remove_action('wp_head', 'wp_generator'); confine orientale – Grossetocontemporanea http://www.grossetocontemporanea.it Progetto "Crescere...Giovani!" | Innovazione, conoscenza, comunicazione Thu, 19 Sep 2013 13:50:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.2.8 I fucilati di Basovizza http://www.grossetocontemporanea.it/fucilati-di-basovizza/ Mon, 09 Sep 2013 13:50:35 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=677 monumento_basovizzaUna località sulle colline del Carso racchiude le violenze dei nazionalismi del ‘900 e testimonia il peso delle memorie divise. Se Basovizza richiama alla mente degli italiani il  famigerato “pozzo della miniera”, monumento nazionale dal 1992 e luogo simbolo delle foibe giuliane, nell’ex-poligono di tiro militare vicino all’Osservatorio astronomico si trova un altro monumento, nei pressi del quale, ogni anno, le autorità slovene celebrano i loro eroi. Si tratta di quattro giovani irredentisti tra i 22 e i 34 anni, Zvonimir Miloš, Fran Marušič, Ferdo Bidovec e Aloyz Valenčič, fucilati il 6 settembre 1930 in esecuzione della condanna a morte sancita dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che punì col massimo della pena la loro attività antifascista, considerata “attentato contro lo Stato”. Per capire questo episodio è necessaria una contestualizzazione che ci riporti alla politica di snazionalizzazione operata dal regime fascista nella Venezia Giulia nei confronti della minoranza slovena e croata, rappresentata all’epoca da circa mezzo milione di persone. Se prima del 1922 l’antislavismo fu un formidabile strumento di propaganda per il “fascismo di confine”, dopo la presa del potere la “guerra agli slavi” divenne la premessa per l’espansionismo verso i Balcani. L’italianizzazione forzata degli “allogeni”, già avviata nel primo dopoguerra dai governi liberali influenzati dal nazionalismo, durante gli anni del regime fascista non realizzò tanto l’agognata assimilazione delle minoranze, quanto un loro diffuso ribellismo allo Stato italiano. Già nel 1923, ai tempi del primo governo Mussolini, furono adottati provvedimenti restrittivi verso gli “allogeni”, come la riforma scolastica di Gentile, che vietò l’insegnamento di lingue diverse dall’italiano nella scuola pubblica, e la creazione dell’Ispettorato speciale del Carso, volto al controllo militare delle campagne slovene. L’intensificazione della politica di snazionalizzazione si realizzò poi con l’instaurazione della dittatura vera e propria, a partire dal 1925. In quell’anno fu proibito l’uso di lingue che non fossero l’italiano nelle sedi giudiziarie, premessa al loro divieto in tutto il campo amministrativo e nei locali pubblici. Breve era il passo dalla restrizione all’intimidazione squadrista. Fu poi la volta della toponomastica, con l’italianizzazione di tutti i nomi delle località, delle insegne pubbliche e della cartellonistica stradale. Non si salvarono neppure i cognomi, italianizzati col regio decreto del 7 aprile 1927. La snazionalizzazione non si fermò però solo alla lingua. Nel giugno 1927 quasi tutte le 400 organizzazioni culturali, ricreative ed economiche slovene e croate furono soppresse ed i loro beni confiscati: all’inizio degli anni ’30 non rimase traccia di quei luoghi di aggregazione delle minoranze, simbolo dell’identità nazionale. Nelle scuole, la proibizione dell’uso del croato e dello sloveno, l’allontanamento più o meno forzato dei docenti non italiani e la chiusura di tutti gli istituti didattici slavi, andarono di pari passo con l’esaltazione del nazionalismo italiano e la diffusione della propaganda del regime. La discriminazione non risparmiò neppure il clero croato e sloveno, già soggetto all’intimidazione e alla violenza squadrista prima del 1922. I preti “allogeni” finirono nel mirino del regime perché considerati anti-italiani e “agenti sobillatori”. Ecco quindi la “romanizzazione delle funzioni del culto” e il tentativo di vietare l’uso della madrelingua nelle funzioni religiose. «I maestri slavi, i preti slavi, i circoli di cultura slavi sono tali anacronismi e controsensi in una regione annessa da ben nove anni e dove non esiste una classe intellettuale slava, da indurre a porre un freno immediato alla nostra longanimità e tolleranza», scriveva nel 1927 “Il Popolo di Trieste”, l’organo della federazione fascista giuliana. Durissime furono anche le conseguenze economiche della politica di snazionalizzazione del regime. Tra il 1928 e il 1930 furono sciolte le leghe delle cooperative di Gorizia e Trieste, così che i contadini slavi, privati del sostegno delle Casse rurali e delle cooperative di acquisto e vendita, s’indebitarono sempre di più e furono costretti a vendere le loro proprietà. Per meglio realizzare la “bonifica etnica” fu costituito nell’agosto 1931 l’ “Ente per la rinascita agraria delle Tre Venezie”, un organo che rilevava le terre messe all’asta per assegnarle ai coloni italiani delle vicine zone agricole. Gli antichi possidenti slavi che decisero di non emigrare finirono così per diventare coloni al servizio dei nuovi proprietari italiani. Tutta questa serie di provvedimenti, volti all’ italianizzazione forzata ed alla perdita della stessa coscienza dell’identità nazionale nelle minoranze slave, sono stati interpretati da uno dei maggiori storici giuliani del ‘900, Elio Apih, come tentato “genocidio culturale”. La repressione del regime comportò la decisa opposizione dell’ élite culturale e di molti giovani slavi. Non bisogna dimenticare che la componente più forte e radicata dell’antifascismo della Venezia Giulia fu costituita proprio dagli irredentisti sloveni e croati. Contro costoro sarà particolarmente intensa, per tutto il Ventennio, l’opera di controllo sociale e repressione poliziesca del regime, che poteva valersi di una rete diffusa di confidenti e delatori. Un’analisi della composizione sociale, degli ideali e dei metodi dell’opposizione slava al regime nella Venezia Giulia è stata fornita dalla storica Anna Maria Vinci: «Si tratta di giovani (studenti, intellettuali ma anche operai  e contadini) che per primi vengono allo scoperto, usando in molti casi l’arma dell’azione terroristica. Sono giovani che spesso intrecciano la causa del riscatto sociale alla rabbia del riscatto nazionale. Da una parte, irredentisti e nazionalisti, a volte sfiorati dagli ideali propri del socialismo; dall’altra, comunisti, sostenitori di ampie rivendicazioni a favore del popolo sloveno e croato. Essi sono portatori di un magma di idee che li rende figure nuove ed esemplari all’interno dell’universo frantumato dell’antifascismo giuliano, dove alle divisioni consolidate, proprie di tutte l’antifascismo italiano, si aggiungono quelle riconducibili al nodo irrisolto della questione nazionale». Alla fine degli anni ’20, dall’ala nazional-liberale dell’irredentismo slavo si formò un’organizzazione clandestina, il TIGR (dalle iniziali delle città e dei territori rivendicati, ossia Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka), che s’ispirava all’ IRA irlandese (Irish Republican Army). Gli attivisti del TIGR si dedicavano alla propaganda antifascista, all’organizzazione di corsi di lingua slovena e croata, alla diffusione di stampa clandestina, alle azioni di spionaggio e sabotaggio condotte in collaborazione con gli irredentisti jugoslavi ed i membri italiani della Concentrazione antifascista, fino a giungere all’azione terroristica vera e propria, con l’organizzazione di attentati ai danni delle caserme, degli asili e delle scuole italiane, dei collaborazionisti slavi e delle sedi e dei simboli dell’oppressione fascista. Nonostante la limitatezza delle azioni armate del TIGR, tra gli atti più eclatanti compiuti dai suoi militanti si ricordano: l’azione armata contro gli elettori croati condotti a votare per il Plebiscito del 1929, che causò una vittima e provocò la condanna a morte del croato Vladimir Gortan, in quella che fu la prima trasferta del Tribunale speciale al confine orientale; alcuni attentati incendiari contro le scuole di Sgonico, Cattinara e Prosecco; l’atto dimostrativo contro il Faro della Vittoria a Trieste  nel 1930 e, il 10 febbraio dello stesso anno, l’attentato compiuto dal ramo triestino del TIGR, la “Borba” (“Lotta”) alla sede de “Il Popolo di Trieste”, l’organo del Pnf locale che sosteneva con veemenza la necessità della snazionalizzazione. In quest’ultimo caso, la bomba posta dagli irredentisti provocò una vittima –il redattore Guido Neri- e tre feriti; sul luogo dell’attacco fu anche lasciata una copia di “Giustizia e Libertà” del novembre 1929, che riportava uno scritto di Mussolini quando era ancora socialista: «Convengo senza discussione che le bombe non possono costituire, in tempi normali, un mezzo d’azione socialista. Ma quando un governo, sia repubblicano, sia monarchico, vi perseguita o vi getta fuori dalla legge e dall’umanità, oh!, allora non bisognerebbe maledire la violenza, anche se fa vittime innocenti». Le indagini delle autorità fasciste per la ricerca dei colpevoli si appuntarono sulla cellula triestina del TIGR, rilevando l’ormai notevole estensione dell’intera organizzazione, non solo a Trieste ma anche nel Goriziano e nel Carso. L’istruttoria dei processi celebrati contro l’organizzazione irredentista rilevò circa un centinaio di azioni violente compiute dai suoi militanti nel territorio della Venezia Giulia. Generalmente, si trattava di azioni dimostrative volte a impedire la diffusione di sentimenti filo-fascisti ed a sollevare il malcontento verso la dittatura tra le minoranze. Nel settembre ’30 il Tribunale speciale si trasferì nuovamente a Trieste, per l’occasione blindata e pullulante di cronisti italiani e stranieri. Obiettivo: giudicare in un maxiprocesso i responsabili degli ultimi attentati per stroncare definitivamente il movimento ribellistico nel triestino. Dopo un breve dibattimento, alle ore 5:44 del 6 settembre 1930 Miloš, Marušič, Bidovec e Valenčič, ritenuti i principali colpevoli delle attività della “Borba”, furono portati al poligono di tiro di Basovizza e qui fucilati alle spalle da un plotone di esecuzione della 58.a Legione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn). Il Tribunale speciale emise anche altre cinque condanne ad oltre 15 anni di reclusione. La dura repressione scompaginò le file della “Borba” ma non valse a frenare il ribellismo, tanto che nel dicembre 1941 il Tribunale speciale trasmigrò nuovamente a Trieste per emettere nove condanne a morte, 23 a trent’anni di carcere ed altre pene minori per un totale di ben 666 anni di reclusione ai danni degli attivisti del TIGR. Dopo la liberazione dal nazi-fascismo, il 9 settembre 1945 fu inaugurato un monumento in memoria dei quattro “eroi di Basovizza”: da allora ogni domenica successiva al 6 settembre si tiene una commemorazione ufficiale, ancora oggi fonte di polemiche e divisioni. Nella cerimonia del 12 settembre 2010, lo storico Raoul Pupo, sostenitore della necessità di raggiungere una condivisione sul terreno dei giudizi storici frutto di analisi critica, ha delineato i tre passi necessari per la riconciliazione, al di là dell’obiettivo irraggiungibile della memoria condivisa: «Il primo passo è quello del riconoscimento della memoria altrui, che in alcuni casi può diventare autentica scoperta -in genere da parte degli italiani nei confronti di sloveni e croati- di un patrimonio umano e civile largamente sottovalutato. Il secondo passo è quello del rispetto delle memorie sofferenti, che non interferisce con le valutazioni storiche e politiche. Il terzo è quello della purificazione della memoria, termine che non ha un particolare significato religioso, perché vuol dire semplicemente la disponibilità a considerare anche i lati oscuri della propria memoria con la quale pure si rimane solidali».

