ci consegna molto opportunamente una lettera al quotidiano “Il Foglio” del ministro della cultura dell’epoca Sandro Bondi, per l’appunto datata 8 ottobre 2010. Contiene l’ultimo dato, non statistico ma politico e di opinione, utile a dare una cornice a quei numeri. La lettera contiene un appello ai privati, col presupposto orgogliosamente esibito di aver liberato la cultura, nei due anni di ministero, da “un rapporto di eccessiva dipendenza dallo Stato”. E di seguito, comprende la (consueta ovunque) chiamata della società civile a colmare i vuoti determinati dalla “riduzione di trasferimenti al ministero della cultura imposti dalla crisi economica che ci ha costretto a fare scelte coraggiose (sic!) e ripensare il ruolo dello Stato”. Ma dà anche conto della sostituzione di figure dirigenziali nel settore dei beni culturali: manager provenienti dal settore privato come segno di una svolta e di un successo. Quel che è utile, nel raffronto tra queste due istantanee – il degrado fotografato dall’inchiesta sul decennio che si chiude col 2011, la trionfalistica dichiarazione di Bondi sulle magnifiche sorti e progressive dell’intervento dei privati (“da domani mi metterò al lavoro per incontrare personalmente i rappresentanti delle maggiori aziende private e pubbliche italiane, allo scopo di chiedere un sostegno”) – è l’immediato riscontro negativo di quelle che sono strategie ultraliberiste del governo nella gestione della cultura, maturate – sempre Bondi lo dichiara – nel corso di due anni. Qualche esito di più lungo periodo di questo tipo di mentalità può essere la fortuna del modello Disneyland per invogliare il pubblico a visitare i luoghi della cultura. Ma, dall’insieme delle situazioni estreme uscite nelle cronache nazionali, vale la pena citare il caso del monumento posto davanti alla Reggia di Caserta, non è chiaro se come scelta per stupire e dunque attrarre o come denuncia per mancato intervento dello Stato nella manutenzione di quel bene. In entrambi i casi, esempio di che cosa non serve. Detto questo, serve tornare alle idee espresse da Salvatore Settis, a commento dell’inchiesta da cui si è partiti. Lungi dall’idea di avocare totalmente al pubblico la gestione e il sostegno dei beni e delle attività culturali, l’autore sostiene la necessità di “capovolgere la perversa tendenza alla carestia perpetua”, senza di che l’indispensabile e auspicabile intervento di privati si riduce al sogno di un miracolo. Insomma, l’Italia della cultura richiede strategie, scelte pensate e non superficiali luoghi comuni. Lo Stato non può chiudere gli occhi, ignorare il suo ruolo e delegare ai privati scelte strategiche che debbono essere sue, cui essi possono, sì, aderire, ma in un’ottica di definizione di complementarietà. Non è difficile trovare un riscontro di questo stato di cose anche in periferia. Le finanze locali sono da tempo in affanno, musei e biblioteche si arrangiano come possono, spesso con una riduzione ai minimi termini delle reali potenzialità. Quanto ai presidi territoriali dello Stato centrale – esempio tipico gli Archivi di Stato – ne conosciamo le ristrettezze. Contemporaneamente è noto che, se c’è uno sforzo particolare capace di produrre qualcosa di veramente buono, i risultati sono straordinari. Tutte le nuove biblioteche municipali toscane – le grandi di Pistoia e Arezzo, come la piccola di Rosignano Solvay – hanno moltiplicato l’utenza, attratto lettori e visitatori imprevedibilmente numerosi. A riprova di un desiderio di cultura che esiste, senza dubbio. Non c’è contraddizione tra questi e i dati dell’inchiesta governativa – scarsa partecipazione ad attività culturali – ma ci sono tutte le conseguenze della disattenzione delle istituzioni e dei loro silenzi, delle difficoltà che vive il sistema scolastico, del fenomeno di vera e propria mutazione delle forme del sapere. La rete, con le sue risorse in immagini e in notizie velocissime ed essenziali, offre enormi vantaggi, facilita il pensiero olistico, mentre scoraggia quello logico-sequenziale, le “forme di sapere che stiamo perdendo”, per usare un espressione del linguista Raffaele Simone. Il tema che da tempo abbiamo di fronte, quando lavoriamo con classi di scuola dell’obbligo o con studenti e insegnanti di medie superiori, è: come tenere insieme presente e futuro, memoria e storia del passato, modelli comunicativi adeguati ai tempi. Guardare alla scuola mette sul tappeto anche il tema delle relazioni fra culture. Migrazioni e contiguità fra retroterra culturali differenti, ormai divenuta fenomeno diffuso e non più straordinario, impongono di guardare con sempre maggiore attenzione e volontà operativa ai progetti transnazionali, mediterranei, europei, comunque a progetti capaci di contribuire a tenere insieme soggetti e contenuti apparentemente molto diversi, ma che si deve imparare a far convivere proficuamente. Europa e Mediterraneo. La prossima Summer school destinata agli insegnanti che lavorano negli Istituti della nostra rete nazionale tematizza proprio il Mediterraneo. Mentre il prossimo Horizon 2020, Cultural heritage and european identities della Commissione europea ha come presupposto un dato: L’Europa è caratterizzata da una varietà di popoli, tradizioni, identità nazionali e regionali differenti, così come da diversi livelli di sviluppo economico e sociale, [per cui] la Commissione europea ha previsto una serie d’iniziative per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio culturale e delle dinamiche socio-culturali traverso programmi specifici di ricerca e innovazione. In particolare, la Commissione europea ha scelto di privilegiare, da un lato, la costruzione di un’autentica identità europea, fondata su alcuni degli episodi storici principali del secolo scorso e, dall’altro lato, gli studi sulle più avanzate tecnologie per la tutela dei beni culturali, con l’intento di massimizzare il valore socio-economico del patrimonio tangibile e delle collezioni di biblioteche, musei, gallerie, archivi e altre istituzioni pubbliche. Una grande lezione viene dalla lettura di un libro appena riedito di Julia Kristeva: Stranieri a noi stessi. È stato pubblicato uno stralcio della nuova introduzione nell’ultimo Domenicale de “Il Sole24 Ore”. Ci sono passi entusiasmanti. Della cultura europea l’autrice propone di enfatizzare alcuni aspetti: “la nozione d’identità e il multilinguismo; il destino della nazione; l’umanesimo da reinventare”. L’eredità che l’Europa offre al mondo, sostiene ancora la Kristeva, è “una concezione e una pratica dell’identità come di un’inquietudine interrogante”, tale da produrre una “identità plurale” e costituire un”antidoto al male della banalità”. Sono idee che è facile sottoscrivere, almeno a giudicare dalla loro congruenza con i principi ispiratori di Costituzioni, italiana ed europea intanto, più arduo praticare. Negli ultimi decenni sono stati alimentati esasperati individualismi, nazionalismo e razzismo – tutti ismi pericolosi, ma ci sono anche i vincoli delle ristrettezze di risorse, anche umane, in società “vecchie”, che hanno deciso di riempirsi la bocca di giovanilismo, in pratica estromettono dalla cultura le generazioni fresche di pensieri, ricche di modernità e di energie positive. È dentro questa cornice che proponiamo di inserire i nostri “pensieri al futuro”. Accanto alle petizioni di principio e ai manifesti culturali abbiamo programmi e condizioni per la fattibilità. Mettiamo sul tappeto le nostre risorse:
Due esperienze ci preme ricordare, per il significato che hanno avuto di per sé e per la crescita che hanno prodotto. Il progetto pluriennale sulla storia delle reti europee costruite dagli antifascisti toscani tra anni ’20 del Novecento e secondo dopoguerra: dall’emigrazione politica, alle Brigate internazionali in Spagna, alle Resistenze in Europa, all’impegno per la costruzione politica delle democrazie europee del dopoguerra. Da questa esperienza di studio, che i nostri giovani ricercatori hanno potuto fare grazie a un finanziamento proveniente dall’estero, è nato un arricchimento di conoscenze straordinario, e uno sguardo nuovo, rivelatore di alcune radici dei limiti della costruzione dell’Europa. L’altra esperienza è quella dello studio e della didattica del Confine orientale. La legge istitutiva della Giornata del ricordo ci ha quasi naturalmente guidati a un approfondimento culturale del vissuto di cittadini europei, italiani e slavi, in una piccola area, Friuli Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, che è stata un laboratorio della storia del Novecento. Ci siamo immersi nella lettura di alcune pagine di Claudio Magris che raccontano lo spaesamento e l’esilio delle popolazioni delle zone di frontiera, o di Enzo Bettiza sulla memoria (“Ritrovare il filo della memoria è, per un esule, un’operazione molto più importante che per un individuo nato e cresciuto e rimasto, senza strappi, nel proprio ambiente naturale. Per l’esule, rimasto troppo a lungo nella malsana palude dell’oblio, ricordare è guarire”). Le abbiamo condivise con insegnanti e studenti, in Toscana e altrove. A questa seconda esperienza ha dato un sostanzioso contributo la Regione Toscana. Il senso di queste esperienze è forte. Siamo stati in entrambi i casi partecipi delle vicende di cui questi nostri studi e lavori parlano, come città, come popolazione e culture locali. Ci hanno toccato all’epoca in cui si sono verificati, nel Novecento. Oggi ha senso che quegli eventi, in parte dolorosi, in parte caratterizzati da fenomeni di accoglienza e dialogo con l’altro, siano i contenuti di progetti di storia e memoria. Se il luogo comune, che ci infastidisce come logoro stereotipo, di Grosseto città aperta al vento e ai forestieri, può essere reinventato e inverato ora, è nel non chiuderci localisticamente, nel trovare il modo per dare una forma concreta in termini di cultura a quella “inquietudine interrogante”, che dalle lezioni del passato ci spinge naturalmente verso la ricerca di un’identità plurale. Gli anniversari di questi anni ci spingono a parlare diffusamente delle tragedie di due guerre totali e di violenze inaudite che ci siamo lasciati alle spalle, ma anche a sperare di portare a compimento, rinnovandoli come serve, i progetti più ambiziosi non realizzati nel Novecento. Coniugare cura del nostro patrimonio di memorie – le carte, i libri, le memorie narrate – e apertura all’alterità vorremmo che fosse la cifra della sopravvivenza e del consolidamento del nostro lavoro culturale. Chiediamo un impegno alle istituzioni locali: risorse, idee, fiducia nei giovani e meno giovani che hanno i numeri per non sprecare energie spese in percorsi di formazione importanti già realizzati. Così, analogamente, è indispensabile il contributo proveniente dai luoghi della cultura alta, della ricerca, in una relazione biunivoca. Siamo convinti che il patrimonio di beni culturali, conoscenze, produzione editoriale… che finora abbiamo consegnato, anche nella quotidianità del servizio culturale, non debbano andare dispersi.
Luciana Rocchi
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E se essi non furono importanti per numero, lo furono per ciò che rappresentarono in eroismo, abnegazione e spirito di sacrificio. Il loro apporto costituì per noi un aiuto inestimabile e fu una pagina sublime di solidarietà internazionale
Dolores Ibarruri (la Pasionaria)
Il 23 novembre 1936, Franco sospende gli attacchi su Madrid. Per la prima volta le truppe venute dal Marocco sono bloccate.
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«Qual era il vizio, quale il peccato, che così inesorabilmente faceva di loro un pericolo pubblico? Le persecuzioni del passato si spiegano ancora, quasi come guerre locali … Ma stavolta? Bisognò cominciare col rifabbricare, in astratto e con procedimenti da laboratorio, il gruppo “ebrei”; poi farvi confluire gli individui, strappandoli alla loro individualità, al mondo in cui vivevano, alle loro abitudini e lavori e commerci e scambi pratici e spirituali, svellendone le radici, a costo di qualunque lacerazione, non solo degli estirpati, ma di tutto il suolo in cui allignavano. L’astrattezza di una simile operazione si vede anche dal lavoro che fu necessario per compierla: arido lavoro di statistica e di anagrafe, censimenti, moduli, dichiarazioni, registri, stampati, caselle, colonnine e finche….
Le leggi razziali colpivano non le azioni responsabili delle creature umane, ma il delitto di essere nati. E chi veramente con la morte espiò quel delitto, non è tornato a dirci se, nell’ora del supplizio, ne capì finalmente la colpa»
In biblioteca: MIS 209
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Con loro vi era anche un disertore della Wehrmacht, Günter Frichugsdorf, noto come “Gino”. Fu l’unico che riuscì a salvarsi perché nel corso del rastrellamento, forse perché già presagiva le conseguenze per il suo atto di disobbedienza, riuscì a fuggire dalla capanna. Dopo aver preso parte alla guerra di Liberazione nelle file della banda di Monte Bottigli, fu per un periodo assistito come un figlio dalla famiglia Grazi di Cinigiano, ricambiando tanto affetto, da pittore qual era, con la decorazione della cappella dove riposa Alfiero Grazi nel cimitero del paese.
Il più anziano del gruppo era un perseguitato politico, Mario Becucci, decoratore originario di La Spezia, trasferitosi a Grosseto nel 1924. Repubblicano, dopo l’armistizio era sfollato a Cinigiano, dove condusse una fervida attività per convincere i giovani di leva a non rispondere alla chiamata. Denunciato per disfattismo politico e propaganda sovversiva, Becucci riparò a Istia dal cugino, prima di unirsi ai “ragazzi”, così ricordati nella memoria popolare. Tra di loro vi erano anche due soldati sbandati meridionali del Regio Esercito, Alfonso Passannanti e Antonio Brancati.
Di quest’ultimo si conserva la struggente lettera scritta ai genitori prima della fucilazione, un testamento spirituale in cui ribadiva la nobiltà della sua scelta:
“ (…) Vi giuro di non aver commesso nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria. Voi potete dire questo sempre a voce alta dinnanzi a tutti. Se muoio, muoio innocente (…)”.
