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Appunti a margine del convegno sul volume “Il consenso totalitario. Opinione pubblica e opinione popolare sotto fascismo, nazismo e comunismo”.

libro_cornerAl convegno fiorentino sul volume curato da Paul Corner “Il consenso totalitario. Opinione pubblica e opinione popolare sotto fascismo, nazismo e comunismo” (Laterza, 2012), organizzato dall’Istituto storico della Resistenza in Toscana, sono intervenuti gli storici Adrian Lyttelton, Mariuccia Salvati e Maria Ferretti.

Adrian Lyttelton ha messo in risalto la difficoltà dell’utilizzo del concetto di opinione pubblica in un regime totalitario, sottolineando l’ambiguità del consenso e ponendo importanti interrogativi.

A cosa serviva il consenso? Qual era la sua funzione? Come interpretare azioni e parole esercitate e pronunciate in un regime e come i silenzi?

Nei regimi si può parlare di consenso apparente perché ciò che i regimi perseguivano era dimostrare l’efficacia del controllo della macchina dittatoriale e la debolezza delle opposizioni. Il consenso apparente era quindi il collante del conformismo di massa. Lo storico inglese si è poi soffermato sull’aporia nella teoria del totalitarismo. Il funzionamento del regime totalitario non può basarsi per sempre sulla mobilitazione permanente e la piena realizzazione dell’ideale totalitario si rivela come un sogno impossibile da realizzare. Il totalitarismo è quindi un’idealità che non si realizza mai. Nel fascismo la mobilitazione era ridotta rispetto al nazismo, tanto da poter esser configurato come un pre-totalitarismo, somigliante più ai regimi post-totalitari. Pre-totalitarismo che lascia sempre aperta una possibilità di cambiamento. Per esempio, è stato verificato come tra i giovani, e specialmente nelle grandi città, si fosse diffusa verso la fine degli anni ’30 una diffusa apatia verso il regime. Per la stessa guerra d’Etiopia si era verificato molto più un consenso apparente totale che un consenso vero, mentre la militarizzazione crescente tendeva a cozzare contro il valore della pace interiorizzato dalla maggioranza della popolazione (es. cattolicesimo rurale).

Per Lyttelton il totalitarismo risponde a un valore di identità sociale. L’appropriazione patriottica da parte del fascismo proietta un’immagine di modernità, pensiamo solo alle manifestazioni sportive e alla politica delle grandi opere. D’altro canto, il fascismo seppe appellarsi ai valori tradizionali (si pensi all’uso strumentale delle feste e delle tradizioni popolari). Patriottismo e fascismo si fondono quindi nel tentativo di creare una singola unità, una comunità organica. Attraverso la coercizione e la sorveglianza aumentava inoltre il bisogno di identità sociale, perché questi due strumenti creavano un pericoloso isolamento che tendeva ad escludere l’individuo dissidente da ogni forma di vita collettiva. Le tradizioni inventate e le varie celebrazioni (ad esempio la battaglia del grano) ebbero poi un impatto enorme sulla sfera della quotidianità  e potrebbero essere state fonte di un reale consenso, specialmente alla fine degli anni ’20.

Nei regimi totalitari Lyttelton ha evidenziato come si assista anche a forme di rivincita del quotidiano. Le relazioni sociali interagivano sempre con le direttive dall’alto e vi era sempre un continuo confronto tra privato e pubblico. Ciò e dimostrato per esempio dall’insoddisfazione per il dilagare della corruzione nel regime e tra i gerarchi e nel reale disagio per le difficili situazioni economiche, specialmente negli anni della grande crisi.

Lyttelton si è soffermato anche sull’importanza del monopolio dell’informazione nei regimi totalitari, precisando però che tale monopolio non poteva esser mantenuto in eterno, perché incapace di resistere alle sensibilità del mondo esterno.

In conclusione, secondo Lyttelton, l’alternativa dualistica tra consenso e dissenso è troppo semplicistica nei regimi totalitari. Non si può dimenticare l’aspetto coercitivo nei regimi totalitari (la violenza, la sorveglianza, la coercizione economica) per valutare la categoria del consenso. Per esempio, la dipendenza dall’assistenza aveva creato legami quotidiani tra la popolazione e il partito, mentre perfino le lettere private devono esser analizzate con sospetto, a causa della sorveglianza sempre operante. Nei regimi totalitari, conclude Lyttelton, non si può mai parlare di consenso o dissenso assoluto, ma bisogna ricorrere a categorie intermedie, adeguatamente contestualizzate.