(Marco Grilli)

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2/2 – Culture di una città di frontiera: lo stabilimento Whitehead di Fiume. La nascita e l’evoluzione dell’arma siluro http://www.grossetocontemporanea.it/22-culture-di-una-citta-di-frontiera-lo-stabilimento-whitehead-di-fiume-la-nascita-e-levoluzione-dellarma-siluro/ Fri, 21 Dec 2012 08:40:23 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=206 whiteheadOrigini dell’arma siluro

La nascita l’evoluzione e la diffusione dell’arma siluro è legata indissolubilmente alla città di Fiume ed ai nomi di Johann Blasius Luppis, ufficiale della marina austro-ungarica, e Robert Whitehead, ingegnere britannico. La ricostruzione della storia di questo ordigno bellico merita di soffermarsi su due episodi lontani nel tempo: il primo è l’assedio di Anversa del 1585, dove un’ingegnere mantovano, Federico Giambelli, lanciò un galleggiante contenente esplosivo contro lo sbarramento delle barche spagnole sullo Schelda; il secondo fa riferimento alla Guerra di Secessione Americana (1861-1865), dove le forze navali sudiste ricorsero all’utilizzo delle spar boats, natanti provvisti a prora di un’asta di 8-10 m di lunghezza all’estremità della quale si trovava una carica esplosiva. In quest’ultimo caso tali natanti a vapore, sia di superficie sia semisommergibili, riuscivano ad affondare le navi nemiche ma finivano spesso per essere a loro volta affondati.

Il Salvacoste di Luppis e il Torpedo di Whitehead

Certamente conscio di questo grave inconveniente era Johann Blasius Luppis (1814-1875), capitano di fregata fiumano il quale ideò un mezzo per la difesa costiera, il salvacoste. Si trattava di un’arma galleggiante priva di equipaggio la quale, teleguidata da terra, avrebbe dovuto dirigersi verso la nave nemica esplodendo all’urto. Nel 1860 questo modello fu presentato all’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe il quale, non troppo entusiasta, espresse la necessità di trovare soluzioni più pratiche e complete. Fondamentale fu quindi l’intervento del notabile e sindaco di Fiume Giovanni de Ciotta, che nel 1864 che mise in contatto il suo amico  Luppis con chi aveva le competenze tecniche e scientifiche per risolvere il problema, l’ingegnere inglese Robert Whitehead (1823-1905). Questi proveniva dalle Scuole Tecniche in Inghilterra e nel 1847 si era trasferito a Milano, dove si occupava di macchine per la filatura. Divenuto poi direttore dello Stabilimento Tecnico Triestino, nel 1858 passò a Fiume in qualità di direttore dello Stabilimento Tecnico Fiumano (ex-Fonderia metalli di Fiume), dove si producevano motori e caldaie a vapore tra i più moderni dell’epoca, installati sulle navi della Marina imperiale austriaca. Whitehead e Luppis entrarono quindi in società, mentre De Ciotta, il terzo socio, s’incaricò di seguire le trattative commerciali.

Whitehead verificò subito la scarsa efficienza del salvacoste, troppo lento, esposto all’influenza del moto ondoso e del vento e facilmente avvistabile dal nemico. Studiando anche l’anatomia dei pesci, l’ingegnere inglese progettò un corpo fusiforme, alimentato da un motore ad aria compressa e capace di navigare occultamente sott’acqua ad una quota stabilita da un regolatore d’immersione, in modo da far avvenire l’esplosione in corrispondenza della carena, ossia nella zona vitale e meno protetta della nave nemica.