Vari erano i motivi che spinsero i chiamati alla leva alla renitenza e gli sbandati a non presentarsi: il rifiuto della guerra, la speranza nella prossima liberazione da parte degli Alleati, la paura della deportazione in Germania, l’antifascismo più o meno consapevole a seconda della propria esperienza, la forte influenza della volontà dei familiari d’idealità antifasciste, nonché la volontà di vivere in pace la propria giovinezza.
La strage di Maiano Lavacchio colpisce particolarmente perché i “ragazzi” non erano partigiani combattenti.
Ebbero solo contatti con Angiolo Rossi e Pietro Verdi del Comitato militare, infruttuosi per il passaggio alla lotta armata. Possiamo credere che gli organizzatori partigiani avessero provato a trascinarli dalla loro parte, ma la volontà iniziale dei ragazzi era di starsene nascosti ed in pace, confidando nell’imminente fine della guerra. Più difficile capire che scelte avrebbero preso in prossimità della Liberazione, quando il movimento partigiano si rafforzò notevolmente. I giovani, uniti da vincoli di parentela o amicizia, furono sostanzialmente guidati da una rete di solidarietà e protezione collettiva costituita dalle famiglie rurali della zona. Luogo centrale della vicenda fu Maiano Lavacchio, una frazione collinare del Comune di Magliano in Toscana, all’epoca piuttosto isolata e perfetta per l’ “imboscamento” dei renitenti, che potevano contare sull’ospitalità contadina per il sostentamento e sulle folte macchie per nascondersi.
Il mondo rurale ebbe un ruolo fondamentale non solo per la protezione e l’assistenza fornita ai renitenti, agli sbandati, ai disertori e agli ex-prigionieri alleati, ma anche come “retrovia” del movimento partigiano. Vani furono i tentativi del Capo della Provincia Alceo Ercolani di rompere questo connubio ormai inscindibile; le minacce o le promesse di ricompense per la denuncia dei “ribelli” non sortirono effetti tra le famiglie contadine.
A Maiano Lavacchio la situazione fu piuttosto tranquilla fino al febbraio 1944, quando il decreto di Mussolini -18/2/1944- che prevedeva la pena di morte per i renitenti e i disertori e i bandi fascisti sempre più duri verso le famiglie rurali che prestavano assistenza, convinsero gli 11 giovani a trasferirsi tra gli “scopi” di Monte Bottigli, dove costruirono due capanne.
L’Ispettore federale di sorveglianza al reclutamento Guido Corsi segnalò che su un totale di 2.697 chiamati alle armi in provincia, al 23 marzo 1944, se ne erano presentati solamente 546. Il Capo della Provincia di Grosseto Alceo Ercolani fu particolarmente duro nella repressione del fenomeno della renitenza, adottando provvedimenti drastici fino all’arresto dei familiari dei renitenti. Nel mese di marzo, inoltre, s’intensificarono notevolmente le operazioni di rastrellamento, condotte dalla Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) con metodi sempre più brutali.
L’operazione di Monte Bottigli fu organizzata dal Capo della Provincia Ercolani, in collaborazione col federale Silio Monti ed il vice-questore Liberale Scotti. L’incarico di svolgere indagini sui renitenti della zona fu affidato al catanese Lucio Raciti, un agente di P.S. in stretto rapporto con lo Scotti, che al contempo svolgeva il ruolo di spia al soldo delle autorità fasciste. Raciti s’infiltrava infatti nelle formazioni partigiane per ricavare importanti informazioni ai fini dei rastrellamenti, ricevendone notevoli benefici economici.
La mattina del 19 marzo la sua visita in avanscoperta al podere degli “Ariosti”, nelle false vesti di un reduce di Russia in cerca di ospitalità, ebbe proprio lo scopo di ottenere notizie utili per la spedizione nazi-fascista. Il rastrellamento fu condotto nella notte tra il 21 e il 22 marzo da militi della G.N.R., un nucleo di P. S. e alcuni Carabinieri, un reparto tedesco (Feldgendarmerie) e la squadra d’azione “Ettore Muti”: in totale c.a. 140 uomini. I comandanti erano il cap. Michele De Anna, a capo della “Muti”, il commissario prefettizio di Grosseto Inigo Pucini, il federale Silio Monti, il ten. Vittorio Ciabatti della G.N.R., il commissario di P. S. Sebastiano Scalone ed il s. ten. tedesco Müller.
Dopo aver costretto con la violenza due renitenti sardi ospitati all’ “Ariosti” a fare da guida, la colonna raggiunse le capanne di Monte Bottigli alle sei del mattino.
I giovani, sorpresi nel sonno, non opposero resistenza, furono spogliati dei loro averi, pesantemente picchiati e condotti in due colonne al podere “Appalto” di Maiano Lavacchio, luogo di ritrovo dei paesani con la scuola e altre attrattive. Proprio all’interno della scuola si svolse la farsa del processo, condotto interamente dai fascisti, poiché i tedeschi si erano già dileguati. Ai “ragazzi” non fu concessa nessuna possibilità di difesa. Vani furono anche i tentativi di muovere a pietà i rastrellatori da parte di alcuni parenti, accorsi sul posto dopo la diffusione della notizia.
Dora Matteini, madre di Emanuele e Corrado, fu offesa e violentemente allontanata, senza neanche la possibilità di un ultimo abbraccio ai suoi figli.
L’ultimo saluto “Mamma, Lele e Corrado un bacio”, fu impresso nella lavagna della scuola, oggi conservata nella stanza del sindaco del Comune di Grosseto.
Dopo un’ultima preghiera, i “ragazzi” furono portati davanti al plotone d’esecuzione, comandato da Inigo Pucini. I corpi straziati furono lasciati sul posto, mentre le colonna fascista ripartì solo dopo aver razziato tutti i poderi della zona ed essersi macchiata di altre violenze. La sepoltura fu possibile solamente per l’interessamento e il coraggio del parroco di Istia, Don Mugnaini.
Quattro giorni dopo Ercolani espresse tutto il suo compiacimento per l’azione svolta, proponendo ricompense per gli esecutori.
Le prime indagini sulla strage di Maiano Lavacchio furono compiute dal C.P.L.N. nel giugno 1944.
Due anni dopo la Sezione speciale di Corte d’assise avviò il “processone” ai fascisti repubblicani della provincia. L’accusa più grave mossa agli imputati fu quella di collaborazionismo col tedesco invasore, mediante i rastrellamenti e le rappresaglie. Per il rastrellamento di Monte Bottigli la Corte smontò la tesi difensiva degli imputati che sostenevano l’esclusiva responsabilità tedesca e trattò il caso come forma sia di collaborazionismo politico sia militare, perché “l’azione aveva la finalità di assicurare mediante il terrore di sanguinose repressioni un maggiore afflusso di militari a quell’esercito repubblicano voluto dai tedeschi a sostegno della loro azione contro gli alleati e l’esercito del governo legale”.
Il 18 dicembre 1946 fu emessa la sentenza: la Sezione speciale della Corte d’assise di Grosseto comminò otto condanne a morte, mai applicate, due a 30 anni di reclusione e 12 a pene minori (di cui sei interamente condonate), di fronte a ben 37 assoluzioni. Successivamente, gran parte delle pene furono derubricate, condonate o amnistiate, anche alla luce del D.P. 22 giugno 1946 (meglio noto come “Amnistia Togliatti”) che, per le esigenze di pacificazione del Paese, portò all’archiviazione di molti processi e alla liberazione di migliaia di fascisti. La sete di giustizia dei familiari delle vittime di Maiano Lavacchio non fu mai placata.
La storia dei martiri d’Istia rientra a pieno titolo tra gli episodi di Resistenza civile, passiva e senz’armi, degni di esser ricordati come atti di disobbedienza che contribuirono a minare il prestigio, la coesione e il controllo del territorio da parte del fascismo repubblicano. La strage fascista di Maiano Lavacchio, organizzata dalle massime autorità locali per colpire semplici imboscati e non partigiani combattenti, non è imputabile ad un errore nella catena di comando o ad un casuale ricorso eccessivo alla violenza. Siamo in piena guerra civile e questo non è altro che un episodio della “guerra totale”, tesa ad ottenere il pieno controllo del territorio con la logica del terrore preventivo, volto a reprimere ogni forma di dissenso alla R.S.I. ed a rompere il vincolo di solidarietà creatosi tra la popolazione rurale e i “ribelli” di ogni tipo. Il terrore doveva generare un clima di paura e sospetto, in grado di prevenire ogni forma di disobbedienza, ma in realtà sortì effetti opposti a quelli sperati dai fascisti.
Questa vicenda rappresentò una sorta di spartiacque nella storia della Resistenza maremmana, perché suscitò una vasta indignazione popolare e una maggior consapevolezza nei giovani. Dopo la strage e in concomitanza con la più dura repressione scatenata dai fascisti a partire dalla primavera del ’44, le fonti concordano nel rilevare il sempre maggior insuccesso delle continue chiamate alla leva e il rafforzamento numerico delle bande partigiane. L’eccezionalità di questo episodio è confermata anche dal dibattito che si tenne all’assemblea del fascio repubblicano di Grosseto del 26 aprile 1944, quando alcuni tesserati rilevarono il grave errore politico compiuto a Maiano Lavacchio, criticando apertamente l’operato delle più alte cariche del partito locale.
Per tali rimostranze il fascista Vezio Vecchi fu tenuto in stato di arresto per 20 giorni. L’uccisione di giovani vite innocenti nocque al fascismo repubblicano grossetano, che perse consenso e credibilità tra la popolazione, smarrita di fronte a tanta crudeltà.
Nella storia di questa e strage e del suo vissuto popolare, inoltre, non ci troviamo di fronte a quella “memoria divisa” che ha riguardato molte comunità contadine coinvolte negli eccidi connessi alla “ritirata aggressiva tedesca” dell’estate ‘44.
Per quelle stragi compiute dai tedeschi, che in realtà rispondevano all’esigenza di pulizia del territorio nella strategia premeditata del terrore, nella memoria popolare e non solo le responsabilità furono spesse attribuite ai partigiani e alle loro “provocazioni”. Nel nostro caso siamo invece nel marzo 1944 e le colpe ricadono interamente sulle autorità fasciste repubblicane, quindi italiane, invitandoci a rileggere criticamente quello stereotipo dell’“italiano brava gente”, combattuto dal lavoro di noti storici quali Angelo Del Boca e David Bidussa.
(Marco Grilli)
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Nel 1978 Giorgio Almirante uscì sconfitto dal processo penale per il reato di diffamazione a mezzo stampa contro Carlo Ricchini, perché fu dimostrata l’autenticità della sua firma nel manifesto che annunciava la condanna a morte per renitenti alla leva e disertori nel maggio del 1944.
Nell’estate del 1971 alcuni storici dell`Università di Pisa rinvennero negli archivi del comune di Massa Marittima la copia anastatica di un manifesto diffuso in provincia di Grosseto nel maggio 1944 con il quale il governo della Repubblica Sociale Italiana annunciava che i renitenti alla leva e i disertori sarebbero stati condannati a morte mediante fucilazione. Il manifesto era firmato da Giorgio Almirante nella sua veste di funzionario del ministero della Cultura Popolare e venne pubblicato il 27 giugno 1971 dal quotidiano l`Unità col titolo: “Un servo dei Nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi”. Alcuni giorni dopo lo pubblicò anche Il Manifesto.
Almirante, sentitosi diffamato, querelò immediatamente l’allora direttore dell’Unità Carlo Ricchini e la giornalista Luciana Castellina, sostenendo che quel manifesto era un falso costruito ad arte per delegittimarlo. “Non ho mai firmato manifesti o comunicati di tal genere in quel periodo” disse il segretario del Msi “né rientrava nelle mie attribuzioni firmare manifesti a nome del ministro“. Insomma, si trattava di “una vergognosa campagna di stampa“.
Il procedimento giudiziario si tenne a Roma e si trasformò in una autentica disfatta per Almirante. Durante il suo svolgimento, infatti, gli accusati portarono in aula il documento originale recante la firma di Almirante, la lettera della prefettura che accompagnava l`invio del manifesto e un telegramma risalente all`8 maggio 1944 firmato proprio da Almirante con il quale si sollecitava l`affissione del manifesto in tutti i comuni della provincia di Grosseto. Dopo una assoluzione in primo e secondo grado, il procedimento penale si concluse nel maggio 1978 in Cassazione con il definitivo proscioglimento dei due giornalisti e la condanna di Almirante al pagamento delle spese processuali e al risarcimento danni. Ma soprattutto con la inconfutabile dimostrazione che quel manifesto era da attribuire proprio all’allora segretario del Msi. Il pubblico ministero che, in Corte d’Assise, aveva per primo chiesto il proscioglimento per Ricchini e Castellina non poté assistere alla conclusione del processo; si trattava di Vittorio Occorsio che il 10 giugno 1976, a 47 anni, era stato massacrato a colpi di mitra da un commando di terroristi fascisti.
Nel 2006 Carlo Ricchini ha donato all’Isgrec tutta la documentazione relativa al processo penale per il reato di diffamazione a mezzo stampa, che lo aveva visto protagonista insieme alla collega Luciana Castellina. Il fondo comprende le copie delle sentenze e dell’intero incartamento processuale (tra cui i verbali delle udienze), la ricostruzione del lungo iter processuale fatta dallo stesso Ricchini in vista del progetto della prossima pubblicazione di un libro, la documentazione relativa agli altri processi che in altri tribunali italiani videro allo stesso modo Almirante trasformarsi da querelante in imputato e una nutrita rassegna stampa sulla vicenda.