La seconda relatrice, Mariuccia Salvati, si è soffermata su quello che considera il merito principale del lavoro di Corner, ossia il ricorso al metodo comparativo, troppo spesso sottovalutato dagli studi italiani. Un uso “alla Bloch” della comparazione, che invita a cercare le differenze. Nel libro, inoltre, l’uso del consenso totalitario come categoria è diverso a seconda dei casi. Qualsiasi categoria che utilizziamo va comunque differenziata per paesi e per periodi storici, ha spiegato Salvati. Nel volume il concetto di totalitarismo è utilizzato prevalentemente nei confronti di nazismo e stalinismo, così com’è nella versione di Annah Arendt. Nei regimi totalitari la categoria di opinione pubblica va usata però con particolare prudenza, poiché bisogna sempre tener conto delle differenze tra la democrazia e i totalitarismi ed il concetto di opinione pubblica rinvia sempre a un confronto di opinioni. Nei saggi emerge, a partire dagli anni ’30, la sottolineatura del totalitarismo come regime che soffoca le libertà e limita la sfera privata: si ricorre quindi alla categoria più consona di opinione popolare, utilizzata in sintonia con  la nascita di una categoria storiografica affermatasi dopo il 1968, ossia la storiografia del quotidiano, l’opinione dal basso.

Il prevalere della categoria di totalitarismo nel primo ventennio dopo la guerra si deve alla definizione del regime nazista da parte del Tribunale di Norimberga, quando ancora non si parlava di Olocausto e lo scopo era quello di individuare i colpevoli. Sarà poi Annah Arendt che, introducendo la categoria di Olocausto, portò al centro dell’attenzione la corresponsabilità degli uomini comuni (siamo nella generazione del ’68).

Secondo Salvati, Corner coglie le differenze dell’opinione pubblica, che non sono sempre positive, scoprendo la distanza e la sfiducia complessiva anche verso l’idea politica del regime. Non c’è grande contiguità tra opinione pubblica e opinione popolare, mentre vi è tra opinione popolare e vita quotidiana. Nei saggi, inoltre, si mostra come l’ideologia riesca a suscitare una partecipazione attiva (ad es. il dibattito intellettuale che continua nel corso degli anni alla ricerca dell’interpretazione delle parole del capo).

I saggi vertono soprattutto sulla fine degli anni ’30. Nel regime fascista, sottolinea la Salvati, deve esser invece fatta una distinzione tra anni ’20 e anni ’30, come spazio di esperienze e orizzonte di aspettative. L’esperienza vissuta dalle generazioni coinvolte nelle fratture dei due conflitti mondiali ha avuto infatti notevoli ripercussioni. La generazione dei Gobetti e dei Rosselli (antifascismo degli anni ’20), che denunciava la frattura di un fascismo antiliberale e confidava nella speranza di un futuro democratico liberal-socialista, va distinta dalla generazione degli anni ’30, segnata indelebilmente dall’esser stata inquadrata dal regime. Questo discorso, secondo Salvati, va sempre tenuto presente nell’analisi del fascismo. La guerra è il dato della realtà che colpisce la generazione comune.

Maria Ferretti ha focalizzato il suo intervento nella critica alla scuola revisionista sovietica della fine degli anni ’70, primi anni ’80. Gli storici revisionisti hanno evidenziato ed eccessivamente enfatizzato il ruolo della società nella costruzione del regime staliniano, assolutizzando il sociale e le reazioni della società quasi senza considerare la situazione politica. Secondo questo metodo lo stalinismo è stato quindi inteso, erroneamente, come rivoluzione dal basso e come espressione della volontà profonda di una società.

Ferretti ha sottolineato come, con l’apertura degli archivi, queste teorie si siano rivelate inutilizzabili, mentre si attende ancora una storia sociale del partito. L’errore della scuola revisionista sta principalmente nella confusione metodologica tra il basso assolutizzato e le minoranze attive, che sono le uniche che appaiono effettivamente nel loro discorso. Le minoranze attive, ha proseguito Ferretti, meriterebbero di essere studiate bene per valutare aspetti fondamentali quali la creazione del consenso e l’immagine propagandistica imposta dal regime. La propaganda staliniana muta infatti nel corso degli anni e offre un’identità di gruppo ad una minoranza. I revisionisti hanno però commesso imperdonabili errori di metodo, basandosi sull’uso acritico delle fonti, tanto che oggi emergono le notevoli storture tra le fonti stampa, da questi utilizzate acriticamente, ed i dati d’archivio. Le stesse fonti di polizia, ha precisato la storica dell’Università della Tuscia, vanno analizzate con molta cautela e con spirito critico, poiché rivelano informazioni preziosissime che devono però essere adeguatamente incrociate e utilizzate.