Il geniale inventore lavorò assiduamente ed in segretezza al suo progetto per ben due anni (dal 1864 al 1866), assistito dal figlio John. I primi test del prototipo dell’arma si svolsero nel dicembre 1866; nell’esperimento ufficiale per conto della Marina austro-ungarica, a 600 m di distanza con navi ferme, su trenta lanci sedici colpirono il bersaglio, con la nave silurante in moto due lanci su sei ebbero esito positivo, mentre con entrambe le navi in moto uno su tre fece centro. Il primo prototipo di siluro del 1866 aveva la forma di spola con le estremità affusolate e portava due alette, una superiore ed una inferiore, per impedire sbandamenti di direzione. Queste le sue dimensioni: lunghezza massima 3,53 m; diametro 356 o 406 mm; peso 136 kg; velocità massima 6 miglia. All’estremità della testa era avvitato l’acciarino, il congegno preposto allo scoppio della carica, mentre la testa, conica, conteneva 15-18 kg di esplosivo, cioè di polvere o fulmicotone umido. Servirono altri due anni a Whitehead per perfezionare e rendere operativa l’arma; nel 1868 la Marina austro-ungarica decise di acquisire i diritti non esclusivi di uso e riproduzione per la notevole somma di 200.000 fiorini. Nel febbraio 1871, dopo lunghe sperimentazioni, anche la Marina britannica decise l’acquisto del “Whitehead torpedo”; da lì in poi per Whitehead si spalancarono le porte delle più importanti marine mondiali: Francia (1872), Italia e Germania (1873), Danimarca, Svezia e Norvegia (1875), Russia (1876), Turchia, Belgio, Portogallo, Argentina, Cile e Grecia (1877), Stati Uniti (1891). Nel 1873 la Germania anticipò a Whitehead una notevole cifra per la costruzione di 100 siluri da 381 mm, assicurando alla fabbrica la garanzia che avrebbe continuato a rifornirsi di siluri, lanciasiluri e compressori presso lo stabilimento fiumano per dieci anni consecutivi.

Profilo dell’ing. Whitehead: la nascita e lo sviluppo della “Torpedo Fabrik von Robert Whitehead”

Nel 1873 lo Stabilimento Tecnico Fiumano dichiarò bancarotta; due anni dopo, grazie alla vendita dei diritti d’uso e alle anticipazioni economiche della marina tedesca, Whitehead ed il genero Edgard Hoyos lo rilevarono costituendo la compagnia privata denominata “Torpedo Fabrik von Robert Whitehead”. L’azienda contava già ben 500 dipendenti nel 1878 ed in pochi anni aumentò il personale ed ampliò le proprie strutture, presentandosi come uno degli stabilimenti industriali più progrediti del tempo, fonte di ricchezza e benessere per la città di Fiume. Per rispondere alle esigenze di fabbricazione di un’arma così complessa tecnicamente, al suo interno la fabbrica era dotata di reparti di fonderia, caldareria, lavorazioni meccaniche, assemblaggio e sperimentazione. Vi erano anche un pontile di lancio per le prove ed i collaudi dei siluri prodotti, ed un porticciolo per ospitare le unità delle marine acquirenti, per l’installazione a bordo dei tubi di lancio.

Nel 1905 Whitehead trasformò la sua azienda in Società per azioni, nasceva così la “Torpedo Fabrik Whitehead e Co. Gesellochaft”, col capitale di 7.500.000 di corone. Oltre a vendere ai vari Stati il diritto d’uso e riproduzione dei prodotti, il Silurificio istituì filiali in tutto il mondo (tra queste menzioniamo Weymouth in Inghilterra, St Tropez in Francia, Napoli in Italia e Feodosia in Russia) e concorse all’impianto all’estero di silurifici governativi o privati. Poco prima della sua morte, avvenuta nel 1905 a 82 anni, l’ingegnere inglese, in mancanza di eredi diretti, cedette il pacchetto di maggioranza dell’azienda al gruppo inglese Vickers-Armstrong Whitworth. La figura dell’ingegnere inglese è stata studiata dallo storico Irvin Lukezić, autore di una ricca biografia di ben 425 pagine, dal titolo “Robert Whitehead: l’industriale inglese del siluro di Fiume”, pubblicata dall’ Izdavački Centar Rijeka e finanziata dalla municipalità di Fiume. “Sarebbe ingiusto ignorare l’apporto dato da Robert Whitehead allo sviluppo di Fiume nel suo periodo d’oro”, spiega l’autore, che ricorda l’ingegnere inglese come inventore, filantropo, visionario e tipico rappresentante dell’imprenditoria dell’Inghilterra vittoriana che “gestiva la propria fabbrica in modo autoritario ma considerava i propri operai quasi come dei familiari. Era severo, ma allo stesso tempo comprensivo e generoso”. Nonostante le umili origini, grazie alla sua fervida dedizione al lavoro l’ingegnere di Bolton riuscì a ritagliare un ruolo importante alla propria famiglia nell’alta società dell’epoca, imparentandosi con nobili casate come quelle dei von Trapp, dei von Bismarck e degli Hoyos. Il ricordo di Whitehead, sepolto in una modesta tomba nel cimitero della chiesa parrocchiale di San Nicola a Worth, nel Sussex, campeggia oggi nel mausoleo costruito dai suoi familiari, che spicca nel bel cimitero monumentale di Cosala, a Fiume. Lukezić, che ha ricordato come in passato fosse stata dedicata una via cittadina all’illustre personaggio -l’odierna via Joža Vlahović- ha proposto di apporre una targa commemorativa in suo onore, magari sulla facciata della “Casa Veneziana”, che lo stesso Whitehead fece costruire.  Dopo la presentazione ufficiale del libro, Daina Glavočić, storico dell’arte e presidente dell’Associazione per la tutela del patrimonio industriale di Fiume, ha condotto i presenti attraverso una passeggiata virtuale nel nucleo storico, tra i palazzi di via Dolac, fatti costruire da Whitehead all’architetto triestino Giacomo Zammattio, proseguendo poi il cammino verso il rione di Braida, passando poi per piazza Adria 4, dove in uno stabile era stata creata la Sailor’s home, per arrivare in zona Fiumara e chiudere il cerchio nel cimitero monumentale di Cosala, dominato dall’ imponente mausoleo, iniziato dallo Zammattio e terminato da Carlo Pergoli.

Il siluro non trovò largo impiego nelle battaglie navali svoltesi dal 1875 al 1905. Il primo lancio di siluro in combattimento, privo di successo, venne effettuato dalla nave inglese “Shah” contro la nave peruviana “Huascar” il 29 maggio 1877. La prima operazione riuscita risale invece al 16 gennaio 1878, quando le torpediniere russe “Cesme” e “Sinope” comandate dall’ammiraglio Makharoff centrarono da 80 m di distanza il guardacoste turco “Intibah”. La consacrazione dell’efficacia di questa nuova arma, dopo alcune azioni di siluramento nella guerra cino-giapponese del 1894-95, si ebbe con la battaglia di Tsushima del 1905 nell’ambito della guerra russo-giapponese.

Dopo il passaggio al gruppo inglese, la diffusione e produzione mondiale dell’arma fu però notevole (il solo Stabilimento fiumano produsse 6.894 esemplari nei suoi primi 25 anni di vita). Nel 1910 l’azienda stipulò un accordo con le ditte “Lessner” e “Obucoff” per la riproduzione dei siluri in Russia, nel 1913 fondò una filiale a Saint Tropez, in Francia, mentre l’anno seguente ne fu inaugurata un’altra a Napoli, denominata “Società Anonima Italiana Whitehead”, destinata a produrre lanciasiluri e compressori.

Torpediniere, cacciatorpediniere e sommergibili

L’invenzione del siluro fu all’origine d’importanti novità nelle costruzioni navali; considerato che i primi esemplari operativi avevano velocità massime di 10 nodi e portate non superiori ai 500-600 m, per il loro impiego si  doveva contare su navi di scarso tonnellaggio, alta velocità e buona manovrabilità, in grado di effettuare rapidamente le azioni di avvicinamento, lancio e fuga. Nacquero così le torpediniere, unità veloci e facilmente manovrabili, dotate di tubi di lancio sopracquei e subacquei. L’esigenza di contrastare tali mezzi navali e difendere le unità maggiori portò poi alla produzione delle cacciatorpediniere, unità di maggior tonnellaggio e velocità delle torpediniere, a loro volta armate di siluri e artiglieria. L’invenzione di Whitehead diverrà poi l’arma congeniale di quella rivoluzionaria unità navale che fu il sommergibile.