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“Bisogna creare gruppi di attivisti, di giovani, di squadre che possono
usare tutti i sistemi, anche quelli non ortodossi, della intimidazione,
della minaccia, del ricatto, della lotta di piazza, dell’assalto,
del sabotaggio, del terrorismo”.
Queste parole sono tratte da una relazione riservata (rimasta per decenni coperta da segreto e resa nota nell’ambito dell’ultimo processo sulla strage di Piazza della Loggia) che il 12 settembre 1963 il colonnello Renzo Rocca, responsabile del cosiddetto Ufficio Rei del Sifar (il Servizio segreto militare, all’epoca guidato dal generale Egidio Viggiani) inviò all’allora capo del reparto D (controspionaggio) del Servizio, generale Giovanni Allavena (il cui nome comparve nelle liste della P2) per riassumergli quelli che, a suo dire, erano i modi migliori per condurre: “una efficiente, seria e globale azione anticomunista in Italia”. Una “azione” che, si legge, non doveva essere passiva, ma “offensiva e aggressiva” e che andava attuata “con tutti i mezzi a disposizione, leciti e illeciti”, perché contro il comunismo “la difesa non basta” e chi si limita a difendersi “è già sconfitto”. Per fermare l’avanzata della sinistra era perciò necessario utilizzare persone e organizzazioni che conoscevano bene i principi “della guerra psicologica, della guerra non ortodossa, della lotta clandestina, delle tattiche di disturbo (…) della tecnica della provocazione (…)”[1].
Quello che presentiamo è un documento di grande rilevanza storica, che ci riporta indietro di cinquanta anni, alle origini della strategia della tensione e che dimostra in modo inequivocabile che per un preciso settore dei servizi segreti italiani era legittimo ricorrere anche al terrorismo e alla provocazione politica se questo serviva a fermare l’opposizione di sinistra.
Al centro di tutto l’enigmatica figura del colonnello Renzo Rocca, responsabile della branca dei servizi segreti (l’Ufficio Rei) che ufficialmente avrebbe dovuto occuparsi di controspionaggio industriale e del controllo della esportazione di armamenti ma che, evidentemente, aveva compiti ben più ampi e illegali. Ancora oggi, peraltro, restano oscure le cause delle morte del colonnello, ufficialmente avvenuta per suicidio il 27 giugno 1968, pochi giorni prima di essere chiamato a deporre davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul Piano Solo (come era stato denominato il tentativo di colpo di stato che, secondo quanto denunciarono Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi sull’Espresso del 10 maggio 1967, sarebbe stato organizzato dal generale dei carabinieri, ed ex capo del Sifar, Giovanni De Lorenzo nell’estate 1964).
All’epoca, fu proprio davanti a quella commissione d’inchiesta che Lino Jannuzzi accusò apertamente Rocca di essere stato il responsabile della organizzazione di formazioni paramilitari clandestine da utilizzare a fini di provocazione. Nel maggio 1968, poi, sulla rivista l’Astrolabio Ferruccio Parri scrisse che Rocca aveva arruolato squadre di provocatori da mandare in piazza durante manifestazioni o scioperi organizzati dalla sinistra al fine di farli degenerare. Accuse a Rocca di essere stato coinvolto nella elaborazione di piani anticomunisti finanziati dai settori più conservatori del mondo industriale erano contenute anche nel volume di Ruggero Zangrandi Inchiesta sul Sifar, pubblicato nel maggio 1970. Nel corso degli anni queste affermazioni sono state più volte liquidate come dietrologie senza prove, ma esse trovano oggi una incontrovertibile conferma documentale. Parri, in particolare, aveva sostenuto che i provocatori assoldati da Rocca erano stati tra i responsabili dei gravi incidenti avvenuti a Roma in Piazza Santi Apostoli durante lo sciopero dei lavoratori edili svoltosi il 9 ottobre 1963. Il fatto che appena un mese prima di quello sciopero, come si è visto, Rocca auspicasse proprio la creazione di gruppi di “attivisti” da utilizzare contro la sinistra dimostra quanto esatta fosse l’intuizione dell’ex comandante partigiano.
D’altronde, già a inizio novanta, quando vennero resi noti i verbali (per anni coperti da segreto) delle deposizioni rese davanti alla Commissione di inchiesta Beolchini (istituita a fine anni sessanta, prima di quella sul Piano Solo, col compito di fare luce sulle attività di spionaggio illegale poste in essere dal Sifar di De Lorenzo) si apprese che diversi testimoni avevano sostenuto che l’Ufficio Rei sotto la gestione Rocca non si era occupato solo di controspionaggio industriale. In particolare, il generale dei carabinieri Cosimo Zinza, in servizio al Rei dal 1958 al 1960, aveva affermato che quell’Ufficio: “Si occupava delle attività più disparate e più delicate e che esulavano molte volte dai compiti specifici spesso assegnati. Il colonnello Rocca era introdotto in tutti gli ambienti e la sua attività era la più imprevedibile in quanto gli venivano affidati degli incarichi particolarmente delicati”. Di più il generale Zinza non disse, né gli venne chiesto, ma oggi siamo finalmente in grado di conoscere quali erano questi incarichi “particolarmente delicati” affidati a Rocca.
Tornando dunque alla relazione che il colonnello scrisse nel settembre 1963, in primo luogo egli si preoccupava di organizzare un nuovo tipo di propaganda anticomunista, visto che quella portata avanti fino ad allora dai vari organi di stampa di centro o di destra era talmente paludata e contorta da risultare perfino dannosa. La propaganda invece doveva essere: “continua, totale, pesante, massiccia, elementare (…) e senza riguardi per nessuno” e ovviamente non doveva limitarsi alla sola stampa, ma, attraverso messaggi semplici e elementari, utilizzare radio, televisioni, riunioni, raduni, convegni, fino ad arrivare alle fabbriche, ai mercati rionali o addirittura a domicilio. Gli italiani, però, “leggono poco” e la propaganda, sosteneva il colonnello, anche se ben condotta, da sola non poteva bastare. Per questo ad essa dovevano necessariamente essere affiancate anche delle attività “esecutive ed operative”. Ed era a questo punto che Rocca affermava che, per fermare la sinistra, bisognava “creare” dei gruppi di attivisti capaci di utilizzare qualsiasi mezzo, anche il sabotaggio, l’intimidazione, la minaccia, il ricatto e il terrorismo. Si tratta di un passo che nemmeno richiederebbe commento, tanto è chiaro nel prefigurare i futuri scenari della strategia della tensione.
“Non bisogna dare tregua al comunismo” continuava il colonnello “bisogna aggredirlo in tutti i campi delle sue attività con tutti i mezzi a disposizione, leciti e illeciti (…). Occorre rendere difficile la vita alle organizzazioni comuniste. Controlli fiscali, tasse, revoche di concessioni, tattiche dello scoraggiamento, dell’insabbiamento, del far perdere tempo”. Non solo; tutte quelle iniziative popolari che il comunismo utilizzava come mezzo di penetrazione tra il popolo (per esempio sale cinematografiche, sale da ballo, circoli ricreativi, associazioni culturali) dovevano essere: “isolate, boicottate, danneggiate”.
Se la lotta al comunismo fino ad allora era fallita, insisteva, era anche colpa del fatto che per troppo tempo ci si era affidati a persone: “assolutamente incompetenti che hanno operato con criteri errati e metodi da dilettanti”. Servivano invece uomini esperti nei principi della guerra psicologica, non ortodossa e clandestina, l’unica che avrebbe potuto portare a dei risultati concreti. Per questo Rocca proponeva di creare un comitato segreto “ristrettissimo” composto da persone attentamente selezionate cui affidare “la suprema direzione delle iniziative anti Pci”. Tale comitato, secondo lo schema operativo del colonnello, avrebbe dovuto avere voce in capitolo sulle operazioni anticomuniste e sul loro finanziamento, sollecitando gli interventi necessari in sede politica, governativa e economica. Di fatto, agendo come un vero e proprio governo ombra.
Nella lotta al comunismo, inoltre, tutti dovevano essere coinvolti, dai parroci, alle organizzazioni religiose, sindacali, di stampa, universitarie, fino ai gruppi di azione di centro e di destra. Rocca faceva poi un non del tutto chiaro riferimento a attività e organizzazioni anticomuniste già attive e che avrebbero fatto capo a “noti uomini politici”. Tra di essi citava l’ex senatore del Pci Eugenio Reale (uscito dal partito nel 1956 dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria), il repubblicano Randolfo Pacciardi, il socialdemocratico Alfredo Crocco e i democristiani Mario Scelba, Guido Gonella e Giulio Andreotti. Non sappiamo quali fossero queste “attività e organizzazioni anticomuniste”, ma un simile riferimento pone la questione di quello che era il grado di conoscenza dei piani del colonnello Rocca da parte della classe politica di governo dell’epoca. In particolare da parte del ministro della Difesa Giulio Andreotti, al cui dicastero facevano capo i Servizi segreti militari. E’ credibile che i progetti eversivi del colonnello gli fossero ignoti? Anche in questo caso non siamo in grado di dare una risposta certa, ma davanti a un documento del genere, quand’anche non vi sia stata una responsabilità diretta del titolare del ministero della Difesa (in effetti non dimostrata), è difficile sfuggire a una sua responsabilità politica. Perché come ha scritto l’ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino ci sono delle circostanze nelle quali un politico è responsabile anche di ciò che non sa, se aveva il dovere di saperlo; anche di ciò che non voleva accadesse, se aveva il dovere di impedirlo.
Ma più di ogni altra parola conta a questo punto leggere la relazione del colonnello Rocca che qui presentiamo in versione integrale e il cui originale, come detto, fa parte degli atti dell’ultimo processo sulla strage bresciana di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (atti che sono oggi consultabili anche in forma digitale grazie all’encomiabile lavoro svolto dalla associazione Casa della Memoria di Brescia guidata da Manlio Milani, presidente dell’associazione dei familiari dei caduti di Piazza della Loggia). Solo un’ultima precisazione; per quanto possa apparire sconcertante sarebbe tuttavia un errore ritenere che il contenuto di questo documento costituisca una “rivelazione clamorosa”. Esso fornisce semmai una ulteriore e inequivocabile conferma di quello che numerose ricerche, testimonianze e indagini giudiziarie hanno già dimostrato. Ovvero che se nei primi anni sessanta a livello politico iniziò un avvicinamento (pur fra mille difficoltà) fra Dc e Psi che sfociò nel primo governo organico di centrosinistra del dicembre 1963 (con Aldo Moro presidente del consiglio e Pietro Nenni suo vice), a livello sotterraneo si assistette a una sorta di opposta convergenza che vide una progressiva osmosi tra spezzoni dell’anticomunismo conservatore e spezzoni dell’anticomunismo fascista. I moti di piazza del luglio 1960 e la conseguente caduta del governo di Fernando Tambroni, appoggiato dal Msi, erano stati uno choc per larga parte degli apparati dello Stato e fu a partire da quel 1960 che settori dei servizi segreti o del mondo militare iniziarono a muoversi in modo sempre più autonomo, cercando punti di riferimento nella estrema destra (finita ai margini del gioco politico dopo la caduta di Tambroni), in quei settori della Dc contrari all’accordo col Psi o in quelle aree industriali che vedevano l’apertura a sinistra come una sciagura economica. Ed è in questo preciso contesto storico (qui necessariamente sintetizzato) che va calato il documento del colonnello Renzo Rocca (redatto due mesi prima della nascita del primo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro) che, appunto, non fornisce rivelazioni sensazionali ma mette in luce una volta di più quale fu il retroterra di quella tragica stagione che è passata alla storia col nome di “strategia della tensione”.
(a cura di Giacomo Pacini)
[1] Il documento è contenuto all’interno del fascicolo n. 1962-2-21-32 intestato: “Aspetti dell’azione anticomunista in Italia e suggerimenti per attuare una politica anticomunista”.
Nel settembre 1936, quando il regime fascista era ancora ben saldo al potere, su un muro di Grosseto fu affisso un foglio del giornale “L’intransigeant”, contenente scritte sovversive. Presunto colpevole di questo simbolico gesto di dissidenza fu ritenuto un giovane antifascista grossetano, Albo Bellucci -classe 1907- un impiegato di sentimenti repubblicani, entrato a far parte delle cellule comuniste cittadine nel corso del 1935. Pur essendo riuscito a dimostrare la sua estraneità al fatto grazie ad una perizia calligrafica, Bellucci fu comunque fermato e diffidato il 1° aprile del 1937 e, successivamente, perse anche il proprio lavoro di commesso presso il Tribunale di Grosseto. La dissidenza al regime si pagava non solo con la coercizione economica ma anche con la violenza. Alla fine del mese di ottobre 1937, secondo quanto raccontato dal comunista Aristeo Banchi -il noto partigiano “Ganna”- Bellucci fu “ridotto a uno straccio a furia di manganellate”.
Nel 1941, a guerra già in corso, lo stesso Banchi cercò di irrobustire la rete delle cellule del partito comunista, con l’ausilio di Enrico Orlandini e Albo Bellucci. Le riunioni si tenevano nel panificio dell’Orlandini in Via Ricasoli e nel suo molino in Via De’ Barberi. In seguito alla denuncia di un infiltrato, Bellucci fu arrestato insieme ad altri tre compagni il 4 febbraio del 1942 e condannato al confino per un anno in un paesino della Basilicata (27 marzo 1942). Prosciolto con la condizionale il 31 ottobre dello stesso anno, Bellucci non abbandonò le sue idealità antifasciste e, subito dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943, prese parte alle prime riunioni del Comitato militare provinciale presso la Villa Mazzoncini, in Via Mazzini. Quest’organismo, deputato al coordinamento della prima attività partigiana in provincia e vero precursore del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, fu smantellato dalla Guardia Nazionale Repubblicana nel rastrellamento del 26 novembre condotto presso la tenuta di Campo Spillo a Magliano, sempre di proprietà del Mazzoncini e luogo delle riunioni clandestine. Albo Bellucci fu arrestato a Paganico insieme a Ultimino Magini. Tutti i tentativi dei compagni di lotta per ottenere il suo rilascio furono destinati al fallimento. Albo Bellucci, Tullio Mazzoncini e Giuseppe Scopetani, affidati al Tribunale speciale, furono trasferiti nelle carceri di Siena e poi in quelle di Parma. All’inizio del 1944 per i tre antifascisti si aprirono le porte del lager di Mauthausen.