Anche per l’Urss,  ha sottolineato Ferretti, è impossibile parlare di opinione pubblica, mentre è più giusto riferirsi al concetto di opinione popolare. Ancora oggi non siamo in grado però di misurare la diffusione delle opinioni: vi sono minoranze attive, minoranze che resistono e una vasta gamma di comportamenti nel mezzo. Ad esempio, per resistenza passiva possiamo considerare le varie forme di astensionismo sul lavoro, che andavano dal presentarsi in ritardo, al lavorare più lentamente fino alla mancata partecipazione alle riunioni. L’azione è possibile invece solo quando s’intravede una via d’uscita, una soluzione. Il sistema sovietico, ha proseguito Ferretti, si è retto sulla violenza, sull’apparato di sorveglianza, su una vasta rete di informatori, sulla repressione e sulle note purghe. Più di 20 milioni di sovietici passarono dai gulag negli anni ’30. In un confronto tra i regimi totalitari possiamo quindi dire, per Ferretti, che la resistenza fu più forte nell’Urss vista l’intensità delle purghe, con l’ondata più violenta registrata dagli anni ’30, in seguito alla collettivizzazione. Il regime sovietico mostra quindi paura verso la società e matura l’impressione di vivere in una fortezza assediata, data la forte resistenza. Un esempio su tutti: nonostante l’ateismo di Stato, nel 1937 ben metà della popolazione si professava credente. Il consenso minore in Urss rispetto a quello del nazismo e del fascismo si spiega, secondo Ferretti, anche con le condizioni materiali della popolazione, costretta alla miseria più nera. Il consenso, conclude la storica nel corso del dibattito, ha avuto notevole importanza per la messa in scena. Il ricorso alle adunate e alle parate, con la loro spettacolarità e imponenza, costituiva infatti una forma ulteriore di controllo sociale, perché isolava e impauriva chi ne restava fuori.

Nel corso del dibattito succeduto al convegno, il curatore Corner ha spiegato come il ricorso al concetto di opinione popolare serva ad evitare le difficoltà connesse all’utilizzo della categoria di opinione pubblica nei regimi dittatoriali. Il volume articola il quadro del consenso, al di là delle facili e opposte conclusioni di consenso o repressione. L’analisi della vita quotidiana, ha sottolineato Corner,  risulta inoltre molto utile ai fini della creazione di una metodologia. Permette infatti di cercare di capire cosa stava sotto al conformismo e alla passività, di indagare i silenzi e di guardare a concetti più ovvi quali la collaborazione, la collusione e tutte le varie opportunità che esistevano prima di arrivare al consenso vero e proprio. Vi è infatti, ha precisato Corner, una vasta gamma di opinioni possibili, per cui è fondamentale indagare il rapporto fra sfera pubblica e sfera privata. Lo storico inglese ha citato il volume di Scott dove  si parla di “armi dei deboli”, ossia della differenza tra il modo formale che si presentava all’esterno e il modo privato che si cercava di celare. Per quanto riguarda le fonti, Corner ha spiegato che le relazioni di polizia e degli informatori in Italia sono più affidabili e facilitano la comprensione degli eventi. Tuttavia, gli studi sulla categoria del consenso non permettono di andare oltre un certo livello e di giungere a una conoscenza piena del fenomeno.

In conclusione, Corner ha sottolineato che il fine ultimo delle dittature è quello di perseguire  l’accettazione passiva e la rassegnazione, più che il consenso assoluto. Questo perché i regimi non si sono mai fidati pienamente delle genti e hanno sempre mostrato una certa insicurezza nei confronti della popolazione. Il controllo sociale risultava infatti più agevole quando si perveniva alla collaborazione del popolo: un fattore che consentiva ai regimi di esser più sicuri. Il consenso assoluto, quando era reale, ha sempre fatto piacere ai regimi, che tuttavia raggiungevano i loro fini semplicemente quando arrivavano alla complicità, alla costrizione alla collaborazione da parte della popolazione. Più che al consenso, in conclusione, i regimi totalitari  miravano al coinvolgimento della popolazione.

 

(a cura di Marco Grilli)

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