Il progresso tecnologico del siluro

Lungo e complesso fu il processo che seguì il siluro per migliorare velocità, portata, capacità distruttiva e precisione. Dopo i primi serbatoi in lamiera di ferro comparvero quelli in acciaio, capaci di garantire miglior condizioni di sicurezza. Per quanto riguarda la sostanza esplosiva, inizialmente si ricorse al fulmicotone, sostituito dal tritolo nel 1910, preferibile per l’alta stabilità e la facilità di lavorazione.

Nel 1914 il Silurificio Whitehead realizzò un’altra importante innovazione, l’acciarino -congegno impiegato per determinare lo scoppio della carica all’urto- universale a pendolo, capace di assicurare il funzionamento del siluro con qualunque angolo d’impatto. Anche il motore fu soggetto ad una lunga evoluzione: dal 1877 fu adottato il Brotherood sostituito nel 1879 da una sua variante, il Brotherood-Whitehead che, al posto della valvola unica  centrale di distribuzione, adottava tre valvole cilindriche. Nel 1909 la richiesta di maggior velocità in funzione dell’utilizzo del diametro di 533 mm, portò alla creazione del motore a due cilindri suborizzontali. Al 1896 risale invece l’adozione delle teste rigonfie, capaci di una maggior efficienza distruttiva rispetto a quelle affinate, ora che i siluri avevano raggiunto velocità più alte. Il guidasiluri, ideato nel 1895 dall’ing. Ludovico Obry ed acquistato dal Silurificio Whitehead nel 1897, consentì la regolazione automatica del percorso orizzontale dell’arma, evitando quelle oscillazioni laterali causa più frequente dell’insuccesso del lancio. Furono così eliminate le alette verticali, che rendevano più difficili le operazioni di lancio e aumentavano l’attrito dell’arma in moto. Il diametro dell’ordigno fu un altro elemento soggetto a progressi: dopo il 1876 prevalsero siluri da 356 mm ma per rispondere alle esigenze delle marine di maggior raggio d’azione e più alta capacità distruttiva, Whitehead costruì nel 1889 quelli di 450 mm, in concorrenza dal 1909 con quelli da 533 mm, più forti in carica e velocità.

La Prima Guerra Mondiale e la nascita del Siluruficio Whitehead di Fiume S.A.

All’inizio della Prima guerra mondiale il Silurificio di Fiume lavorò esclusivamente per gli Imperi Centrali. In seguito all’entrata in guerra italiana (24 maggio 1915) le attrezzature di produzione di Fiume furono trasferite a St. Polten, vicino Vienna, mentre in città restarono solo le funzioni di poligono di lancio. I timori si rivelarono fondati in quanto il 2 agosto 1916 gli italiani bombardarono la fabbrica, che si trovava pochi Km ad ovest della città, tra il villaggio di Plase e quello di Cantrida.

Nel corso del primo conflitto mondiale il Silurificio produsse 1.780 siluri da 450mm, 64 lanciasiluri e 94 compressori. Gli esiti della Grande Guerra furono disastrosi per gli Imperi Centrali, la crisi colpì particolarmente la città di Fiume e gli stessi azionisti della Whitehead deliberarono lo stato di fallimento dell’azienda. Si parlò perfino della necessità di demolire tutte le officine per presunte ragioni di edilizia urbana della città di Fiume.

La Whitehead riprese slancio produttivo soltanto dopo il passaggio di Fiume all’Italia (Trattato di Roma, 27/1/1924) quando l’ing. Giuseppe Orlando divenne Presidente della “Società di Esercizio Anonima-Stabilimento Whitehead” che, nel 1928, acquisì la proprietà con la ragione sociale di “Silurificio Whitehead di Fiume S. A.” ed un capitale di 30.000.000 di Lire. Il prestigioso stabilimento fiumano, rifondato nel 1924 con 230 dipendenti, contava già un organico di oltre 1.000 unità nel 1932. I locali e gli impianti furono ammodernati ed ampliati, completati da una nuova stazione di lancio per siluri e, nel 1935, da una struttura per la simulazione di lanci da aereo. Negli undici anni di gestione italiana furono prodotti oltre 1.450 siluri da 450 e 533 mm; nel 1934 il silurificio fiumano presentò alla Regia Marina Italiana un nuovo siluro da 533 mm dalla carica di 300 kg di tritolo capace di velocità di 50 nodi per 4 km di distanza, 40 nodi per 8 km e 30 nodi per 12 km. Nello stesso anno l’azienda fiumana costituì a Livorno la Società Moto Fides; in entrambe le città l’attività di produzione bellica fu frenetica a causa della corsa agli armamenti che caratterizzò il periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. In questi anni fu progettato anche il siluro da aereo, la Whitehead di Fiume costruì il tipo RM-MAS di calibro 450 mm, lungo 5,50 m.

La Seconda Guerra Mondiale, la fine della Whitehead di Fiume e l’eredità raccolta dalla W.A.S.S.

Durante il conflitto l’arma siluro giocò un ruolo fondamentale, basti ricordare alcuni episodi quali l’attacco di aero-siluranti inglesi nella rada di Taranto (11-12/11/1940) e l’attacco giapponese a Pearl Harbor (7/12/1941). Nel 1942 lo stabilimento fiumano produsse ben 1.170 torpedo, mentre nel 1943 fu realizzato il record produttivo di 160 siluri in un mese. L’Italia, nel periodo dall’entrata in guerra (10/6/1940) all’armistizio (8/9/1943) consumò ben 3.700 torpedo, principalmente del nuovo tipo da 533 mm. Oltre al silurificio Whitehead di Fiume a al Motofides di Livorno, era attivo il silurificio italiano di Baia-Napoli, in attività dal 1915. I siluri italiani impiegati durante la Seconda guerra mondiale dettero risultati più che soddisfacenti e la Marina italiana non ebbe a lamentare alcun inconveniente di carattere sistematico a cui invece andarono soggetti, ad esempio, alcuni tipi di siluri tedeschi e americani. Anche Fiume subì però le nefaste conseguenze dei bombardamenti aerei e quel che restò dello stabilimento Whitehead fu decentrato in località più interne (Valvasone, Fiume Veneto) dalle ridotte capacità produttive. L’ingresso in città delle forze jugoslave nella primavera del  1945 segnò praticamente la fine della vita produttiva di questa gloriosa azienda, che il 31 luglio 1945 venne fusa al silurificio Moto Fides di Livorno con conseguente trasferimento delle risorse rimaste nella città tirrenica.

A Fiume l’ex-Whitehead divenne sede di un’azienda meccanica, che acquisì la suggestiva denominazione “Torpedo”. Chiusa anche la “Torpedo”, oggi gli stabilimenti del vecchio e glorioso silurificio sono stati riconvertiti in un polo di servizi, dove operano società attive nel campo della consulenza, del marketing  e del design. La vecchia Moto Fides di Livorno è invece oggi la “Whitehead Alenia Sistemi Subacquei”, società all’avanguardia nel settore dei prodotti per la difesa subacquea, facente parte del gruppo Finmeccanica dal 1995. WASS, con stabilimenti a Livorno, Genova e Napoli, impiega ingegneri altamente qualificati che sono responsabili della progettazione, sviluppo, produzione e marketing dei propri prodotti: siluri pesanti, siluri leggeri, sistemi di contromisure antisiluro per sommergibili e navi di superficie, sistemi di sorveglianza subacquea e sonar. In particolare, il siluro pesante di ultima generazione, il Black Shark, fiore all’occhiello della ditta, è già stato integrato con successo a bordo di una vasta gamma di sommergibili equipaggiati con diversi tipi di Combat Systems. Grazie ad un Dipartimento di supporto logistico, WASS fornisce anche un efficace e completo supporto tecnico post-vendita, in grado di soddisfare i bisogni specifici di ogni singolo cliente.