Solo Mazzoncini sopravvisse a quella terribile esperienza di prigionia, lavori forzati, freddo e fame. Albo Bellucci morì a Gusen, una tra le più dure dependences di Mauthausen, il 22 aprile del 1945. Per tutta la vita Mazzoncini cercò notizie e testimonianze sulla prigionia e la morte dei suoi due compagni. Negli anni ’70 riuscì a rintracciare un compagno di prigionia del Bellucci, il “professor Aronica”, testimone dei suoi ultimi giorni di vita.
Scrive infatti Mazzoncini su Nuova Toscana (n.6 del 06.03.76):
«Il caso mi separò assai presto dopo la rituale quarantena a Mauthausen, dai miei cari compagni di cella nella prigione di Siena e poi quella di Parma ove eravamo stati trasferiti a disposizione del Tribunale speciale, Albo Bellucci e Giuseppe Scopetani. Dopo quaranta giorni trascorsi nell’estenuante lager di Gross Raming, dependance di Mauthausen, l’attentato a Hitler e la conseguente cessazione dei lavori per i civili, ci riunì ancora a Mauthausen, malauguratamente loro due finirono poco dopo a Gusen, una tra le più tragiche dependences di Mauthausen. Appena giunsero gli americani mi recai al Bureau ed ebbi la tremenda notizia della loro morte. Subito mi detti da fare per avere notizie sulla loro fine a mai riuscii ad averne pur avendone chiesto ai superstiti di Gusen di ogni nazionalità. Una corrispondenza intensa dal ‘46 al ’48 circa fu ugualmente senza esito: mi ero rassegnato. Un giorno poco tempo fa, per caso seppi che in uno dei due libri di Pappalettera di parlava di Albo. Scrissi subito a Pappalettera ed ebbi l’indirizzo del caro Prof. Aronica di cui prego il giornale di pubblicare l’allegata lettera[…]».
Quella memoria, di cui riportiamo alcuni passi(1), trasuda l’impotenza e la pietà di fronte al deperimento di una giovane vita, consumata dal terrore del totalitarismo.
«[…] Bellucci portava nel volto e in tutto il corpo i segni della sofferenza. Era sempre sorridente, però, quasi che il pensiero della morte vicina gli desse un senso di rassegnazione, di liberazione e quasi di gioia. Non solo egli era più anziano di noi, ma aveva trascorso un periodo di prigionia più lungo. (…) Quella notte, il civile austriaco che aveva l’incarico di sorvegliarci durante il lavoro, ci sussurrò che ormai la guerra volgeva al termine e giungevano notizie di rotta su tutti i fronti: la notizia ci riempì di gioia. (…) Tre giorni dopo, durante il riposo al campo, Bellucci mi disse piangendo che era stato colpito dalla dissenteria. Un brivido mi percosse le ossa. Sapevo che quel male significava la morte. Il povero Albo era ormai condannato o alla morte naturale o all’assassinio da parte dei carnefici. Il giorno dopo venne a lavorare ma sul treno piangeva, piangeva come un bambino. Diceva che non si sentiva più la forza per reggersi in piedi. E noi, per incoraggiarlo, a dirgli che si facesse forza, che ormai la guerra volgeva alla fine (si era verso il 20 aprile 1945). Non hai sentito cosa ha detto l’austriaco? Si lo so…ma io non ho più la forza di resistere…La notte lo facemmo sedere e riposare, vigilando e lavorando per lui. La mattina, durante il breve viaggio di ritorno al campo, mi parlava, mi sembrava più calmo e più sereno. Ma non potei fare a meno, all’incerta luce dell’alba, di notare il suo sguardo vitreo e le sue labbra dallo strano colore violaceo. Povero Albo! Forse aveva poche ore di vita. Giunti al campo ci fu distribuito il solito pezzetto di pane nero e ammuffito e il mezzo litro di brodaglia. Albo ingoiò soltanto questa: il pane lo regalò a me e a Turri. Nel pomeriggio, al tramonto, vidi venirmi incontro Turri, il quale, con voce spezzata, mi disse che Bellucci stava per morire, fuori dietro la baracca. Corremmo e lo trovammo sdraiato a terra, con gli occhi spalancati e paurosamente vitrei. Muoveva debolmente le labbra, forse nel tentativo di mormorare una preghiera. Che cosa avremmo potuto fare noi, suoi compagni, infelici, deboli quanto lui? Dio! Dio! Un uomo era là, steso per terra, sul punto di morire e forse nutriva nel cuore, ormai stanco, una segreta speranza di salvezza…. E noi lo guardavamo immobili, sbigottiti. Non una lacrima sgorgava dai nostri occhi. Albo era ormai immobile, col viso illuminato dagli ultimi raggi del sole. Forse, all’approssimarsi della morte, aveva voluto cercare il sole, la luce che lo liberasse dal peso ormai insopportabile di quel corpo disfatto. Addio Bellucci! La sorte ha voluto che tu giungessi al sacrificio supremo!».
(a cura di Marco Grilli)
(1) Nota bibliografica: Domenico Aronica (a cura di Gianni A. Cisotto), La tragica avventura. Un siciliano dall’Altopiano di Asiago a Gusen II. ISTREVI, Cierre edizioni, pp. 102-117.
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Al convegno fiorentino sul volume curato da Paul Corner “Il consenso totalitario. Opinione pubblica e opinione popolare sotto fascismo, nazismo e comunismo” (Laterza, 2012), organizzato dall’Istituto storico della Resistenza in Toscana, sono intervenuti gli storici Adrian Lyttelton, Mariuccia Salvati e Maria Ferretti.
Adrian Lyttelton ha messo in risalto la difficoltà dell’utilizzo del concetto di opinione pubblica in un regime totalitario, sottolineando l’ambiguità del consenso e ponendo importanti interrogativi.
A cosa serviva il consenso? Qual era la sua funzione? Come interpretare azioni e parole esercitate e pronunciate in un regime e come i silenzi?
Nei regimi si può parlare di consenso apparente perché ciò che i regimi perseguivano era dimostrare l’efficacia del controllo della macchina dittatoriale e la debolezza delle opposizioni. Il consenso apparente era quindi il collante del conformismo di massa. Lo storico inglese si è poi soffermato sull’aporia nella teoria del totalitarismo. Il funzionamento del regime totalitario non può basarsi per sempre sulla mobilitazione permanente e la piena realizzazione dell’ideale totalitario si rivela come un sogno impossibile da realizzare. Il totalitarismo è quindi un’idealità che non si realizza mai. Nel fascismo la mobilitazione era ridotta rispetto al nazismo, tanto da poter esser configurato come un pre-totalitarismo, somigliante più ai regimi post-totalitari. Pre-totalitarismo che lascia sempre aperta una possibilità di cambiamento. Per esempio, è stato verificato come tra i giovani, e specialmente nelle grandi città, si fosse diffusa verso la fine degli anni ’30 una diffusa apatia verso il regime. Per la stessa guerra d’Etiopia si era verificato molto più un consenso apparente totale che un consenso vero, mentre la militarizzazione crescente tendeva a cozzare contro il valore della pace interiorizzato dalla maggioranza della popolazione (es. cattolicesimo rurale).
Per Lyttelton il totalitarismo risponde a un valore di identità sociale. L’appropriazione patriottica da parte del fascismo proietta un’immagine di modernità, pensiamo solo alle manifestazioni sportive e alla politica delle grandi opere. D’altro canto, il fascismo seppe appellarsi ai valori tradizionali (si pensi all’uso strumentale delle feste e delle tradizioni popolari). Patriottismo e fascismo si fondono quindi nel tentativo di creare una singola unità, una comunità organica. Attraverso la coercizione e la sorveglianza aumentava inoltre il bisogno di identità sociale, perché questi due strumenti creavano un pericoloso isolamento che tendeva ad escludere l’individuo dissidente da ogni forma di vita collettiva. Le tradizioni inventate e le varie celebrazioni (ad esempio la battaglia del grano) ebbero poi un impatto enorme sulla sfera della quotidianità e potrebbero essere state fonte di un reale consenso, specialmente alla fine degli anni ’20.
Nei regimi totalitari Lyttelton ha evidenziato come si assista anche a forme di rivincita del quotidiano. Le relazioni sociali interagivano sempre con le direttive dall’alto e vi era sempre un continuo confronto tra privato e pubblico. Ciò e dimostrato per esempio dall’insoddisfazione per il dilagare della corruzione nel regime e tra i gerarchi e nel reale disagio per le difficili situazioni economiche, specialmente negli anni della grande crisi.
Lyttelton si è soffermato anche sull’importanza del monopolio dell’informazione nei regimi totalitari, precisando però che tale monopolio non poteva esser mantenuto in eterno, perché incapace di resistere alle sensibilità del mondo esterno.
In conclusione, secondo Lyttelton, l’alternativa dualistica tra consenso e dissenso è troppo semplicistica nei regimi totalitari. Non si può dimenticare l’aspetto coercitivo nei regimi totalitari (la violenza, la sorveglianza, la coercizione economica) per valutare la categoria del consenso. Per esempio, la dipendenza dall’assistenza aveva creato legami quotidiani tra la popolazione e il partito, mentre perfino le lettere private devono esser analizzate con sospetto, a causa della sorveglianza sempre operante. Nei regimi totalitari, conclude Lyttelton, non si può mai parlare di consenso o dissenso assoluto, ma bisogna ricorrere a categorie intermedie, adeguatamente contestualizzate.
La seconda relatrice, Mariuccia Salvati, si è soffermata su quello che considera il merito principale del lavoro di Corner, ossia il ricorso al metodo comparativo, troppo spesso sottovalutato dagli studi italiani. Un uso “alla Bloch” della comparazione, che invita a cercare le differenze. Nel libro, inoltre, l’uso del consenso totalitario come categoria è diverso a seconda dei casi. Qualsiasi categoria che utilizziamo va comunque differenziata per paesi e per periodi storici, ha spiegato Salvati. Nel volume il concetto di totalitarismo è utilizzato prevalentemente nei confronti di nazismo e stalinismo, così com’è nella versione di Annah Arendt. Nei regimi totalitari la categoria di opinione pubblica va usata però con particolare prudenza, poiché bisogna sempre tener conto delle differenze tra la democrazia e i totalitarismi ed il concetto di opinione pubblica rinvia sempre a un confronto di opinioni. Nei saggi emerge, a partire dagli anni ’30, la sottolineatura del totalitarismo come regime che soffoca le libertà e limita la sfera privata: si ricorre quindi alla categoria più consona di opinione popolare, utilizzata in sintonia con la nascita di una categoria storiografica affermatasi dopo il 1968, ossia la storiografia del quotidiano, l’opinione dal basso.
Il prevalere della categoria di totalitarismo nel primo ventennio dopo la guerra si deve alla definizione del regime nazista da parte del Tribunale di Norimberga, quando ancora non si parlava di Olocausto e lo scopo era quello di individuare i colpevoli. Sarà poi Annah Arendt che, introducendo la categoria di Olocausto, portò al centro dell’attenzione la corresponsabilità degli uomini comuni (siamo nella generazione del ’68).
Secondo Salvati, Corner coglie le differenze dell’opinione pubblica, che non sono sempre positive, scoprendo la distanza e la sfiducia complessiva anche verso l’idea politica del regime. Non c’è grande contiguità tra opinione pubblica e opinione popolare, mentre vi è tra opinione popolare e vita quotidiana. Nei saggi, inoltre, si mostra come l’ideologia riesca a suscitare una partecipazione attiva (ad es. il dibattito intellettuale che continua nel corso degli anni alla ricerca dell’interpretazione delle parole del capo).
I saggi vertono soprattutto sulla fine degli anni ’30. Nel regime fascista, sottolinea la Salvati, deve esser invece fatta una distinzione tra anni ’20 e anni ’30, come spazio di esperienze e orizzonte di aspettative. L’esperienza vissuta dalle generazioni coinvolte nelle fratture dei due conflitti mondiali ha avuto infatti notevoli ripercussioni. La generazione dei Gobetti e dei Rosselli (antifascismo degli anni ’20), che denunciava la frattura di un fascismo antiliberale e confidava nella speranza di un futuro democratico liberal-socialista, va distinta dalla generazione degli anni ’30, segnata indelebilmente dall’esser stata inquadrata dal regime. Questo discorso, secondo Salvati, va sempre tenuto presente nell’analisi del fascismo. La guerra è il dato della realtà che colpisce la generazione comune.
Maria Ferretti ha focalizzato il suo intervento nella critica alla scuola revisionista sovietica della fine degli anni ’70, primi anni ’80. Gli storici revisionisti hanno evidenziato ed eccessivamente enfatizzato il ruolo della società nella costruzione del regime staliniano, assolutizzando il sociale e le reazioni della società quasi senza considerare la situazione politica. Secondo questo metodo lo stalinismo è stato quindi inteso, erroneamente, come rivoluzione dal basso e come espressione della volontà profonda di una società.