Ancora oggi Fiume deve rendere omaggio alla vecchia e prestigiosa Whitehead che, grazie alla perizia ed abilità dei suoi creatori, ingegneri e lavoratori, ed alla validità delle soluzioni ed evoluzioni tecnologiche proposte, è stata per lungo tempo motivo di vanto ed orgoglio nella storia industriale della città quarnerina.

Il siluro nell’arte

Nel 2011 l’ente museale di Fiume ha organizzato la mostra “Il siluro fiumano: il primo al mondo”. L’orefice Tonči Grabušić ha invece trasformato il siluro in un capolavoro di manifattura artigianale: una penna a sfera con una minuscola elica in argento che porta incastonato sopra  un cristallo Swarowski. Questo tipico souvenir fiumano è deputato anche a conservare la memoria, poiché al suo interno contiene una chiavetta USB con un breve documentario sul primo siluro. Bisogna ricordare, inoltre, che fino agli anni ’60 del ‘900 un gadget aziendale veniva dato in omaggio alle personalità in visita agli stabilimenti: una penna molto simile a quella disegnata dall’orefice Tonči Grabušić, di cui una versione fu disegnata a Torino da Carlo Ostorero. Negli anni ’20-’30 del ‘900 il silurificio fiumano disponeva di un altro oggetto regalo esclusivo: una miniatura di 33 cm di un siluro in ottone cromato, completo di eliche girevoli, posto su due supporti sempre di ottone cromato, poggianti su una base di marmo, dove era applicata una targhetta metallica riportante l’iscrizione “OMAGGIO DEL SILURIFICIO WHITEHEAD DI FIUME S.A.”. Un modello che ricalca fedelmente il più importante siluro prodotto dalla Whitehead di Fiume,  creato nelle stesse officine del silurificio e destinato agli alti dignitari in visita presso lo stabilimento.

 (a cura di Marco Grilli)

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1/2 – Culture di una città di frontiera: il Moretto fiumano http://www.grossetocontemporanea.it/12-culture-di-una-citta-di-frontiera-il-moretto-fiumano/ Fri, 21 Dec 2012 08:23:04 +0000 http://www.grossetocontemporanea.it/?p=203 morettoL’ignaro turista, che si ritrova a passeggiare per la prima volta  nelle strade di Fiume, si chiederà sicuramente il significato di quella pittoresca ed enigmatica figura della testa di moro col turbante onnipresente in città, come gioiello, souvenir, marchio ecc.

ORIGINI STORICHE

Nel caso fiumano il moretto nacque come orecchino d’oro e d’argento in funzione di amuleto, presto diventato simbolo e testimonianza forte dell’identità fiumana. Le origini di questa bizzarra figura sono avvolte dal mistero; compiendo un balzo indietro nella storia troviamo i primi esemplari di orecchini con testine come elemento ornamentale nella cultura micenea. Il periodo ellenico della Grecia antica e le conquiste di Alessandro Magno, Re di Macedonia, contribuirono a diffondere l’utilizzo di questi gioielli, presenti sugli Appennini, in Etruria, sulle isole dell’Adriatico e del Quarnero, nel Litorale e in Istria, fino alla Dalmazia e alla Macedonia. Questi amuleti e portafortuna recavano ben impresso il gusto ellenico come dimostrato dall’elaborazione dei metalli, l’uso di smalto multicolore e di pietre preziose. Forme di bigiotteria con elementi antropomorfi le ritroviamo anche nell’antica Roma e nei cammei italiani dei secoli successivi, forse in relazione con quelli spalatini. Nella città dalmata, così come nelle Isole di Brazza, Cursola e Lesina, gli orafi fabbricavano anelli d’oro con cammei ovali in pietre nere o bianche con la testa di moro del turco, fino all’inizio del ‘900. Questi anelli di Spalato e Salona, detti “moretti”, potrebbero avere legami coi moretti fiumani. Per la loro produzione gli orafi si servivano della pasta vitrea di Murano. Il motivo del moretto si trova anche sulle monete di Lajos il Grande e della famiglia ungherese Szereczen del XIV secolo.

La minaccia turca e i tanto temuti attacchi pirateschi potrebbero essere all’origine della vasta diffusione del motivo della testa di moro in Dalmazia, nelle città adriatiche, sulle isole e nell’Italia meridionale, non solo in forma di anello ma anche di stemma nobiliare. Portare il moretto era forse un modo per esorcizzare la paura; le popolazioni del litorale provvedevano anche a donarli alle chiese nei momenti di cessato pericolo.. Fatti storici, quali i contatti economici e commerciali dei naviganti con le terre orientali e le invasioni turche, possono spiegarci le origini della diffusione del moretto ma non hanno impedito la fioritura di racconti, poesie popolari e leggende. Attenendosi ai fatti storici constatiamo che la minaccia turca fu materia rilevante per l’Adriatico settentrionale specialmente nel XV sec.; dopo il primo akin (incursione di truppe irregolari a scopo di razzia) in Slavonia all’inizio del ‘400, gli ottomani sbaragliarono la nobiltà croata nella battaglia della Krbava (1493), costituendo dei sangiaccati coi valacchi di religione ortodossa nelle aree conquistate. La prima direzione dell’esercito turco lungo Grobnik, Klana, Podgrad, verso Trieste, l’Istria ed il Friuli fu ribattezata “strada turcorum”. Nel 1526 l’esercito ungaro-croato fu sconfitto nella Battaglia di Mohacs e la morte del Re Ludovico II Jagellone rese il trono vacante. Nella Dieta di Cetingrad la Corona del Regno trino fu offerta all’Arciduca Ferdinando d’Asburgo. La minaccia turca cessò definitivamente solo nel 1699, dopo la vittoria della Lega Santa (Pace di Carlowitz).

LEGGENDE FIUMANE

La prima leggenda sull’origine fiumana dei moretti risale all’invasione tartara del 1242. E’ stata riportata da Riccardo Gigante (figlio dell’orafo Agostino, irredentista italiano, volontario nella Prima guerra mondiale, poi sindaco di Fiume e vicino a D’Annunzio nel periodo della Reggenza del Carnaro, nel ’21 combatté gli autonomisti di Zanella e fu podestà di Fiume dal 1930 al ’34, quando fu nominato senatore del Regno d’Italia per motivi patriottici. Aderì alla RSI e fu per breve tempo prefetto di Fiume durante l’occupazione tedesca. Fu ucciso in circostanze non chiarite nel maggio ’45, al momento dell’ingresso a Fiume delle truppe Jugoslave di Tito). Scrive Gigante: “Quando nel 1242 i tartari che l’anno precedente avevano invaso l’Ungheria, scesero al mare inseguendo il fuggiasco Re Bela IV e piantarono le loro tende sull’altare di Selenico, si diedero a percorrere il paese in tutte le direzioni mettendolo a ferro e fuoco. Durante una di queste loro scorrerie, sostarono a pochi Km da Fiume, sul campo di Grobnico, il quale era allora interamente coperto dalle acque di un lago, minacciando di strage la città. I fiumani, impotenti ad arginare l’avanzata dei predoni, rivolsero le loro preci al cielo per impetrarne l’aiuto. Il cielo non fu sordo al loro grido d’angoscia e quando i turchi s’apprestavano a levare il campo per proseguire la loro marcia su Fiume, li colpì con una terribile grandinata di sassi, che li uccise e seppellì tutti fino al collo lasciandone esposte le sole teste e colmò quasi interamente il lago”. La leggenda narra che, per ricordare questo incredibile evento, il campo fu ribattezzato “Campo di sassi” ed i fiumani realizzarono degli orecchini d’oro a forma di testa di moro per le loro donne.