Ferretti ha sottolineato come, con l’apertura degli archivi, queste teorie si siano rivelate inutilizzabili, mentre si attende ancora una storia sociale del partito. L’errore della scuola revisionista sta principalmente nella confusione metodologica tra il basso assolutizzato e le minoranze attive, che sono le uniche che appaiono effettivamente nel loro discorso. Le minoranze attive, ha proseguito Ferretti, meriterebbero di essere studiate bene per valutare aspetti fondamentali quali la creazione del consenso e l’immagine propagandistica imposta dal regime. La propaganda staliniana muta infatti nel corso degli anni e offre un’identità di gruppo ad una minoranza. I revisionisti hanno però commesso imperdonabili errori di metodo, basandosi sull’uso acritico delle fonti, tanto che oggi emergono le notevoli storture tra le fonti stampa, da questi utilizzate acriticamente, ed i dati d’archivio. Le stesse fonti di polizia, ha precisato la storica dell’Università della Tuscia, vanno analizzate con molta cautela e con spirito critico, poiché rivelano informazioni preziosissime che devono però essere adeguatamente incrociate e utilizzate.
Anche per l’Urss, ha sottolineato Ferretti, è impossibile parlare di opinione pubblica, mentre è più giusto riferirsi al concetto di opinione popolare. Ancora oggi non siamo in grado però di misurare la diffusione delle opinioni: vi sono minoranze attive, minoranze che resistono e una vasta gamma di comportamenti nel mezzo. Ad esempio, per resistenza passiva possiamo considerare le varie forme di astensionismo sul lavoro, che andavano dal presentarsi in ritardo, al lavorare più lentamente fino alla mancata partecipazione alle riunioni. L’azione è possibile invece solo quando s’intravede una via d’uscita, una soluzione. Il sistema sovietico, ha proseguito Ferretti, si è retto sulla violenza, sull’apparato di sorveglianza, su una vasta rete di informatori, sulla repressione e sulle note purghe. Più di 20 milioni di sovietici passarono dai gulag negli anni ’30. In un confronto tra i regimi totalitari possiamo quindi dire, per Ferretti, che la resistenza fu più forte nell’Urss vista l’intensità delle purghe, con l’ondata più violenta registrata dagli anni ’30, in seguito alla collettivizzazione. Il regime sovietico mostra quindi paura verso la società e matura l’impressione di vivere in una fortezza assediata, data la forte resistenza. Un esempio su tutti: nonostante l’ateismo di Stato, nel 1937 ben metà della popolazione si professava credente. Il consenso minore in Urss rispetto a quello del nazismo e del fascismo si spiega, secondo Ferretti, anche con le condizioni materiali della popolazione, costretta alla miseria più nera. Il consenso, conclude la storica nel corso del dibattito, ha avuto notevole importanza per la messa in scena. Il ricorso alle adunate e alle parate, con la loro spettacolarità e imponenza, costituiva infatti una forma ulteriore di controllo sociale, perché isolava e impauriva chi ne restava fuori.
Nel corso del dibattito succeduto al convegno, il curatore Corner ha spiegato come il ricorso al concetto di opinione popolare serva ad evitare le difficoltà connesse all’utilizzo della categoria di opinione pubblica nei regimi dittatoriali. Il volume articola il quadro del consenso, al di là delle facili e opposte conclusioni di consenso o repressione. L’analisi della vita quotidiana, ha sottolineato Corner, risulta inoltre molto utile ai fini della creazione di una metodologia. Permette infatti di cercare di capire cosa stava sotto al conformismo e alla passività, di indagare i silenzi e di guardare a concetti più ovvi quali la collaborazione, la collusione e tutte le varie opportunità che esistevano prima di arrivare al consenso vero e proprio. Vi è infatti, ha precisato Corner, una vasta gamma di opinioni possibili, per cui è fondamentale indagare il rapporto fra sfera pubblica e sfera privata. Lo storico inglese ha citato il volume di Scott dove si parla di “armi dei deboli”, ossia della differenza tra il modo formale che si presentava all’esterno e il modo privato che si cercava di celare. Per quanto riguarda le fonti, Corner ha spiegato che le relazioni di polizia e degli informatori in Italia sono più affidabili e facilitano la comprensione degli eventi. Tuttavia, gli studi sulla categoria del consenso non permettono di andare oltre un certo livello e di giungere a una conoscenza piena del fenomeno.
In conclusione, Corner ha sottolineato che il fine ultimo delle dittature è quello di perseguire l’accettazione passiva e la rassegnazione, più che il consenso assoluto. Questo perché i regimi non si sono mai fidati pienamente delle genti e hanno sempre mostrato una certa insicurezza nei confronti della popolazione. Il controllo sociale risultava infatti più agevole quando si perveniva alla collaborazione del popolo: un fattore che consentiva ai regimi di esser più sicuri. Il consenso assoluto, quando era reale, ha sempre fatto piacere ai regimi, che tuttavia raggiungevano i loro fini semplicemente quando arrivavano alla complicità, alla costrizione alla collaborazione da parte della popolazione. Più che al consenso, in conclusione, i regimi totalitari miravano al coinvolgimento della popolazione.
(a cura di Marco Grilli)
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Origini dell’arma siluro
La nascita l’evoluzione e la diffusione dell’arma siluro è legata indissolubilmente alla città di Fiume ed ai nomi di Johann Blasius Luppis, ufficiale della marina austro-ungarica, e Robert Whitehead, ingegnere britannico. La ricostruzione della storia di questo ordigno bellico merita di soffermarsi su due episodi lontani nel tempo: il primo è l’assedio di Anversa del 1585, dove un’ingegnere mantovano, Federico Giambelli, lanciò un galleggiante contenente esplosivo contro lo sbarramento delle barche spagnole sullo Schelda; il secondo fa riferimento alla Guerra di Secessione Americana (1861-1865), dove le forze navali sudiste ricorsero all’utilizzo delle spar boats, natanti provvisti a prora di un’asta di 8-10 m di lunghezza all’estremità della quale si trovava una carica esplosiva. In quest’ultimo caso tali natanti a vapore, sia di superficie sia semisommergibili, riuscivano ad affondare le navi nemiche ma finivano spesso per essere a loro volta affondati.
Il Salvacoste di Luppis e il Torpedo di Whitehead
Certamente conscio di questo grave inconveniente era Johann Blasius Luppis (1814-1875), capitano di fregata fiumano il quale ideò un mezzo per la difesa costiera, il salvacoste. Si trattava di un’arma galleggiante priva di equipaggio la quale, teleguidata da terra, avrebbe dovuto dirigersi verso la nave nemica esplodendo all’urto. Nel 1860 questo modello fu presentato all’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe il quale, non troppo entusiasta, espresse la necessità di trovare soluzioni più pratiche e complete. Fondamentale fu quindi l’intervento del notabile e sindaco di Fiume Giovanni de Ciotta, che nel 1864 che mise in contatto il suo amico Luppis con chi aveva le competenze tecniche e scientifiche per risolvere il problema, l’ingegnere inglese Robert Whitehead (1823-1905). Questi proveniva dalle Scuole Tecniche in Inghilterra e nel 1847 si era trasferito a Milano, dove si occupava di macchine per la filatura. Divenuto poi direttore dello Stabilimento Tecnico Triestino, nel 1858 passò a Fiume in qualità di direttore dello Stabilimento Tecnico Fiumano (ex-Fonderia metalli di Fiume), dove si producevano motori e caldaie a vapore tra i più moderni dell’epoca, installati sulle navi della Marina imperiale austriaca. Whitehead e Luppis entrarono quindi in società, mentre De Ciotta, il terzo socio, s’incaricò di seguire le trattative commerciali.
Whitehead verificò subito la scarsa efficienza del salvacoste, troppo lento, esposto all’influenza del moto ondoso e del vento e facilmente avvistabile dal nemico. Studiando anche l’anatomia dei pesci, l’ingegnere inglese progettò un corpo fusiforme, alimentato da un motore ad aria compressa e capace di navigare occultamente sott’acqua ad una quota stabilita da un regolatore d’immersione, in modo da far avvenire l’esplosione in corrispondenza della carena, ossia nella zona vitale e meno protetta della nave nemica.
Il geniale inventore lavorò assiduamente ed in segretezza al suo progetto per ben due anni (dal 1864 al 1866), assistito dal figlio John. I primi test del prototipo dell’arma si svolsero nel dicembre 1866; nell’esperimento ufficiale per conto della Marina austro-ungarica, a 600 m di distanza con navi ferme, su trenta lanci sedici colpirono il bersaglio, con la nave silurante in moto due lanci su sei ebbero esito positivo, mentre con entrambe le navi in moto uno su tre fece centro. Il primo prototipo di siluro del 1866 aveva la forma di spola con le estremità affusolate e portava due alette, una superiore ed una inferiore, per impedire sbandamenti di direzione. Queste le sue dimensioni: lunghezza massima 3,53 m; diametro 356 o 406 mm; peso 136 kg; velocità massima 6 miglia. All’estremità della testa era avvitato l’acciarino, il congegno preposto allo scoppio della carica, mentre la testa, conica, conteneva 15-18 kg di esplosivo, cioè di polvere o fulmicotone umido. Servirono altri due anni a Whitehead per perfezionare e rendere operativa l’arma; nel 1868 la Marina austro-ungarica decise di acquisire i diritti non esclusivi di uso e riproduzione per la notevole somma di 200.000 fiorini. Nel febbraio 1871, dopo lunghe sperimentazioni, anche la Marina britannica decise l’acquisto del “Whitehead torpedo”; da lì in poi per Whitehead si spalancarono le porte delle più importanti marine mondiali: Francia (1872), Italia e Germania (1873), Danimarca, Svezia e Norvegia (1875), Russia (1876), Turchia, Belgio, Portogallo, Argentina, Cile e Grecia (1877), Stati Uniti (1891). Nel 1873 la Germania anticipò a Whitehead una notevole cifra per la costruzione di 100 siluri da 381 mm, assicurando alla fabbrica la garanzia che avrebbe continuato a rifornirsi di siluri, lanciasiluri e compressori presso lo stabilimento fiumano per dieci anni consecutivi.
Profilo dell’ing. Whitehead: la nascita e lo sviluppo della “Torpedo Fabrik von Robert Whitehead”
Nel 1873 lo Stabilimento Tecnico Fiumano dichiarò bancarotta; due anni dopo, grazie alla vendita dei diritti d’uso e alle anticipazioni economiche della marina tedesca, Whitehead ed il genero Edgard Hoyos lo rilevarono costituendo la compagnia privata denominata “Torpedo Fabrik von Robert Whitehead”. L’azienda contava già ben 500 dipendenti nel 1878 ed in pochi anni aumentò il personale ed ampliò le proprie strutture, presentandosi come uno degli stabilimenti industriali più progrediti del tempo, fonte di ricchezza e benessere per la città di Fiume. Per rispondere alle esigenze di fabbricazione di un’arma così complessa tecnicamente, al suo interno la fabbrica era dotata di reparti di fonderia, caldareria, lavorazioni meccaniche, assemblaggio e sperimentazione. Vi erano anche un pontile di lancio per le prove ed i collaudi dei siluri prodotti, ed un porticciolo per ospitare le unità delle marine acquirenti, per l’installazione a bordo dei tubi di lancio.
Nel 1905 Whitehead trasformò la sua azienda in Società per azioni, nasceva così la “Torpedo Fabrik Whitehead e Co. Gesellochaft”, col capitale di 7.500.000 di corone. Oltre a vendere ai vari Stati il diritto d’uso e riproduzione dei prodotti, il Silurificio istituì filiali in tutto il mondo (tra queste menzioniamo Weymouth in Inghilterra, St Tropez in Francia, Napoli in Italia e Feodosia in Russia) e concorse all’impianto all’estero di silurifici governativi o privati. Poco prima della sua morte, avvenuta nel 1905 a 82 anni, l’ingegnere inglese, in mancanza di eredi diretti, cedette il pacchetto di maggioranza dell’azienda al gruppo inglese Vickers-Armstrong Whitworth. La figura dell’ingegnere inglese è stata studiata dallo storico Irvin Lukezić, autore di una ricca biografia di ben 425 pagine, dal titolo “Robert Whitehead: l’industriale inglese del siluro di Fiume”, pubblicata dall’ Izdavački Centar Rijeka e finanziata dalla municipalità di Fiume. “Sarebbe ingiusto ignorare l’apporto dato da Robert Whitehead allo sviluppo di Fiume nel suo periodo d’oro”, spiega l’autore, che ricorda l’ingegnere inglese come inventore, filantropo, visionario e tipico rappresentante dell’imprenditoria dell’Inghilterra vittoriana che “gestiva la propria fabbrica in modo autoritario ma considerava i propri operai quasi come dei familiari. Era severo, ma allo stesso tempo comprensivo e generoso”. Nonostante le umili origini, grazie alla sua fervida dedizione al lavoro l’ingegnere di Bolton riuscì a ritagliare un ruolo importante alla propria famiglia nell’alta società dell’epoca, imparentandosi con nobili casate come quelle dei von Trapp, dei von Bismarck e degli Hoyos. Il ricordo di Whitehead, sepolto in una modesta tomba nel cimitero della chiesa parrocchiale di San Nicola a Worth, nel Sussex, campeggia oggi nel mausoleo costruito dai suoi familiari, che spicca nel bel cimitero monumentale di Cosala, a Fiume. Lukezić, che ha ricordato come in passato fosse stata dedicata una via cittadina all’illustre personaggio -l’odierna via Joža Vlahović- ha proposto di apporre una targa commemorativa in suo onore, magari sulla facciata della “Casa Veneziana”, che lo stesso Whitehead fece costruire. Dopo la presentazione ufficiale del libro, Daina Glavočić, storico dell’arte e presidente dell’Associazione per la tutela del patrimonio industriale di Fiume, ha condotto i presenti attraverso una passeggiata virtuale nel nucleo storico, tra i palazzi di via Dolac, fatti costruire da Whitehead all’architetto triestino Giacomo Zammattio, proseguendo poi il cammino verso il rione di Braida, passando poi per piazza Adria 4, dove in uno stabile era stata creata la Sailor’s home, per arrivare in zona Fiumara e chiudere il cerchio nel cimitero monumentale di Cosala, dominato dall’ imponente mausoleo, iniziato dallo Zammattio e terminato da Carlo Pergoli.
Il siluro non trovò largo impiego nelle battaglie navali svoltesi dal 1875 al 1905. Il primo lancio di siluro in combattimento, privo di successo, venne effettuato dalla nave inglese “Shah” contro la nave peruviana “Huascar” il 29 maggio 1877. La prima operazione riuscita risale invece al 16 gennaio 1878, quando le torpediniere russe “Cesme” e “Sinope” comandate dall’ammiraglio Makharoff centrarono da 80 m di distanza il guardacoste turco “Intibah”. La consacrazione dell’efficacia di questa nuova arma, dopo alcune azioni di siluramento nella guerra cino-giapponese del 1894-95, si ebbe con la battaglia di Tsushima del 1905 nell’ambito della guerra russo-giapponese.
Dopo il passaggio al gruppo inglese, la diffusione e produzione mondiale dell’arma fu però notevole (il solo Stabilimento fiumano produsse 6.894 esemplari nei suoi primi 25 anni di vita). Nel 1910 l’azienda stipulò un accordo con le ditte “Lessner” e “Obucoff” per la riproduzione dei siluri in Russia, nel 1913 fondò una filiale a Saint Tropez, in Francia, mentre l’anno seguente ne fu inaugurata un’altra a Napoli, denominata “Società Anonima Italiana Whitehead”, destinata a produrre lanciasiluri e compressori.
Torpediniere, cacciatorpediniere e sommergibili
L’invenzione del siluro fu all’origine d’importanti novità nelle costruzioni navali; considerato che i primi esemplari operativi avevano velocità massime di 10 nodi e portate non superiori ai 500-600 m, per il loro impiego si doveva contare su navi di scarso tonnellaggio, alta velocità e buona manovrabilità, in grado di effettuare rapidamente le azioni di avvicinamento, lancio e fuga. Nacquero così le torpediniere, unità veloci e facilmente manovrabili, dotate di tubi di lancio sopracquei e subacquei. L’esigenza di contrastare tali mezzi navali e difendere le unità maggiori portò poi alla produzione delle cacciatorpediniere, unità di maggior tonnellaggio e velocità delle torpediniere, a loro volta armate di siluri e artiglieria. L’invenzione di Whitehead diverrà poi l’arma congeniale di quella rivoluzionaria unità navale che fu il sommergibile.
Il progresso tecnologico del siluro
Lungo e complesso fu il processo che seguì il siluro per migliorare velocità, portata, capacità distruttiva e precisione. Dopo i primi serbatoi in lamiera di ferro comparvero quelli in acciaio, capaci di garantire miglior condizioni di sicurezza. Per quanto riguarda la sostanza esplosiva, inizialmente si ricorse al fulmicotone, sostituito dal tritolo nel 1910, preferibile per l’alta stabilità e la facilità di lavorazione.
Nel 1914 il Silurificio Whitehead realizzò un’altra importante innovazione, l’acciarino -congegno impiegato per determinare lo scoppio della carica all’urto- universale a pendolo, capace di assicurare il funzionamento del siluro con qualunque angolo d’impatto. Anche il motore fu soggetto ad una lunga evoluzione: dal 1877 fu adottato il Brotherood sostituito nel 1879 da una sua variante, il Brotherood-Whitehead che, al posto della valvola unica centrale di distribuzione, adottava tre valvole cilindriche. Nel 1909 la richiesta di maggior velocità in funzione dell’utilizzo del diametro di 533 mm, portò alla creazione del motore a due cilindri suborizzontali. Al 1896 risale invece l’adozione delle teste rigonfie, capaci di una maggior efficienza distruttiva rispetto a quelle affinate, ora che i siluri avevano raggiunto velocità più alte. Il guidasiluri, ideato nel 1895 dall’ing. Ludovico Obry ed acquistato dal Silurificio Whitehead nel 1897, consentì la regolazione automatica del percorso orizzontale dell’arma, evitando quelle oscillazioni laterali causa più frequente dell’insuccesso del lancio. Furono così eliminate le alette verticali, che rendevano più difficili le operazioni di lancio e aumentavano l’attrito dell’arma in moto. Il diametro dell’ordigno fu un altro elemento soggetto a progressi: dopo il 1876 prevalsero siluri da 356 mm ma per rispondere alle esigenze delle marine di maggior raggio d’azione e più alta capacità distruttiva, Whitehead costruì nel 1889 quelli di 450 mm, in concorrenza dal 1909 con quelli da 533 mm, più forti in carica e velocità.
La Prima Guerra Mondiale e la nascita del Siluruficio Whitehead di Fiume S.A.
All’inizio della Prima guerra mondiale il Silurificio di Fiume lavorò esclusivamente per gli Imperi Centrali. In seguito all’entrata in guerra italiana (24 maggio 1915) le attrezzature di produzione di Fiume furono trasferite a St. Polten, vicino Vienna, mentre in città restarono solo le funzioni di poligono di lancio. I timori si rivelarono fondati in quanto il 2 agosto 1916 gli italiani bombardarono la fabbrica, che si trovava pochi Km ad ovest della città, tra il villaggio di Plase e quello di Cantrida.
Nel corso del primo conflitto mondiale il Silurificio produsse 1.780 siluri da 450mm, 64 lanciasiluri e 94 compressori. Gli esiti della Grande Guerra furono disastrosi per gli Imperi Centrali, la crisi colpì particolarmente la città di Fiume e gli stessi azionisti della Whitehead deliberarono lo stato di fallimento dell’azienda. Si parlò perfino della necessità di demolire tutte le officine per presunte ragioni di edilizia urbana della città di Fiume.
La Whitehead riprese slancio produttivo soltanto dopo il passaggio di Fiume all’Italia (Trattato di Roma, 27/1/1924) quando l’ing. Giuseppe Orlando divenne Presidente della “Società di Esercizio Anonima-Stabilimento Whitehead” che, nel 1928, acquisì la proprietà con la ragione sociale di “Silurificio Whitehead di Fiume S. A.” ed un capitale di 30.000.000 di Lire. Il prestigioso stabilimento fiumano, rifondato nel 1924 con 230 dipendenti, contava già un organico di oltre 1.000 unità nel 1932. I locali e gli impianti furono ammodernati ed ampliati, completati da una nuova stazione di lancio per siluri e, nel 1935, da una struttura per la simulazione di lanci da aereo. Negli undici anni di gestione italiana furono prodotti oltre 1.450 siluri da 450 e 533 mm; nel 1934 il silurificio fiumano presentò alla Regia Marina Italiana un nuovo siluro da 533 mm dalla carica di 300 kg di tritolo capace di velocità di 50 nodi per 4 km di distanza, 40 nodi per 8 km e 30 nodi per 12 km. Nello stesso anno l’azienda fiumana costituì a Livorno la Società Moto Fides; in entrambe le città l’attività di produzione bellica fu frenetica a causa della corsa agli armamenti che caratterizzò il periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. In questi anni fu progettato anche il siluro da aereo, la Whitehead di Fiume costruì il tipo RM-MAS di calibro 450 mm, lungo 5,50 m.
La Seconda Guerra Mondiale, la fine della Whitehead di Fiume e l’eredità raccolta dalla W.A.S.S.
Durante il conflitto l’arma siluro giocò un ruolo fondamentale, basti ricordare alcuni episodi quali l’attacco di aero-siluranti inglesi nella rada di Taranto (11-12/11/1940) e l’attacco giapponese a Pearl Harbor (7/12/1941). Nel 1942 lo stabilimento fiumano produsse ben 1.170 torpedo, mentre nel 1943 fu realizzato il record produttivo di 160 siluri in un mese. L’Italia, nel periodo dall’entrata in guerra (10/6/1940) all’armistizio (8/9/1943) consumò ben 3.700 torpedo, principalmente del nuovo tipo da 533 mm. Oltre al silurificio Whitehead di Fiume a al Motofides di Livorno, era attivo il silurificio italiano di Baia-Napoli, in attività dal 1915. I siluri italiani impiegati durante la Seconda guerra mondiale dettero risultati più che soddisfacenti e la Marina italiana non ebbe a lamentare alcun inconveniente di carattere sistematico a cui invece andarono soggetti, ad esempio, alcuni tipi di siluri tedeschi e americani. Anche Fiume subì però le nefaste conseguenze dei bombardamenti aerei e quel che restò dello stabilimento Whitehead fu decentrato in località più interne (Valvasone, Fiume Veneto) dalle ridotte capacità produttive. L’ingresso in città delle forze jugoslave nella primavera del 1945 segnò praticamente la fine della vita produttiva di questa gloriosa azienda, che il 31 luglio 1945 venne fusa al silurificio Moto Fides di Livorno con conseguente trasferimento delle risorse rimaste nella città tirrenica.
A Fiume l’ex-Whitehead divenne sede di un’azienda meccanica, che acquisì la suggestiva denominazione “Torpedo”. Chiusa anche la “Torpedo”, oggi gli stabilimenti del vecchio e glorioso silurificio sono stati riconvertiti in un polo di servizi, dove operano società attive nel campo della consulenza, del marketing e del design. La vecchia Moto Fides di Livorno è invece oggi la “Whitehead Alenia Sistemi Subacquei”, società all’avanguardia nel settore dei prodotti per la difesa subacquea, facente parte del gruppo Finmeccanica dal 1995. WASS, con stabilimenti a Livorno, Genova e Napoli, impiega ingegneri altamente qualificati che sono responsabili della progettazione, sviluppo, produzione e marketing dei propri prodotti: siluri pesanti, siluri leggeri, sistemi di contromisure antisiluro per sommergibili e navi di superficie, sistemi di sorveglianza subacquea e sonar. In particolare, il siluro pesante di ultima generazione, il Black Shark, fiore all’occhiello della ditta, è già stato integrato con successo a bordo di una vasta gamma di sommergibili equipaggiati con diversi tipi di Combat Systems. Grazie ad un Dipartimento di supporto logistico, WASS fornisce anche un efficace e completo supporto tecnico post-vendita, in grado di soddisfare i bisogni specifici di ogni singolo cliente.
Ancora oggi Fiume deve rendere omaggio alla vecchia e prestigiosa Whitehead che, grazie alla perizia ed abilità dei suoi creatori, ingegneri e lavoratori, ed alla validità delle soluzioni ed evoluzioni tecnologiche proposte, è stata per lungo tempo motivo di vanto ed orgoglio nella storia industriale della città quarnerina.
Il siluro nell’arte
Nel 2011 l’ente museale di Fiume ha organizzato la mostra “Il siluro fiumano: il primo al mondo”. L’orefice Tonči Grabušić ha invece trasformato il siluro in un capolavoro di manifattura artigianale: una penna a sfera con una minuscola elica in argento che porta incastonato sopra un cristallo Swarowski. Questo tipico souvenir fiumano è deputato anche a conservare la memoria, poiché al suo interno contiene una chiavetta USB con un breve documentario sul primo siluro. Bisogna ricordare, inoltre, che fino agli anni ’60 del ‘900 un gadget aziendale veniva dato in omaggio alle personalità in visita agli stabilimenti: una penna molto simile a quella disegnata dall’orefice Tonči Grabušić, di cui una versione fu disegnata a Torino da Carlo Ostorero. Negli anni ’20-’30 del ‘900 il silurificio fiumano disponeva di un altro oggetto regalo esclusivo: una miniatura di 33 cm di un siluro in ottone cromato, completo di eliche girevoli, posto su due supporti sempre di ottone cromato, poggianti su una base di marmo, dove era applicata una targhetta metallica riportante l’iscrizione “OMAGGIO DEL SILURIFICIO WHITEHEAD DI FIUME S.A.”. Un modello che ricalca fedelmente il più importante siluro prodotto dalla Whitehead di Fiume, creato nelle stesse officine del silurificio e destinato agli alti dignitari in visita presso lo stabilimento.
(a cura di Marco Grilli)
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L’ignaro turista, che si ritrova a passeggiare per la prima volta nelle strade di Fiume, si chiederà sicuramente il significato di quella pittoresca ed enigmatica figura della testa di moro col turbante onnipresente in città, come gioiello, souvenir, marchio ecc.
ORIGINI STORICHE
Nel caso fiumano il moretto nacque come orecchino d’oro e d’argento in funzione di amuleto, presto diventato simbolo e testimonianza forte dell’identità fiumana. Le origini di questa bizzarra figura sono avvolte dal mistero; compiendo un balzo indietro nella storia troviamo i primi esemplari di orecchini con testine come elemento ornamentale nella cultura micenea. Il periodo ellenico della Grecia antica e le conquiste di Alessandro Magno, Re di Macedonia, contribuirono a diffondere l’utilizzo di questi gioielli, presenti sugli Appennini, in Etruria, sulle isole dell’Adriatico e del Quarnero, nel Litorale e in Istria, fino alla Dalmazia e alla Macedonia. Questi amuleti e portafortuna recavano ben impresso il gusto ellenico come dimostrato dall’elaborazione dei metalli, l’uso di smalto multicolore e di pietre preziose. Forme di bigiotteria con elementi antropomorfi le ritroviamo anche nell’antica Roma e nei cammei italiani dei secoli successivi, forse in relazione con quelli spalatini. Nella città dalmata, così come nelle Isole di Brazza, Cursola e Lesina, gli orafi fabbricavano anelli d’oro con cammei ovali in pietre nere o bianche con la testa di moro del turco, fino all’inizio del ‘900. Questi anelli di Spalato e Salona, detti “moretti”, potrebbero avere legami coi moretti fiumani. Per la loro produzione gli orafi si servivano della pasta vitrea di Murano. Il motivo del moretto si trova anche sulle monete di Lajos il Grande e della famiglia ungherese Szereczen del XIV secolo.