Un’altra leggenda, diffusa nel grobniciano e riferita da Radmila Mateičić, è connessa al nome del nobile Zrinski ed alla vittoria sui turchi, riportata a Grobnico nel 1601. Secondo questa credenza, nell’imminenza dell’attacco turco su Fiume il nobile Zrinski, dalla fortezza di Jelenje, scoccò una freccia che colpì alla tempia il pascià turco, provocando la ritirata ottomana. Durante la loro scomposta fuga,si esaudirono le preghiere invocate dalle donne fiumane durante l’assedio ed una pioggia di pietre dal cielo seppellì i turchi, lasciando sul campo i soli turbanti bianchi. Nonostante la vittoria, molte furono le perdite subite e le teste mozzate. Secondo la leggenda ispirata a questo fatto storico, gli orafi fiumani  che già proponevano il moretto veneziano, in ricordo di questi avvenimenti crearono un gioiello esclusivo -il moretto fiumano- che si diffuse come orecchino portato prevalentemente dalle mogli, i figli unici ed i marinai, come amuleto e portafortuna.

Un’ulteriore credenza, narrata dal Sabbioncello, riferisce che una contessa italiana concesse la libertà ad un servo nero cui era particolarmente legata e, in suo ricordo, si fece fare gli orecchini con la testa del moro.

Al di là delle leggende, uomini e donne di Fiume cominciarono a indossare gli orecchini con la testa di moro per proteggersi e scacciare le forze maligne; si racconta che fossero particolarmente diffusi fra i pescatori ed i marinai in quanto li avrebbero potuti vendere in caso di necessità o naufragio per tornare a casa. Anticamente era consuetudine regalare l’orecchino col moretto ai figli maschi; tale oggetto di bigiotteria costituiva un simbolo di gran classe. I moretti venivano anche regalati alle chiese come doni votivi; troviamo alcuni di questi esemplari nel tesoro  del convento francescano di Tersatto, nella chiesa di S. Anna a Barci nel Vinodol, nel patrimonio della cattedrale di S. Cristoforo ad Arbe nonché nel tesoro della cattedrale di S. Vito a Fiume. In quest’ultimo caso 199 moretti e 43 rubini si trovano ai bordi e sulle braccia di una splendida corona votiva d’argento, forse dell’ ‘800.

LE TESTE DI MORO VENEZIANE

La storia del moretto fiumano, pur nella sua specificità, non può prescindere da alcuni cenni sulla passione veneziana per l’esotismo e la cultura orientale. Già dal ‘400, in virtù dei sempre più intensi contatti economici e commerciali col levante, pittori, scultori, falegnami, orefici e produttori di tessuti veneti cominciarono ad ispirarsi ed a ritrarre motivi orientali. A Venezia si faceva uso di spezie, profumi, stoffe, vestiario e gioielli e i ricchi patrizi veneziani avevano pure al loro servizio paggi e servi negri che indossavano capi di vestiario orientali. Uomini di colore, in costumi pittoreschi ed esotici, nelle vesti di gondolieri, servi e schiavi, si ritrovano nei dipinti di Carpaccio, Veronese, Gentile Bellini, Tintoretto, Tiziano ecc. Per capire lo spirito di quei tempi e l’originalità di questi artisti, basti pensare che Paolo Veronese dovette rispondere all’Inquisizione per l’inserimento del motivo del negro in pittura. L’interesse per la cultura orientale a Venezia s’intensificò nel corso del ‘600 e ‘700, testimoniando il gusto decadente e la passione per il lusso della Serenissima, avviata ormai al declino ma desiderosa di mantenere intatto il suo prestigio. Le teste di moro, già presenti nell’artigianato artistico, vennero utilizzate per realizzare preziose spille dalla sintesi di vari personaggi (turchi, saraceni, pirati e negri). Nasceva così il lussuoso moro dell’arte veneziana del ‘700. Queste spille, realizzate in legno scuro, oro, argento, pietre preziose e perle, eccezionalmente decorate e di dimensioni considerevoli, erano destinate quasi esclusivamente alla ricca aristocrazia. Il moro di Venezia, che ha consentito ai produttori di cimentarsi con le migliori tecniche dell’oreficeria locale (trafori, incisioni, filigrane), si e’ poi diffuso come simbolo della città, dal Carnevale alla regata “Moro di Venezia”, fino ai due mori che battono le ore sulla torre di Mauro Codussi. Ancora oggi questo prezioso gioiello, apprezzato e posseduto da personaggi noti quali Ernest Hemingway, Arthur Rubenstein, Elton John e Liz Taylor, è un oggetto ambito per il collezionismo d’èlite. In epoca recente ha spesso dominato il monocromatismo con brillanti, smeraldi o rubini, per una clientela generalmente nobiliare. Oggi il moro veneziano, come spilla, bracciale, ciondolo ecc. , può essere acquistato alla “Gioielleria Dogale” a Venezia, dove viene realizzato anche a richiesta.

DIFFERENZE TRA MORO VENEZIANO E MORO FIUMANO

Dopo questa breve parentesi veneziana possiamo evidenziare le differenze tra il moro veneziano ed il moretto fiumano, in quanto il primo nasceva come spilla riccamente decorata destinata ad una clientela selezionata, mentre il secondo fu realizzato originariamente come semplice orecchino largamente diffuso tra il  popolo come amuleto, portafortuna e poi simbolo d’appartenenza alla comunità fiumana. Realizzati anche a richiesta per soddisfare le diverse esigenze della clientela, i moretti privilegiavano la piccola dimensione rispetto a quelli veneziani ed erano prodotti esclusivamente in metallo, mai in legno. La loro decorazione comportava poi l’utilizzo dei pietre preziose quali coralli, granati e rubini, nonché l’uso dello smalto bianco, nero e talvolta verde. Per il suo aspetto originale, la lavorazione perfetta e i prezzi modici il moretto si collocò ben presto tra i gioielli tradizionalmente indossati dalle popolane fiumane, diventando così il souvenir della città.

EVOLUZIONE DEL MORETTO FIUMANO

Dalla consultazione dei documenti del ‘700 si ricava che questi moretti venivano forgiati dagli orefici fiumani a orecchini d’oro e d’argento semplici e pratici, ricoperti in parte dallo smalto nero sulla testa ed il torace. Altro segno caratteristico era il turbante bianco con falde e puntini. L’ ottocento vide la diffusione di un nuovo modello, il turco, caratterizzato da strisce incurvate d’oro e puntini neri e d’oro sul turbante bianco.  Nella seconda metà del secolo questi gioielli furono maggiormente elaborati e decorati e assunsero diverse forme (anelli, bracciali, ciondoli, spille, posate decorative ecc.). Se le donne in lutto preferivano delle forme semplici di moretti neri, privi di ornamenti e decorazioni, tutte le altre si facevano produrre spille e orecchini ornati con coralli ed altre pietre, modificando a loro piacere il numero e la grandezza delle teste. Fiume, con i suoi noti morettisti e la loro arte, divenne così  il centro più importante per la lavorazione di questo monile, e  ai “mori”, così come erano chiamati, venne aggiunto l’aggettivo “fiumani” come espressione di autoctonia. Con il rafforzamento degli scambi commerciali, il moretto raggiunse la Lika e  la Bosnia, passando per Segna, mentre via mare arrivò a Spalato, Zara e sulle isole della Dalmazia settentrionale. Negli ultimi tempi l’orecchino è diventato più ornamento da uomo mentre la spilla da cravatta è maggiormente indossata dalle donne; comunque sia il suo valore non è tanto quello di gioiello ma di simbolo e carattere riconoscibile dell’identità fiumana. I moretti sono anche un regalo prezioso, riservato alle persone illustri e particolarmente meritevoli: ancora oggi si regalano ai padrini delle navi, ai presidenti e alle loro mogli, così come ai neo-pensionati. Tra coloro che hanno ricevuto questi gioielli spiccano Beniamino Gigli, Toti del Monte e Pietro Mascagni, in occasione della direzione della Cavalleria Rusticana al Lido di Abbazia nel 1935.

GLI ORAFI FIUMANI

La storia del moretto fiumano deve necessariamente rendere omaggio anche a coloro che lo hanno reso così importante rendendolo noto in tutto il mondo, soprattutto tra la fine dell’ ‘800 ed i primi anni del ‘900: gli orafi fiumani. Giovanni Corossacz, orafo attivo dal 1835, fu il primo ad applicare il moretto su spille, bracciali, brocche e collane. Un momento fondamentale per lo sviluppo della produzione di moretti a Fiume e la loro diffusione in tutto il mondo, fu certamente l’alta commissione ricevuta dall’ Imperatrice Maria Anna, figlia di Vittorio Emanuele I di Savoia. Corossacz realizzò un bellissimo esemplare, secondo i dettami ed i voleri dell’Imperatrice, di straordinario successo; dopo ciò iniziò a creare nuovi modelli seguendo il suo estro creativo. I moretti conobbero un’incredibile diffusione in Istria, sulle isole del Quarnero e sul resto dell’Adriatico, nel Gorski Kotar e nel Vinodol fino al territorio di Castua e Grobnico. Chi contribuì notevolmente al loro successo fu l’orafo Agostino Gigante; il suo negozio in P.zza del Duomo fu subito apprezzato per il carico d’innovazione, perizia ed originalità. La ditta “Gigante e Co” ottenne numerosi premi: Esposizione industriale di Budapest (1885); Esposizione mondiale di Bruxelles (1888); Esposizione del millennio di Budapest (1896); Esposizione internazionale di Bruxelles (1897); Prima esposizione industriale di Fiume (1899); Esposizione universale di Parigi (1900); Esposizione coloniale e indiana di Londra (1905). Divenuto fornitore della Corte imperiale, Gigante mise lo stemma da Arciduca sui biglietti da visita e sui cartelloni pubblicitari della sua oreficeria. Da Vienna arrivavano anche i preziosi smalti, che permettevano di trasformare un oggetto di oreficeria in un vero e proprio gioiello. Quella dei Gigante era una ditta seria, ben cosciente della raffinatezza del proprio lavoro che veniva svolto a mano, senza il ricorso alle macchine. Dopo la morte di Agostino, nel 1925 la “Gigante e Co” chiuse l’attività e i coniugi Giraldi acquistarono l’attrezzatura per la lavorazione dei moretti ed un prezioso catalogo del 1880, per continuare l’arte del moretto traendo spunto dalle forme a dalle tecniche originali. Ancora oggi a Fiume i morettisti mostrano grande rispetto e devozione per questo catalogo, un volume prezioso che contiene disegni di gioielli di finissima fattura, nei quali l’insieme dei moretti accostati, allineati o intrecciati, permette di creare giochi geometrici e preziosi merletti. Spunti preziosi da cui nascono collier, diademi, oggetti per la tavola, orecchini, collane, pendagli ecc.  I Giraldi avevano un negozio in P.zza delle Erbe dal 1911; dopo la morte del padre nel 1929, Rodolfo (classe 1913) intraprese l’arte orafa e si occupò dell’attività fino al 1948, quando si trasferì come esule a Desenzano sul Garda (Verona) per motivi politici, data l’ostilità del regime di Tito nei suoi confronti (a Fiume gli erano stati sequestrati molti gioielli e gran parte dell’attrezzatura). A Desenzano, secondo le parole dello stesso Giraldi, il moretto fu un po’ trascurato perché gioiello di nicchia, difficilmente proponibile a un pubblico più vasto. Nel 1956, però, Rodolfo emigrò negli Usa e riprese la produzione dei moretti, per una questione di tradizione e amore personale, nella gioielleria di New York dove era impiegato, realizzando le teste di moro  per i fiumani residenti in America. Giraldi, l’orafo dei moretti per eccellenza e vero simbolo per i fiumani, ha continuato sempre a partecipare ai numerosi raduni di fiumani nel mondo. E’ morto qualche anno fa, ultranovantenne, lasciando la tradizione dell’oreficeria fiumana senza più eredi né discepoli (il figlio Walter ha fatto la carriera in Marina).  “Per fare l’orafo bisogna vivere ogni momento della creazione, partecipare attivamente, dedicarsi esclusivamente a questo lavoro”, aveva ricordato Giraldi in una delle sue ultime interviste. Secondo la storica dell’arte Erna Toncinich “con Rodolfo Giraldi si conclude la storia dei morettisti fiumani di una volta, di quelli che apprendevano il mestiere dopo un lungo tirocinio e da maestri eccezionali, di quelli che nel creare i gioielli con le testine nere ci mettevano cura, passione, amore”. Giraldi si considerava l’ultimo morettista fiumano vivente, poiché la produzione attuale non rispetta i canoni della tradizione per quanto riguarda tecniche di lavorazione e materiali. “Non ci può neanche essere competizione –affermava Giraldi- perché semplicemente non ci sono condizioni necessarie per misurarsi”. Un altro nome che merita di essere menzionato per la storia degli orefici fiumani è sicuramente quello di Raoul Rolandi, attivo a Fiume come lavoratore in proprio dal 1948 fino al 1960, anno della sua morte. Formatosi all’oreficeria Gigante, fu lui ad insegnare l’arte del mestiere a Josef Antoni, orafo di origine albanese. Molti dei suoi disegni, lavori e modelli possono essere ammirati al Museo marittimo e storico del Litorale croato di Fiume.

Oggi, comunque, l’Ente turistico della Città di Fiume ha creato i marchi “autenticamente fiumano” e “qualità eccellente”, in modo da creare una sorta di borsa dei souvenir del capoluogo quarnerino. Nella categoria “autenticamente fiumano” spicca naturalmente il popolare moretto realizzato sotto forma di ciondoli, spille o quadretti in ceramica dalla “Mala galerija”, il cui proprietario e autore del design è Vladimir Bruketa che, assieme ai membri della famiglia, dal 1974 promuove l’arte e l’identità culturale della città di Fiume e della Regione, cercando di avvicinare l’arte a tutti. Lo stesso produttore ha ottenuto la concessione del marchio per i prodotti in ceramica e grafiche raffiguranti la Torre civica, la Cattedrale di San Vito, il siluro e la Carolina la Fiumana. Nella “Mala galerija”, il moretto viene realizzato in ceramica, modellato a mano, cotto tre volte a più di 900 gradi C. ed infine decorato in oro.

LE TECNICHE DI LAVORAZIONE

Testimonianza dell’orafo Raul Rolandi, rilasciata a Radmila Matejcic: “La forma per lo scheletro del moretto, la sua testina ed il busto, viene impressa in positivo nell’osso di seppia tagliato longitudinalmente. Da questo positivo si ricava poi il negativo nel quale si cola l’oro fuso. Quando l’oro diventa solido si ottiene il positivo d’oro. La superficie del positivo viene levigata con le lime ed i coltellini in modo che vi si possa applicare lo smalto, ridotto in un mortaio in polvere fine. Questa polvere si versa nell’acido nitrico in cui rimane per due ore, si risciacqua e poi si asciuga. Su un pezzetto di vetro lo smalto si mescola con un po’ d’acqua. Questa pasta viene applicata con un ago sullo scheletro d’oro, pulito già prima da residui dell’acido clorico accumulatisi durante il processo di sfaccettatura e di applicazione degli ornamenti. Quando si mette lo smalto sullo scheletro si modella la testa. In particolar modo vengono impressi gli archetti per il lobo dell’orecchio, poi si mette in risalto la plastica del naso e del mento. Tre puntini d’oro sono visibili e rappresentano gli occhi e le labbra. Il modello si mette poi in un piccolo forno a forma di cilindro tagliato longitudinalmente. Il forno poi viene messo nel cosiddetto “windoffen”, si copre col carbone di legna e lo si lascia finché non diventa rovente. Poi lo si toglie, si lascia raffreddare per 10 minuti e si tira fuori il supporto coi moretti. Questo processo è la smaltatura di prima mano. La seconda mano è più precisa, viene perfezionata la forma della testina, vengono puliti i canali e riempiti gli eventuali forellini dello smalto. Poi si modella il naso e si mettono i puntini neri sul turbante bianco. Il modello si rimette nel forno; quando si tira fuori l’oro è nero perciò il moretto viene messo nella soluzione mite dell’acido cloridrico affinché diventi candido. Dopo esser stato risciacquato il moretto si pulisce con limette e si lustra con la carta smerigliata o a macchina con spazzolino. Gli ulteriori lavori dipendono dal modello e dal tipo di gioiello; lo scheletro del moretto può essere in bronzo, argento oppure oro e vi si possono aggiungere pietre preziose e semipreziose, coralli, perle ecc.”.