La minaccia turca e i tanto temuti attacchi pirateschi potrebbero essere all’origine della vasta diffusione del motivo della testa di moro in Dalmazia, nelle città adriatiche, sulle isole e nell’Italia meridionale, non solo in forma di anello ma anche di stemma nobiliare. Portare il moretto era forse un modo per esorcizzare la paura; le popolazioni del litorale provvedevano anche a donarli alle chiese nei momenti di cessato pericolo.. Fatti storici, quali i contatti economici e commerciali dei naviganti con le terre orientali e le invasioni turche, possono spiegarci le origini della diffusione del moretto ma non hanno impedito la fioritura di racconti, poesie popolari e leggende. Attenendosi ai fatti storici constatiamo che la minaccia turca fu materia rilevante per l’Adriatico settentrionale specialmente nel XV sec.; dopo il primo akin (incursione di truppe irregolari a scopo di razzia) in Slavonia all’inizio del ‘400, gli ottomani sbaragliarono la nobiltà croata nella battaglia della Krbava (1493), costituendo dei sangiaccati coi valacchi di religione ortodossa nelle aree conquistate. La prima direzione dell’esercito turco lungo Grobnik, Klana, Podgrad, verso Trieste, l’Istria ed il Friuli fu ribattezata “strada turcorum”. Nel 1526 l’esercito ungaro-croato fu sconfitto nella Battaglia di Mohacs e la morte del Re Ludovico II Jagellone rese il trono vacante. Nella Dieta di Cetingrad la Corona del Regno trino fu offerta all’Arciduca Ferdinando d’Asburgo. La minaccia turca cessò definitivamente solo nel 1699, dopo la vittoria della Lega Santa (Pace di Carlowitz).
LEGGENDE FIUMANE
La prima leggenda sull’origine fiumana dei moretti risale all’invasione tartara del 1242. E’ stata riportata da Riccardo Gigante (figlio dell’orafo Agostino, irredentista italiano, volontario nella Prima guerra mondiale, poi sindaco di Fiume e vicino a D’Annunzio nel periodo della Reggenza del Carnaro, nel ’21 combatté gli autonomisti di Zanella e fu podestà di Fiume dal 1930 al ’34, quando fu nominato senatore del Regno d’Italia per motivi patriottici. Aderì alla RSI e fu per breve tempo prefetto di Fiume durante l’occupazione tedesca. Fu ucciso in circostanze non chiarite nel maggio ’45, al momento dell’ingresso a Fiume delle truppe Jugoslave di Tito). Scrive Gigante: “Quando nel 1242 i tartari che l’anno precedente avevano invaso l’Ungheria, scesero al mare inseguendo il fuggiasco Re Bela IV e piantarono le loro tende sull’altare di Selenico, si diedero a percorrere il paese in tutte le direzioni mettendolo a ferro e fuoco. Durante una di queste loro scorrerie, sostarono a pochi Km da Fiume, sul campo di Grobnico, il quale era allora interamente coperto dalle acque di un lago, minacciando di strage la città. I fiumani, impotenti ad arginare l’avanzata dei predoni, rivolsero le loro preci al cielo per impetrarne l’aiuto. Il cielo non fu sordo al loro grido d’angoscia e quando i turchi s’apprestavano a levare il campo per proseguire la loro marcia su Fiume, li colpì con una terribile grandinata di sassi, che li uccise e seppellì tutti fino al collo lasciandone esposte le sole teste e colmò quasi interamente il lago”. La leggenda narra che, per ricordare questo incredibile evento, il campo fu ribattezzato “Campo di sassi” ed i fiumani realizzarono degli orecchini d’oro a forma di testa di moro per le loro donne.
Un’altra leggenda, diffusa nel grobniciano e riferita da Radmila Mateičić, è connessa al nome del nobile Zrinski ed alla vittoria sui turchi, riportata a Grobnico nel 1601. Secondo questa credenza, nell’imminenza dell’attacco turco su Fiume il nobile Zrinski, dalla fortezza di Jelenje, scoccò una freccia che colpì alla tempia il pascià turco, provocando la ritirata ottomana. Durante la loro scomposta fuga,si esaudirono le preghiere invocate dalle donne fiumane durante l’assedio ed una pioggia di pietre dal cielo seppellì i turchi, lasciando sul campo i soli turbanti bianchi. Nonostante la vittoria, molte furono le perdite subite e le teste mozzate. Secondo la leggenda ispirata a questo fatto storico, gli orafi fiumani che già proponevano il moretto veneziano, in ricordo di questi avvenimenti crearono un gioiello esclusivo -il moretto fiumano- che si diffuse come orecchino portato prevalentemente dalle mogli, i figli unici ed i marinai, come amuleto e portafortuna.
Un’ulteriore credenza, narrata dal Sabbioncello, riferisce che una contessa italiana concesse la libertà ad un servo nero cui era particolarmente legata e, in suo ricordo, si fece fare gli orecchini con la testa del moro.
Al di là delle leggende, uomini e donne di Fiume cominciarono a indossare gli orecchini con la testa di moro per proteggersi e scacciare le forze maligne; si racconta che fossero particolarmente diffusi fra i pescatori ed i marinai in quanto li avrebbero potuti vendere in caso di necessità o naufragio per tornare a casa. Anticamente era consuetudine regalare l’orecchino col moretto ai figli maschi; tale oggetto di bigiotteria costituiva un simbolo di gran classe. I moretti venivano anche regalati alle chiese come doni votivi; troviamo alcuni di questi esemplari nel tesoro del convento francescano di Tersatto, nella chiesa di S. Anna a Barci nel Vinodol, nel patrimonio della cattedrale di S. Cristoforo ad Arbe nonché nel tesoro della cattedrale di S. Vito a Fiume. In quest’ultimo caso 199 moretti e 43 rubini si trovano ai bordi e sulle braccia di una splendida corona votiva d’argento, forse dell’ ‘800.
LE TESTE DI MORO VENEZIANE
La storia del moretto fiumano, pur nella sua specificità, non può prescindere da alcuni cenni sulla passione veneziana per l’esotismo e la cultura orientale. Già dal ‘400, in virtù dei sempre più intensi contatti economici e commerciali col levante, pittori, scultori, falegnami, orefici e produttori di tessuti veneti cominciarono ad ispirarsi ed a ritrarre motivi orientali. A Venezia si faceva uso di spezie, profumi, stoffe, vestiario e gioielli e i ricchi patrizi veneziani avevano pure al loro servizio paggi e servi negri che indossavano capi di vestiario orientali. Uomini di colore, in costumi pittoreschi ed esotici, nelle vesti di gondolieri, servi e schiavi, si ritrovano nei dipinti di Carpaccio, Veronese, Gentile Bellini, Tintoretto, Tiziano ecc. Per capire lo spirito di quei tempi e l’originalità di questi artisti, basti pensare che Paolo Veronese dovette rispondere all’Inquisizione per l’inserimento del motivo del negro in pittura. L’interesse per la cultura orientale a Venezia s’intensificò nel corso del ‘600 e ‘700, testimoniando il gusto decadente e la passione per il lusso della Serenissima, avviata ormai al declino ma desiderosa di mantenere intatto il suo prestigio. Le teste di moro, già presenti nell’artigianato artistico, vennero utilizzate per realizzare preziose spille dalla sintesi di vari personaggi (turchi, saraceni, pirati e negri). Nasceva così il lussuoso moro dell’arte veneziana del ‘700. Queste spille, realizzate in legno scuro, oro, argento, pietre preziose e perle, eccezionalmente decorate e di dimensioni considerevoli, erano destinate quasi esclusivamente alla ricca aristocrazia. Il moro di Venezia, che ha consentito ai produttori di cimentarsi con le migliori tecniche dell’oreficeria locale (trafori, incisioni, filigrane), si e’ poi diffuso come simbolo della città, dal Carnevale alla regata “Moro di Venezia”, fino ai due mori che battono le ore sulla torre di Mauro Codussi. Ancora oggi questo prezioso gioiello, apprezzato e posseduto da personaggi noti quali Ernest Hemingway, Arthur Rubenstein, Elton John e Liz Taylor, è un oggetto ambito per il collezionismo d’èlite. In epoca recente ha spesso dominato il monocromatismo con brillanti, smeraldi o rubini, per una clientela generalmente nobiliare. Oggi il moro veneziano, come spilla, bracciale, ciondolo ecc. , può essere acquistato alla “Gioielleria Dogale” a Venezia, dove viene realizzato anche a richiesta.
DIFFERENZE TRA MORO VENEZIANO E MORO FIUMANO
Dopo questa breve parentesi veneziana possiamo evidenziare le differenze tra il moro veneziano ed il moretto fiumano, in quanto il primo nasceva come spilla riccamente decorata destinata ad una clientela selezionata, mentre il secondo fu realizzato originariamente come semplice orecchino largamente diffuso tra il popolo come amuleto, portafortuna e poi simbolo d’appartenenza alla comunità fiumana. Realizzati anche a richiesta per soddisfare le diverse esigenze della clientela, i moretti privilegiavano la piccola dimensione rispetto a quelli veneziani ed erano prodotti esclusivamente in metallo, mai in legno. La loro decorazione comportava poi l’utilizzo dei pietre preziose quali coralli, granati e rubini, nonché l’uso dello smalto bianco, nero e talvolta verde. Per il suo aspetto originale, la lavorazione perfetta e i prezzi modici il moretto si collocò ben presto tra i gioielli tradizionalmente indossati dalle popolane fiumane, diventando così il souvenir della città.
EVOLUZIONE DEL MORETTO FIUMANO
Dalla consultazione dei documenti del ‘700 si ricava che questi moretti venivano forgiati dagli orefici fiumani a orecchini d’oro e d’argento semplici e pratici, ricoperti in parte dallo smalto nero sulla testa ed il torace. Altro segno caratteristico era il turbante bianco con falde e puntini. L’ ottocento vide la diffusione di un nuovo modello, il turco, caratterizzato da strisce incurvate d’oro e puntini neri e d’oro sul turbante bianco. Nella seconda metà del secolo questi gioielli furono maggiormente elaborati e decorati e assunsero diverse forme (anelli, bracciali, ciondoli, spille, posate decorative ecc.). Se le donne in lutto preferivano delle forme semplici di moretti neri, privi di ornamenti e decorazioni, tutte le altre si facevano produrre spille e orecchini ornati con coralli ed altre pietre, modificando a loro piacere il numero e la grandezza delle teste. Fiume, con i suoi noti morettisti e la loro arte, divenne così il centro più importante per la lavorazione di questo monile, e ai “mori”, così come erano chiamati, venne aggiunto l’aggettivo “fiumani” come espressione di autoctonia. Con il rafforzamento degli scambi commerciali, il moretto raggiunse la Lika e la Bosnia, passando per Segna, mentre via mare arrivò a Spalato, Zara e sulle isole della Dalmazia settentrionale. Negli ultimi tempi l’orecchino è diventato più ornamento da uomo mentre la spilla da cravatta è maggiormente indossata dalle donne; comunque sia il suo valore non è tanto quello di gioiello ma di simbolo e carattere riconoscibile dell’identità fiumana. I moretti sono anche un regalo prezioso, riservato alle persone illustri e particolarmente meritevoli: ancora oggi si regalano ai padrini delle navi, ai presidenti e alle loro mogli, così come ai neo-pensionati. Tra coloro che hanno ricevuto questi gioielli spiccano Beniamino Gigli, Toti del Monte e Pietro Mascagni, in occasione della direzione della Cavalleria Rusticana al Lido di Abbazia nel 1935.