Testimonianza di Rodolfo Giraldi: “La procedura è la seguente: si prende la forma, io uso ancora quelle del Gigante, e si prepara il calco nell’osso di seppia, si lavora il moretto fuso nell’oro e poi si applica lo smalto che va steso e poi passato al forno, per una, due tre o quattro “fornade”. Una volta i forni funzionavano a carbone, ora si usano quelli elettrici e il risultato muta lievemente. Si passa quindi alla pulitura ed alla levigatura. Quando è pronto, si abbellisce con il corallo, il rubino o altra pietra. Ma, a questo punto, non è ancora finito, sono i particolari a fare la differenza. Ci sono moretti con gli orecchini e senza, con pietre preziose e semplici, insomma dipende dalla richiesta del compratore e dalla fantasia di chi crea”.

La massima sfida per la produzione morettistica odierna è rappresentata dalla difesa delle tecniche di lavorazione tradizionali. Oggi purtroppo si usano paste di smalto già pronte o smalti che asciugano presto senza bisogno di cottura, molti usano addirittura la plastica, i forni elettrici hanno sostituito quelli a carbone, vengono impiegate pietre artificiali al posto di quelle preziose, quali i rubini e i coralli, mentre la modellazione nell’osso di seppia ha lasciato il posto alle forme di terracotta. L’imperativo d’obbligo, per non snaturare il valore di questo simbolo divenuto sinonimo dell’identità fiumana, è quello di condannare tutte le forme che non rispettano i modi di procedura originari, distruggendo il significato dei secoli passati, come ha ricordato il docente d’arte Theodor de Canziani Jaksic nel suo libro “Il moretto fiumano”.

IL MORETTO NELL’ARTE

Così come a Venezia, anche a Fiume il moretto ha trovato posto nelle rappresentazioni artistiche: per l’architettura basta ricordare le figure ornamentali con la testa di moro presenti sulle chiavi degli archi a tutto sesto dei portali dei palazzi cittadini tardo-barocchi; per la pittura sono esemplificative le decorazioni nelle lunette della finestra della Casa Turca (1880) nel mercato centrale di Fiume; per la scultura basta recarsi al Museo civico per ammirare le due rappresentazioni in legno di ragazze con turbante, piume e mani alzate sopra la testa allo scopo di reggere un candelabro.

Anche la stampa, con giornali, riviste specializzate, almanacchi e guide, ha giocato un ruolo fondamentale per la promozione e diffusione dei moretti. Merita una citazione il quotidiano fiumano “La Bilancia”, attivo dal 1860 al 1915, fondamentale per la diffusione di notizie e pubblicità sull’argomento. Sul Moretto è disponibile oggi una ricca e prestigiosa monografia in quattro lingue, pubblicata dall’Edit e curata dalla storica e critica d’arte Erna Toncinich. Il volume, alla cui realizzazione hanno collaborato singoli ed istituzioni -tra cui l’Archivio di Stato di Fiume, il Museo di Storia e Marineria del Litorale croato, il Museo Civico, il Teatro nazionale croato di Fiume e il Teatro dei burattini-  è stato pubblicato grazie ai contributi della Regione Veneto, dell’Unione Italiana – MAE e della Città di Fiume.  Un’opera di fondamentale importanza per conoscere la storia e la leggenda del moretto fiumano, con un apparato di ben 284 fotografie artistiche di Romano Grozìc, inediti documenti testamentari settecenteschi –che dimostrano l’esistenza del moretto già nel 1768-  la pubblicazione, per la prima volta, del ricchissimo catalogo di gioielli disegnati dal Gigante, risalente al 1880, l’elenco degli orafi e morettisti che hanno operato a Fiume nel passato e, non ultima, una ricca bibliografia. Il libro, inoltre, ha attribuito definitivamente ad Agostino Gigante la famosa corona di moretti che fa parte della Cattedrale di San Vito, poiché osservando attentamente il gioiello la Toncinich ha trovato la punzonatura riportante le iniziali A.G. .Tra i testi principali sul moretto fiumano ricordiamo le pubblicazioni di Theodor de Canziani Jaksic e Radmila Matejčić.

IL CALO DELLA POPOLARITA’ TRA LE DUE GUERRE FINO ALLA RINASCITA COL CARNEVALE FIUMANO

Il moretto fiumano, dopo la massima popolarità e diffusione anche a livello mondiale tra la fine del XIX e l’inizio del XX sec. , ha conosciuto un periodo di calo di popolarità a cavallo delle due guerre e soprattutto nel secondo dopoguerra, a causa delle difficoltà economiche, dell’emigrazione di noti morettisti fiumani e del minor interesse della popolazione slava, divenuta maggioritaria in città. La tradizione era però destinata a rinascere, poiché nel 1989 l’artista grafico Ivica Oreb disegnò il moretto come logo del Carnevale internazionale di Fiume, “la quinta stagione dell’anno”, e il  “morcic” è tornato a circolare nel mondo per promuovere questa manifestazione e la città di Fiume. Il carnevale internazionale di Fiume, che affonda le proprie radici nella tradizione, quando le sue sfilate ed i suoi balli attiravano la nobiltà austriaca e magiara, principesse russe, baroni tedeschi e conti e contesse di mezz’Europa, si tiene nella città quarnerina dal 1982, dura una settimana ed è considerato uno dei più prestigiosi a livello mondiale, attirando ogni anno decine di migliaia di persone. Dal 1995 il carnevale fiumano è membro dell’Associazione europea delle città del carnevale. La settimana di feste inizia con l’elezione della Regina del carnevale e con la consegna delle chiavi della città nelle mani del rappresentante del popolo in festa. Proseguono poi col carnevale dei bambini e culminano con il Corteo internazionale di carnevale, mix di tradizione e fantasiosi richiami all’attualità, al quale partecipano tanti cortei e carri allegorici e la cui ripresa televisiva (ma anche quella in streaming su Internet) è seguita da milioni di persone. Fanno da corollario alla sfilata il “Maškarani rally Pariz-Bakar”, una sorta di parodia al glorioso Parigi – Dakar, e tanti altri divertentissimi eventi di sport e spettacolo.

Il simbolo della testa di moro è tornato così onnipresente come marchio di associazioni, bar, aziende; perfino un dolce dell’hotel Continental ed un vino del Vinodol portano il suo nome, mentre come oggetto in ceramica può essere acquistato alla “Mala Galerja” della famiglia Bruketa. Una presenza che testimonia apertamente l’importanza di questo prodotto autoctono fiumano che deve essere difeso come tale; ritorna così attuale “l’incidente mediatico” del 1882, quando “La Bilancia” polemizzò apertamente col giornale triestino “Adria” che si era congratulato col Sig. Fabbiani per  il successo della vendita di moretti in Austria: “…I moretti non sono un’invenzione di Fabbiani, anzi sono una specialità fiumana e Fabbiani non è neanche triestino, ma un fiumano trasferitosi di recente a Trieste; ancor meno i moretti furono comprati a centinaia come souvenir triestini, anzi si vendettero come souvenir fiumani per l’intera Austria ed il mondo”. Difendere la specificità dell’originale significa oggi valorizzare questa storia e l’autoctonia di questo simbolo culturale.

(a cura di Marco Grilli)

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