GLI ORAFI FIUMANI
La storia del moretto fiumano deve necessariamente rendere omaggio anche a coloro che lo hanno reso così importante rendendolo noto in tutto il mondo, soprattutto tra la fine dell’ ‘800 ed i primi anni del ‘900: gli orafi fiumani. Giovanni Corossacz, orafo attivo dal 1835, fu il primo ad applicare il moretto su spille, bracciali, brocche e collane. Un momento fondamentale per lo sviluppo della produzione di moretti a Fiume e la loro diffusione in tutto il mondo, fu certamente l’alta commissione ricevuta dall’ Imperatrice Maria Anna, figlia di Vittorio Emanuele I di Savoia. Corossacz realizzò un bellissimo esemplare, secondo i dettami ed i voleri dell’Imperatrice, di straordinario successo; dopo ciò iniziò a creare nuovi modelli seguendo il suo estro creativo. I moretti conobbero un’incredibile diffusione in Istria, sulle isole del Quarnero e sul resto dell’Adriatico, nel Gorski Kotar e nel Vinodol fino al territorio di Castua e Grobnico. Chi contribuì notevolmente al loro successo fu l’orafo Agostino Gigante; il suo negozio in P.zza del Duomo fu subito apprezzato per il carico d’innovazione, perizia ed originalità. La ditta “Gigante e Co” ottenne numerosi premi: Esposizione industriale di Budapest (1885); Esposizione mondiale di Bruxelles (1888); Esposizione del millennio di Budapest (1896); Esposizione internazionale di Bruxelles (1897); Prima esposizione industriale di Fiume (1899); Esposizione universale di Parigi (1900); Esposizione coloniale e indiana di Londra (1905). Divenuto fornitore della Corte imperiale, Gigante mise lo stemma da Arciduca sui biglietti da visita e sui cartelloni pubblicitari della sua oreficeria. Da Vienna arrivavano anche i preziosi smalti, che permettevano di trasformare un oggetto di oreficeria in un vero e proprio gioiello. Quella dei Gigante era una ditta seria, ben cosciente della raffinatezza del proprio lavoro che veniva svolto a mano, senza il ricorso alle macchine. Dopo la morte di Agostino, nel 1925 la “Gigante e Co” chiuse l’attività e i coniugi Giraldi acquistarono l’attrezzatura per la lavorazione dei moretti ed un prezioso catalogo del 1880, per continuare l’arte del moretto traendo spunto dalle forme a dalle tecniche originali. Ancora oggi a Fiume i morettisti mostrano grande rispetto e devozione per questo catalogo, un volume prezioso che contiene disegni di gioielli di finissima fattura, nei quali l’insieme dei moretti accostati, allineati o intrecciati, permette di creare giochi geometrici e preziosi merletti. Spunti preziosi da cui nascono collier, diademi, oggetti per la tavola, orecchini, collane, pendagli ecc. I Giraldi avevano un negozio in P.zza delle Erbe dal 1911; dopo la morte del padre nel 1929, Rodolfo (classe 1913) intraprese l’arte orafa e si occupò dell’attività fino al 1948, quando si trasferì come esule a Desenzano sul Garda (Verona) per motivi politici, data l’ostilità del regime di Tito nei suoi confronti (a Fiume gli erano stati sequestrati molti gioielli e gran parte dell’attrezzatura). A Desenzano, secondo le parole dello stesso Giraldi, il moretto fu un po’ trascurato perché gioiello di nicchia, difficilmente proponibile a un pubblico più vasto. Nel 1956, però, Rodolfo emigrò negli Usa e riprese la produzione dei moretti, per una questione di tradizione e amore personale, nella gioielleria di New York dove era impiegato, realizzando le teste di moro per i fiumani residenti in America. Giraldi, l’orafo dei moretti per eccellenza e vero simbolo per i fiumani, ha continuato sempre a partecipare ai numerosi raduni di fiumani nel mondo. E’ morto qualche anno fa, ultranovantenne, lasciando la tradizione dell’oreficeria fiumana senza più eredi né discepoli (il figlio Walter ha fatto la carriera in Marina). “Per fare l’orafo bisogna vivere ogni momento della creazione, partecipare attivamente, dedicarsi esclusivamente a questo lavoro”, aveva ricordato Giraldi in una delle sue ultime interviste. Secondo la storica dell’arte Erna Toncinich “con Rodolfo Giraldi si conclude la storia dei morettisti fiumani di una volta, di quelli che apprendevano il mestiere dopo un lungo tirocinio e da maestri eccezionali, di quelli che nel creare i gioielli con le testine nere ci mettevano cura, passione, amore”. Giraldi si considerava l’ultimo morettista fiumano vivente, poiché la produzione attuale non rispetta i canoni della tradizione per quanto riguarda tecniche di lavorazione e materiali. “Non ci può neanche essere competizione –affermava Giraldi- perché semplicemente non ci sono condizioni necessarie per misurarsi”. Un altro nome che merita di essere menzionato per la storia degli orefici fiumani è sicuramente quello di Raoul Rolandi, attivo a Fiume come lavoratore in proprio dal 1948 fino al 1960, anno della sua morte. Formatosi all’oreficeria Gigante, fu lui ad insegnare l’arte del mestiere a Josef Antoni, orafo di origine albanese. Molti dei suoi disegni, lavori e modelli possono essere ammirati al Museo marittimo e storico del Litorale croato di Fiume.
Oggi, comunque, l’Ente turistico della Città di Fiume ha creato i marchi “autenticamente fiumano” e “qualità eccellente”, in modo da creare una sorta di borsa dei souvenir del capoluogo quarnerino. Nella categoria “autenticamente fiumano” spicca naturalmente il popolare moretto realizzato sotto forma di ciondoli, spille o quadretti in ceramica dalla “Mala galerija”, il cui proprietario e autore del design è Vladimir Bruketa che, assieme ai membri della famiglia, dal 1974 promuove l’arte e l’identità culturale della città di Fiume e della Regione, cercando di avvicinare l’arte a tutti. Lo stesso produttore ha ottenuto la concessione del marchio per i prodotti in ceramica e grafiche raffiguranti la Torre civica, la Cattedrale di San Vito, il siluro e la Carolina la Fiumana. Nella “Mala galerija”, il moretto viene realizzato in ceramica, modellato a mano, cotto tre volte a più di 900 gradi C. ed infine decorato in oro.
LE TECNICHE DI LAVORAZIONE
Testimonianza dell’orafo Raul Rolandi, rilasciata a Radmila Matejcic: “La forma per lo scheletro del moretto, la sua testina ed il busto, viene impressa in positivo nell’osso di seppia tagliato longitudinalmente. Da questo positivo si ricava poi il negativo nel quale si cola l’oro fuso. Quando l’oro diventa solido si ottiene il positivo d’oro. La superficie del positivo viene levigata con le lime ed i coltellini in modo che vi si possa applicare lo smalto, ridotto in un mortaio in polvere fine. Questa polvere si versa nell’acido nitrico in cui rimane per due ore, si risciacqua e poi si asciuga. Su un pezzetto di vetro lo smalto si mescola con un po’ d’acqua. Questa pasta viene applicata con un ago sullo scheletro d’oro, pulito già prima da residui dell’acido clorico accumulatisi durante il processo di sfaccettatura e di applicazione degli ornamenti. Quando si mette lo smalto sullo scheletro si modella la testa. In particolar modo vengono impressi gli archetti per il lobo dell’orecchio, poi si mette in risalto la plastica del naso e del mento. Tre puntini d’oro sono visibili e rappresentano gli occhi e le labbra. Il modello si mette poi in un piccolo forno a forma di cilindro tagliato longitudinalmente. Il forno poi viene messo nel cosiddetto “windoffen”, si copre col carbone di legna e lo si lascia finché non diventa rovente. Poi lo si toglie, si lascia raffreddare per 10 minuti e si tira fuori il supporto coi moretti. Questo processo è la smaltatura di prima mano. La seconda mano è più precisa, viene perfezionata la forma della testina, vengono puliti i canali e riempiti gli eventuali forellini dello smalto. Poi si modella il naso e si mettono i puntini neri sul turbante bianco. Il modello si rimette nel forno; quando si tira fuori l’oro è nero perciò il moretto viene messo nella soluzione mite dell’acido cloridrico affinché diventi candido. Dopo esser stato risciacquato il moretto si pulisce con limette e si lustra con la carta smerigliata o a macchina con spazzolino. Gli ulteriori lavori dipendono dal modello e dal tipo di gioiello; lo scheletro del moretto può essere in bronzo, argento oppure oro e vi si possono aggiungere pietre preziose e semipreziose, coralli, perle ecc.”.
Testimonianza di Rodolfo Giraldi: “La procedura è la seguente: si prende la forma, io uso ancora quelle del Gigante, e si prepara il calco nell’osso di seppia, si lavora il moretto fuso nell’oro e poi si applica lo smalto che va steso e poi passato al forno, per una, due tre o quattro “fornade”. Una volta i forni funzionavano a carbone, ora si usano quelli elettrici e il risultato muta lievemente. Si passa quindi alla pulitura ed alla levigatura. Quando è pronto, si abbellisce con il corallo, il rubino o altra pietra. Ma, a questo punto, non è ancora finito, sono i particolari a fare la differenza. Ci sono moretti con gli orecchini e senza, con pietre preziose e semplici, insomma dipende dalla richiesta del compratore e dalla fantasia di chi crea”.
La massima sfida per la produzione morettistica odierna è rappresentata dalla difesa delle tecniche di lavorazione tradizionali. Oggi purtroppo si usano paste di smalto già pronte o smalti che asciugano presto senza bisogno di cottura, molti usano addirittura la plastica, i forni elettrici hanno sostituito quelli a carbone, vengono impiegate pietre artificiali al posto di quelle preziose, quali i rubini e i coralli, mentre la modellazione nell’osso di seppia ha lasciato il posto alle forme di terracotta. L’imperativo d’obbligo, per non snaturare il valore di questo simbolo divenuto sinonimo dell’identità fiumana, è quello di condannare tutte le forme che non rispettano i modi di procedura originari, distruggendo il significato dei secoli passati, come ha ricordato il docente d’arte Theodor de Canziani Jaksic nel suo libro “Il moretto fiumano”.
IL MORETTO NELL’ARTE
Così come a Venezia, anche a Fiume il moretto ha trovato posto nelle rappresentazioni artistiche: per l’architettura basta ricordare le figure ornamentali con la testa di moro presenti sulle chiavi degli archi a tutto sesto dei portali dei palazzi cittadini tardo-barocchi; per la pittura sono esemplificative le decorazioni nelle lunette della finestra della Casa Turca (1880) nel mercato centrale di Fiume; per la scultura basta recarsi al Museo civico per ammirare le due rappresentazioni in legno di ragazze con turbante, piume e mani alzate sopra la testa allo scopo di reggere un candelabro.
Anche la stampa, con giornali, riviste specializzate, almanacchi e guide, ha giocato un ruolo fondamentale per la promozione e diffusione dei moretti. Merita una citazione il quotidiano fiumano “La Bilancia”, attivo dal 1860 al 1915, fondamentale per la diffusione di notizie e pubblicità sull’argomento. Sul Moretto è disponibile oggi una ricca e prestigiosa monografia in quattro lingue, pubblicata dall’Edit e curata dalla storica e critica d’arte Erna Toncinich. Il volume, alla cui realizzazione hanno collaborato singoli ed istituzioni -tra cui l’Archivio di Stato di Fiume, il Museo di Storia e Marineria del Litorale croato, il Museo Civico, il Teatro nazionale croato di Fiume e il Teatro dei burattini- è stato pubblicato grazie ai contributi della Regione Veneto, dell’Unione Italiana – MAE e della Città di Fiume. Un’opera di fondamentale importanza per conoscere la storia e la leggenda del moretto fiumano, con un apparato di ben 284 fotografie artistiche di Romano Grozìc, inediti documenti testamentari settecenteschi –che dimostrano l’esistenza del moretto già nel 1768- la pubblicazione, per la prima volta, del ricchissimo catalogo di gioielli disegnati dal Gigante, risalente al 1880, l’elenco degli orafi e morettisti che hanno operato a Fiume nel passato e, non ultima, una ricca bibliografia. Il libro, inoltre, ha attribuito definitivamente ad Agostino Gigante la famosa corona di moretti che fa parte della Cattedrale di San Vito, poiché osservando attentamente il gioiello la Toncinich ha trovato la punzonatura riportante le iniziali A.G. .Tra i testi principali sul moretto fiumano ricordiamo le pubblicazioni di Theodor de Canziani Jaksic e Radmila Matejčić.
IL CALO DELLA POPOLARITA’ TRA LE DUE GUERRE FINO ALLA RINASCITA COL CARNEVALE FIUMANO
Il moretto fiumano, dopo la massima popolarità e diffusione anche a livello mondiale tra la fine del XIX e l’inizio del XX sec. , ha conosciuto un periodo di calo di popolarità a cavallo delle due guerre e soprattutto nel secondo dopoguerra, a causa delle difficoltà economiche, dell’emigrazione di noti morettisti fiumani e del minor interesse della popolazione slava, divenuta maggioritaria in città. La tradizione era però destinata a rinascere, poiché nel 1989 l’artista grafico Ivica Oreb disegnò il moretto come logo del Carnevale internazionale di Fiume, “la quinta stagione dell’anno”, e il “morcic” è tornato a circolare nel mondo per promuovere questa manifestazione e la città di Fiume. Il carnevale internazionale di Fiume, che affonda le proprie radici nella tradizione, quando le sue sfilate ed i suoi balli attiravano la nobiltà austriaca e magiara, principesse russe, baroni tedeschi e conti e contesse di mezz’Europa, si tiene nella città quarnerina dal 1982, dura una settimana ed è considerato uno dei più prestigiosi a livello mondiale, attirando ogni anno decine di migliaia di persone. Dal 1995 il carnevale fiumano è membro dell’Associazione europea delle città del carnevale. La settimana di feste inizia con l’elezione della Regina del carnevale e con la consegna delle chiavi della città nelle mani del rappresentante del popolo in festa. Proseguono poi col carnevale dei bambini e culminano con il Corteo internazionale di carnevale, mix di tradizione e fantasiosi richiami all’attualità, al quale partecipano tanti cortei e carri allegorici e la cui ripresa televisiva (ma anche quella in streaming su Internet) è seguita da milioni di persone. Fanno da corollario alla sfilata il “Maškarani rally Pariz-Bakar”, una sorta di parodia al glorioso Parigi – Dakar, e tanti altri divertentissimi eventi di sport e spettacolo.
Il simbolo della testa di moro è tornato così onnipresente come marchio di associazioni, bar, aziende; perfino un dolce dell’hotel Continental ed un vino del Vinodol portano il suo nome, mentre come oggetto in ceramica può essere acquistato alla “Mala Galerja” della famiglia Bruketa. Una presenza che testimonia apertamente l’importanza di questo prodotto autoctono fiumano che deve essere difeso come tale; ritorna così attuale “l’incidente mediatico” del 1882, quando “La Bilancia” polemizzò apertamente col giornale triestino “Adria” che si era congratulato col Sig. Fabbiani per il successo della vendita di moretti in Austria: “…I moretti non sono un’invenzione di Fabbiani, anzi sono una specialità fiumana e Fabbiani non è neanche triestino, ma un fiumano trasferitosi di recente a Trieste; ancor meno i moretti furono comprati a centinaia come souvenir triestini, anzi si vendettero come souvenir fiumani per l’intera Austria ed il mondo”. Difendere la specificità dell’originale significa oggi valorizzare questa storia e l’autoctonia di questo simbolo culturale.
(a cura di Marco Grilli)